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BiELLE INTERVISTE
Mimmo Locasciulli : "riserve" per la canzone d'autore
di Antonio Piccolo

Il 13 luglio 2006 si chiude la seconda edizione della rassegna “Cantautori in villa” nella Villa Campolieto di Ercolano (Na) - nell’ambito della 19ª edizione del Festival delle Ville Vesuviane -, organizzata dal Club Tenco con la direzione artistica di Enrico De Angelis e Désirée Lombardi. Dopo i La Crus, Bruno Lauzi, Daniele Sepe, gli Yo Yo Mundi e Pacifico, chiude la rassegna il cantautore Mimmo Locasciulli. Appartenente alla generazione storica dei cantautori, esegue soprattutto brani degli ultimi anni e buona parte del suo nuovo album, “Sglobal”. Qualche giorno dopo, ci concede gentilmente quest’intervista.

È uscito da poco il tuo nuovo disco: “Sglobal”. Un neologismo, formato dalla parola “global” con davanti una “s” privativa, come a dire “no global”. Però, dice “sglobal” e non "no global", e credo sia una differenza importante. Cosa vogliono dirci il titolo di questo disco e della canzone omonima?

“Sglobal” è il brano che da il titolo all'album. La canzone mi è venuta in mente guardando un servizio televisivo sui fatti di Genova, al G8, con i casini accaduti e gli scontri tra le forze di polizia e i no-global. Pensavo alle ragioni che sono alla base delle azioni del movimento, ma anche alla facilità con cui si oltrepassano i limiti. Certo, sappiamo perfettamente che esiste un sistema mondiale di controllo sulla nostra vita, sui nostri spostamenti, sui nostri consumi, sulle nostre abitudini. Dal Bancomat, alle carte di credito, dal Telepass alle banche, dai supermercati fino alla prenotazione di un taxi… Le città sono zeppe di telecamere, i negozi, gli alberghi, dappertutto c'è chi ci controlla! Si è sviluppata una rete dalla quale è impossibile uscire. E, d’altra parte, i meccanismi di condizionamento diventano ogni giorno più raffinati: la pubblicità televisiva, murale, sulla stampa. E non finisce qui: il sistema commerciale, l’economia, l’agricoltura, tutto è indirizzato al condizionamento implacabile a livello dei singoli individui se non di intere comunità. E’ un quadro agghiacciante di fronte al quale è veramente difficile rimanere impassibili. Credo però che le azioni dettate dalla violenza, anche se supportate da ragioni valide, non giovino ad alcuna causa. Il tempo della rivoluzione francese è finito sui libri di storia, oggi c'è bisogno di un approccio diverso. L'azione politica senza una presa di coscienza può risultare sterile, fine a se stessa e ai suoi slogan. C'è bisogno di consapevolezza, di una partecipazione di ordine soprattutto culturale perché l'ignoranza ostacola, la conoscenza e la cultura aiutano. E' fin troppo facile accodarsi al coro degli slogan o abbandonarsi alle varie di forma di violenza, ed è troppo difficile (forse anche un po' noioso) condire le proprie scelte con il sale della sapienza. Usando il termine Sglobal, con la esse privativa ho voluto esprimere la mia disapprovazione e condanna verso il sistema che ho appena descritto, ma nello stesso tempo ho voluto dare un segno di distinzione alla mia posizione nei confronti di un scelte tattiche, atteggiamenti e presupposti tipici dei no-global, da me non pienamente condivisi. Sicché, se oggi mi chiedessero se sono "global" o "no-global" io rispondo: "sglobal".

A guardare la copertina si nota una grande confusione, un'inquietudine diffusa. Come mai è questa la copertina di "Sglobal"? Ce la commenti?

Una sera avevo a cena una coppia di amici con la loro bambina di 5 anni, Olimpia. Noi parlavamo delle nostre cose e lei passava il tempo a disegnare su tovagliolini di carta. Alla fine della serata, sparecchiando, ho visto quel capolavoro di innocenza, semplicità e capacità di sintesi. In quel disegno c'è tutto: il bisogno di una espressione genuina, sincera e consapevole in ordine all'analisi e all'osservazione del mondo che viviamo e, implicitamente, la scelta delle soluzioni più idonee in ordine alla conservazione delle proprie identità.

Rispetto al disco precedente (“Piano piano”) - tutto acustico e abbastanza "soft" -, in “Sglobal” possiamo notare una maggiore voglia di sperimentazione rispetto alle sonorità. Ci sono atmosfere jazzate, blues, richiami di Tom Waits. Quali differenti esigenze ci sono dietro i due dischi?

Le mie canzoni non nascono quasi mai da esigenze di ordine stilistico. Esse sono solo una (spero) equilibrata equazione tra il testo, che per me rappresenta la testimonianza dei tempi che vivo, e la melodia che invece ha la funzione di veicolare le parole quanto più possibile nei luoghi nascosti in cui ciascuno custodisce la propria sensibilità. Ritengo che ogni mia canzone, dalla più semplice alla più articolata, possa essere modificata nel ritmo, nella veste di arrangiamento, nelle scelte sonore, senza peraltro perdere il suo senso originale. Quando ho finito di scrivere le canzoni di questo album io e Greg Cohen (che è il co-produttore di "Sglobal") abbiamo analizzato le varie soluzioni di suono ed arrangiamento: quello che si può ascoltare sul disco, quindi, è la fusione del nostro pensiero con la sostanza delle canzoni e l'apporto creativo di ogni musicista presente nel lavoro.

Tra le tante collaborazioni (musicisti straordinari come Marc Ribot, Stefano Di Battista e il solito Greg Cohen), in questo disco c’è la canzone “Sgobal” che è scritta e cantata con Frankie Hi-NRG. Come vi siete incontrati e com'è nata l'idea di questa collaborazione?

Un paio di anni fa mi è capitato di ascoltare due o tre volte nel giro di pochi giorni la canzone di Frankie "Quelli che ben pensano". Contrariamente a quanto mi accade con molti pezzi rap quella canzone mi prese profondamente per l'intelligenza del testo in cui si fondevano ironia pungente, istanze generazionali e pulsioni di ordine sociale con il risultato di una prosa di alto valore stilistico, poetico e culturale. E' un po' quello che dicevo prima: la quota culturale fa la differenza. Nella canzone di Frankie non c'è scontatezza, non ci sono spazi vuoti, non ci sono slogan. C'è una preziosa sintesi di osservazione e una grandissima capacità espressiva. Forse da quegli ascolti ho cominciato a coltivare il desiderio di poter fare qualcosa insieme a lui. L'occasione si è presentata, naturalmente, quando ho cominciato a pensare alla canzone specifica. L'ho chiamato e gli ho illustrato quello che avevo in testa; lui è stato molto ricettivo e disponibile e così è venuta fuori questa canzone che per me rappresenta una conquista artistica ed umana nello stesso tempo.

Ho un debole per “Non è stato facile”, perché ritengo che l'armonia fra testo e musica sia molto ben riuscita (e credo sia la cosa migliore che uno possa aspettarsi da una canzone, che è fatta prima di tutto di testo e musica). Puoi dirci com’è nata questa canzone o, comunque, esprimere un commento?

In effetti la canzone è di qualche anno fa ed è stata scritta per la gran parte da Stefano Delacroix di cui ho prodotto due album. Io ho scritto una parte del testo, ma ho sempre avuto il grande desiderio di poterla cantare perché mi sono sentito profondamente immerso nelle atmosfere che essa evoca. Stilisticamente è abbastanza diversa dalle altre canzoni di "Sglobal" ma nell'economia dell' album ci sta molto bene e, credo, prepari perfettamente all'ascolto della successiva "Hemingway".

Lasciamo da parte "Sglobal", ora. Vorrei parlare di un argomento che mi sta a molto a cuore e che, se ho ben inteso il discorso che hai fatto sul palco ad Ercolano prima di iniziare il concerto, sta a cuore anche a te: il rapporto fra la qualità e il mercato discografico. Senza contare che, negli ultimi anni, hai talvota rivestito il ruolo di produttore.
Tu hai iniziato negli anni ’70 - anni "magici" per la cosiddetta canzone d’autore - a fare questo mestiere, pubblicando dischi come "Intorno a trent'anni" (che, secondo me, dovrebbe essere considerato un pilastro nella storia della canzone d'autore). Nel frattempo, hai continuato il tuo lavoro di medico; spero di non essere indiscreto: immagino che tu abbia continuato per passione e che avresti potuto vivere anche del solo mestiere di musicista. Credi che oggi il mercato offra abbastanza spazio ai nuovi talenti affinché riescano a vivere della propria arte?

Una risposta per volta: il rapporto tra qualità e mercato discografico lo può constatare chiunque, soprattutto quella moltitudine di giovani autori, cantanti o band che pur avendo una altissima cifra artistica non riescono ad entrare nel mercato discografico e restano ai margini. Purtroppo anche nel mondo della discografia siamo alla globalizzazione, alla cultura del supermercato e dell'usa e getta. Non ci sono molti commenti da fare, c'è solo da essere desolatamente sconsolati! E' questa la ragione che oggi mi frena molto nel ruolo di produttore. Ho paura a produrre qualunque album, forse anche un mio album.
"Intorno a trentanni" è stato un album fortunato perché forse è arrivato nel momento giusto. Ci sono alcune canzoni ("Gli occhi", e "Natalina") che canto da più di venti anni e che ancora mi toccano come quando le ho scritte. E' questa la magia della musica.
La risposta all'ultima parte della domanda è molto semplice: pur avendo avuto la possibilità di vivere magnificamente del solo mestiere di musicista non ho mai avuto la tentazione di lasciare il mio lavoro di medico: in primo luogo perché mi piace molto, e poi perché lo considero il mio contributo attivo e produttivo al contesto civile e sociale cui appartengo.

Al concerto hai parlato anche delle "riserve di canzone d'autore". Di che iniziative parli e che ruolo possono avere (o già hanno)?

No, in verità non si tratta di alcuna iniziativa: nel precedente album, "Piano piano", c'è la canzone "Lettere dalla riserva" che esprime, con linguaggio mascherato di poesia, quella che è più una mia necessità che non una considerazione, e cioè: credo sia giusto riservare alla canzone d'autore (con le dovute distinzioni dalle canzoni dei vari"cantautori" di turno) un trattamento di maggior riguardo. La canzone d'autore non è per tutti, non per quelli di bocca buona, non per il pubblico delle radio FM , né per quello delle varie trasmissioni televisive in cui si mescolano disinvoltamente quiz da deficienti, telefonate imbecilli e musica di passaggio, né per le varie MTV o per altri canali per teen agers assetati di video clip. Rivendico per la canzone d'autore una posizione di netta distinzione, una "riserva"appunto (nel senso migliore del termine) frequentata solo da chi nutre un sincero interesse verso di essa e non dai consumatori indifferenziati di musica. E' difficile, ma sognare non costa niente e ti aiuta.

Per concludere, lo so che non è una domanda originale, ma fa sempre piacere sapere la riposta: quali sono i tuoi progetti futuri?

Ho solo progetti a breve scadenza, una serie di concerti in Italia e Svizzera. Mi prendo ancora un po' di tempo per quelli a più lunga gittata. Vedremo.

Intervista raccolta nel luglio 2006

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