| Il
13 luglio 2006 si chiude la seconda edizione della rassegna “Cantautori
in villa” nella Villa Campolieto di Ercolano (Na) - nell’ambito
della 19ª edizione del Festival delle Ville Vesuviane -, organizzata
dal Club Tenco con la direzione artistica di Enrico De Angelis e
Désirée Lombardi. Dopo i La Crus, Bruno Lauzi, Daniele
Sepe, gli Yo Yo Mundi e Pacifico, chiude la rassegna il cantautore
Mimmo Locasciulli. Appartenente alla generazione storica dei cantautori,
esegue soprattutto brani degli ultimi anni e buona parte del suo
nuovo album, “Sglobal”. Qualche giorno dopo, ci concede
gentilmente quest’intervista.
È
uscito da poco il tuo nuovo disco: “Sglobal”. Un neologismo,
formato dalla parola “global” con davanti una “s”
privativa, come a dire “no global”. Però, dice
“sglobal” e non "no global", e credo sia una
differenza importante. Cosa vogliono dirci il titolo di questo disco
e della canzone omonima?
“Sglobal”
è il brano che da il titolo all'album. La canzone mi è
venuta in mente guardando un servizio televisivo sui fatti di Genova,
al G8, con i casini accaduti e gli scontri tra le forze di polizia
e i no-global. Pensavo alle ragioni che sono alla base delle azioni
del movimento, ma anche alla facilità con cui si oltrepassano
i limiti. Certo, sappiamo perfettamente che esiste un sistema mondiale
di controllo sulla nostra vita, sui nostri spostamenti, sui nostri
consumi, sulle nostre abitudini. Dal Bancomat, alle carte di credito,
dal Telepass alle banche, dai supermercati fino alla prenotazione
di un taxi… Le città sono zeppe di telecamere, i negozi,
gli alberghi, dappertutto c'è chi ci controlla! Si è
sviluppata una rete dalla quale è impossibile uscire. E,
d’altra parte, i meccanismi di condizionamento diventano ogni
giorno più raffinati: la pubblicità televisiva, murale,
sulla stampa. E non finisce qui: il sistema commerciale, l’economia,
l’agricoltura, tutto è indirizzato al condizionamento
implacabile a livello dei singoli individui se non di intere comunità.
E’ un quadro agghiacciante di fronte al quale è veramente
difficile rimanere impassibili. Credo però che le azioni
dettate dalla violenza, anche se supportate da ragioni valide, non
giovino ad alcuna causa. Il tempo della rivoluzione francese è
finito sui libri di storia, oggi c'è bisogno di un approccio
diverso. L'azione politica senza una presa di coscienza può
risultare sterile, fine a se stessa e ai suoi slogan. C'è
bisogno di consapevolezza, di una partecipazione di ordine soprattutto
culturale perché l'ignoranza ostacola, la conoscenza e la
cultura aiutano. E' fin troppo facile accodarsi al coro degli slogan
o abbandonarsi alle varie di forma di violenza, ed è troppo
difficile (forse anche un po' noioso) condire le proprie scelte
con il sale della sapienza. Usando il termine Sglobal, con la esse
privativa ho voluto esprimere la mia disapprovazione e condanna
verso il sistema che ho appena descritto, ma nello stesso tempo
ho voluto dare un segno di distinzione alla mia posizione nei confronti
di un scelte tattiche, atteggiamenti e presupposti tipici dei no-global,
da me non pienamente condivisi. Sicché, se oggi mi chiedessero
se sono "global" o "no-global" io rispondo:
"sglobal".
A guardare
la copertina si nota una grande confusione, un'inquietudine diffusa.
Come mai è questa la copertina di "Sglobal"? Ce
la commenti?
Una sera avevo
a cena una coppia di amici con la loro bambina di 5 anni, Olimpia.
Noi parlavamo delle nostre cose e lei passava il tempo a disegnare
su tovagliolini di carta. Alla fine della serata, sparecchiando,
ho visto quel capolavoro di innocenza, semplicità e capacità
di sintesi. In quel disegno c'è tutto: il bisogno di una
espressione genuina, sincera e consapevole in ordine all'analisi
e all'osservazione del mondo che viviamo e, implicitamente, la scelta
delle soluzioni più idonee in ordine alla conservazione delle
proprie identità.
Rispetto
al disco precedente (“Piano piano”) - tutto acustico
e abbastanza "soft" -, in “Sglobal” possiamo
notare una maggiore voglia di sperimentazione rispetto alle sonorità.
Ci sono atmosfere jazzate, blues, richiami di Tom Waits. Quali differenti
esigenze ci sono dietro i due dischi?
Le mie canzoni
non nascono quasi mai da esigenze di ordine stilistico. Esse sono
solo una (spero) equilibrata equazione tra il testo, che per me
rappresenta la testimonianza dei tempi che vivo, e la melodia che
invece ha la funzione di veicolare le parole quanto più possibile
nei luoghi nascosti in cui ciascuno custodisce la propria sensibilità.
Ritengo che ogni mia canzone, dalla più semplice alla più
articolata, possa essere modificata nel ritmo, nella veste di arrangiamento,
nelle scelte sonore, senza peraltro perdere il suo senso originale.
Quando ho finito di scrivere le canzoni di questo album io e Greg
Cohen (che è il co-produttore di "Sglobal")
abbiamo analizzato le varie soluzioni di suono ed arrangiamento:
quello che si può ascoltare sul disco, quindi, è la
fusione del nostro pensiero con la sostanza delle canzoni e l'apporto
creativo di ogni musicista presente nel lavoro.
Tra
le tante collaborazioni (musicisti straordinari come Marc Ribot,
Stefano Di Battista e il solito Greg Cohen), in questo disco c’è
la canzone “Sgobal” che è scritta e cantata con
Frankie Hi-NRG. Come vi siete incontrati e com'è nata l'idea
di questa collaborazione?
Un paio di
anni fa mi è capitato di ascoltare due o tre volte nel giro
di pochi giorni la canzone di Frankie "Quelli che ben
pensano". Contrariamente a quanto mi accade con molti
pezzi rap quella canzone mi prese profondamente per l'intelligenza
del testo in cui si fondevano ironia pungente, istanze generazionali
e pulsioni di ordine sociale con il risultato di una prosa di alto
valore stilistico, poetico e culturale. E' un po' quello che dicevo
prima: la quota culturale fa la differenza. Nella canzone di Frankie
non c'è scontatezza, non ci sono spazi vuoti, non ci sono
slogan. C'è una preziosa sintesi di osservazione e una grandissima
capacità espressiva. Forse da quegli ascolti ho cominciato
a coltivare il desiderio di poter fare qualcosa insieme a lui. L'occasione
si è presentata, naturalmente, quando ho cominciato a pensare
alla canzone specifica. L'ho chiamato e gli ho illustrato quello
che avevo in testa; lui è stato molto ricettivo e disponibile
e così è venuta fuori questa canzone che per me rappresenta
una conquista artistica ed umana nello stesso tempo.
Ho
un debole per “Non è stato facile”, perché
ritengo che l'armonia fra testo e musica sia molto ben riuscita
(e credo sia la cosa migliore che uno possa aspettarsi da una canzone,
che è fatta prima di tutto di testo e musica). Puoi dirci
com’è nata questa canzone o, comunque, esprimere un
commento?
In effetti
la canzone è di qualche anno fa ed è stata scritta
per la gran parte da Stefano Delacroix di cui ho
prodotto due album. Io ho scritto una parte del testo, ma ho sempre
avuto il grande desiderio di poterla cantare perché mi sono
sentito profondamente immerso nelle atmosfere che essa evoca. Stilisticamente
è abbastanza diversa dalle altre canzoni di "Sglobal"
ma nell'economia dell' album ci sta molto bene e, credo, prepari
perfettamente all'ascolto della successiva "Hemingway".
Lasciamo
da parte "Sglobal", ora. Vorrei parlare di un argomento
che mi sta a molto a cuore e che, se ho ben inteso il discorso che
hai fatto sul palco ad Ercolano prima di iniziare il concerto, sta
a cuore anche a te: il rapporto fra la qualità e il mercato
discografico. Senza contare che, negli ultimi anni, hai talvota
rivestito il ruolo di produttore.
Tu hai iniziato negli anni ’70 - anni "magici" per
la cosiddetta canzone d’autore - a fare questo mestiere, pubblicando
dischi come "Intorno a trent'anni" (che, secondo me, dovrebbe
essere considerato un pilastro nella storia della canzone d'autore).
Nel frattempo, hai continuato il tuo lavoro di medico; spero di
non essere indiscreto: immagino che tu abbia continuato per passione
e che avresti potuto vivere anche del solo mestiere di musicista.
Credi che oggi il mercato offra abbastanza spazio ai nuovi talenti
affinché riescano a vivere della propria arte?
Una risposta
per volta: il rapporto tra qualità e mercato discografico
lo può constatare chiunque, soprattutto quella moltitudine
di giovani autori, cantanti o band che pur avendo una altissima
cifra artistica non riescono ad entrare nel mercato discografico
e restano ai margini. Purtroppo anche nel mondo della discografia
siamo alla globalizzazione, alla cultura del supermercato e dell'usa
e getta. Non ci sono molti commenti da fare, c'è solo da
essere desolatamente sconsolati! E' questa la ragione che oggi mi
frena molto nel ruolo di produttore. Ho paura a produrre qualunque
album, forse anche un mio album.
"Intorno a trentanni" è stato
un album fortunato perché forse è arrivato nel momento
giusto. Ci sono alcune canzoni ("Gli occhi", e "Natalina")
che canto da più di venti anni e che ancora mi toccano come
quando le ho scritte. E' questa la magia della musica.
La risposta all'ultima parte della domanda è molto semplice:
pur avendo avuto la possibilità di vivere magnificamente
del solo mestiere di musicista non ho mai avuto la tentazione di
lasciare il mio lavoro di medico: in primo luogo perché mi
piace molto, e poi perché lo considero il mio contributo
attivo e produttivo al contesto civile e sociale cui appartengo.
Al
concerto hai parlato anche delle "riserve di canzone d'autore".
Di che iniziative parli e che ruolo possono avere (o già
hanno)?
No, in verità
non si tratta di alcuna iniziativa: nel precedente album, "Piano
piano", c'è la canzone "Lettere dalla
riserva" che esprime, con linguaggio mascherato di poesia,
quella che è più una mia necessità che non
una considerazione, e cioè: credo sia giusto riservare alla
canzone d'autore (con le dovute distinzioni dalle canzoni dei vari"cantautori"
di turno) un trattamento di maggior riguardo. La canzone d'autore
non è per tutti, non per quelli di bocca buona, non per il
pubblico delle radio FM , né per quello delle varie trasmissioni
televisive in cui si mescolano disinvoltamente quiz da deficienti,
telefonate imbecilli e musica di passaggio, né per le varie
MTV o per altri canali per teen agers assetati di video clip. Rivendico
per la canzone d'autore una posizione di netta distinzione, una
"riserva"appunto (nel senso migliore del termine) frequentata
solo da chi nutre un sincero interesse verso di essa e non dai consumatori
indifferenziati di musica. E' difficile, ma sognare non costa niente
e ti aiuta.
Per
concludere, lo so che non è una domanda originale, ma fa
sempre piacere sapere la riposta: quali sono i tuoi progetti futuri?
Ho solo progetti
a breve scadenza, una serie di concerti in Italia e Svizzera. Mi
prendo ancora un po' di tempo per quelli a più lunga gittata.
Vedremo.
Intervista
raccolta nel luglio 2006
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