| Incontriamo
Manuel Agnelli, di passaggio a Roma, per parlare di “Ballads
for little Hyenas” (versione inglese dell’ultimo lavoro
degli Afterhours, pubblicato in Italia da Mescal lo scorso 27 gennaio)
che sbarcherà negli Usa ed in Canada a metà marzo
grazie ad un importante accordo con l’ inglese One Little
Indian (già etichetta di Bjork). L’album è stato
presentato in anteprima il 10 gennaio in Germania ed il 12 in Olanda.
A febbraio è partito il tour europeo, mentre da maggio il
gruppo preparerà la tournee nordamericana. Dall’11
al 13 aprile gli Afterhours saranno a Roma. Recentemente, Arcana
ha anche pubblicato la prima bio della band, realizzata da Simona
Orlando.
Tracciamo dunque con
Manuel un primo, provvisorio bilancio delle date europee e della
risposta del pubblico
“Questo progetto
che ci sta portando in giro per l’Europa ci sta elettrizzando.
L’idea di esibirsi davanti a cento, duecento persone che non
ti conoscono affatto è fantastica. E’ come far parte
di un gruppo nuovo, ma con tutti i vantaggi di una band affiatata
che esiste da 15 anni. La cosa migliore è che hai davanti
un pubblico che non ti conosce e che quindi non ha aspettative ne’
preconcetti. Questo ti lascia un’enorme libertà mentale.
E’ come quando cambi città, paese, lavoro: hai davvero
la possibilità di rinascere. Tutto questo rimanendo te stesso,
continuando a fare le cose che hai sempre fatto, ma che non sono
diventate ancora importanti per qualcuno. Peraltro, il fatto di
suonare all’estero ci obbliga, per ora, a queste piccole realtà,
ai club…”
Anche
se all’estero, specie nei paesi anglosassoni, i club sono
visti con occhio ben diverso; ci puoi trovare i Jetrho Tull, Mick
Jagger o Dylan come niente, a sorpresa, senza saperlo…
“Si (ride),
poi c’e’ un’acustica pazzesca. Anche in Germania,
Spagna e Olanda, abbiamo trovato un’attenzione particolare
per queste realtà. Ora, non voglio dire che in Italia abbiamo
problemi. Noi (intendo il mio gruppo) siamo davvero fortunati, ci
invidiano tutti. Quando arriva in Italia, Greg Dulli (già
leader di Afghan Whigs e co-produttore del lavoro, n.d.r.) rimane
sempre molto stupito per l’enorme pubblico e per le cose che
facciamo. Però, dopo tanti anni, i tour nazionali ci portano
alla routine e noi vorremmo evitare questo, anche se è molto
difficile con tutte le date che abbiamo. Questa cosa dell’estero,
invece, non solo e’ una boccata d’aria fresca ma ci
offre anche la possibilità di tornare in Italia con nuove
idee da portare al nostro pubblico”.
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Gli Afterhours,
a tre anni di distanza da "Quello che non c'è"
e dopo svariate collaborazioni a tributi, raccolte e quant'altro
ci fosse sul mercato, escono con un disco potente e significativo.
Dieci pezzi, tutti innervati da un sano principio di rock all'italiana
che, se non rappresentano un'evoluzione dai precedenti linguaggi
usati dal gruppo, non segnano di sicuro nessun passo indietro.
(segue) |
La
scelta di riproporre “Ballate” in inglese vi riporta
in un certo senso alle origini…
“Noi teniamo molto
a sottolineare la nostra italianità, ovviamente non come
concetto di bandiera, ma di cultura, di radici, di peculiarità.
Non a caso, all’estero, oltre ai pezzi in inglese mettiamo
in scaletta anche diversi pezzi in italiano. E’ chiaro che
l’ossatura è data dai pezzi in inglese, ma quelli in
italiano sono stati molto apprezzati, ovunque”.
Senti
Manuel, io credo che l’inglese sia la lingua madre per il
Rock. Però è anche una lingua decisamente meno ricca
dell’italiano. Ora, a parte gruppi di progressive o rock sinfonico
(come i Genesis o Blackmoore’s Night) che fanno addirittura
un lavoro filologico per cercare vocaboli che rendano meglio un’immagine,
non pensi che l’inglese possa penalizzare i testi rispetto
all’italiano?
“Certo, ci sono
pro e contro. Io mi ritengo avvantaggiato, perché conosco
l’inglese molto bene. E’ chiaro che migliorerò
suoni e pronuncia col tempo, visto che ho ripreso a cantare in inglese
da poco. Per quel che riguarda i testi, l’obiettivo che ponevamo
era di riportare i contenuti anche in inglese utilizzando le frasi
che avevano già funzionato in italiano e quelle che non ci
erano già piaciute in italiano sostituirle completamente.
Questo per avere lo stesso contenuto e non due testi diversi”
Quindi
una traduzione letterale dove funzionava e cambiare completamente
le altre parti…
“Certo,
anche se ‘traduzione letterale’ contestualizzata alla
canzone, intendiamoci. Sono stato aiutato non solo da persone di
madre lingua, ma anche da colleghi che scrivono canzoni; Greg stesso,
John Parish, Davey Ray Moor, gente abituata a scrivere.
Il testo doveva funzionare, questo era l’importante. Il fatto
di metterci tutte le sfumature che ci sono in italiano e poi non
farlo funzionare come canzone in inglese, era ovviamente inutile.
Così come avere una pronuncia perfetta, che sarei anche in
grado di fare, ma che poi diventa scolastica; è come un tedesco
che canta con accento milanese, capisci che è ridicolo (ride).
Anche questa è stata una scelta, come quella di optare per
cantati naturali e molto emozionali. Anche se, effettivamente, hai
ragione tu, alla fine ho dovuto volare più basso in inglese;
ma non credo che sia per la natura di quella lingua, ma solo perché
non è la mia lingua madre. Un certo tipo di libertà
in italiano me le posso prendere. Quindi gioco con le parole, le
posso storpiare, uso parole strane, in posizioni strane, perchè
essendo italiano ho la legittimità per farlo. In inglese
sarebbe risultato forzato, avrei fatto la figura dello straniero
che non sa bene l’inglese. In definitiva, sono due lingue
da usare in modo diverso, presentano vantaggi e svantaggi. Mentre
l’italiano ti consente qualche opzione in più, anche
a livello di costruzione lessicale, l’inglese è molto
più ricco musicalmente, con tutte quelle tronche è
l’ideale per il Rock. Comunque, cantare in due lingue è
davvero un terreno molto appassionante e spero di poterlo fare ancora.
Per il momento, l’ importante era fare cose che risultassero
emozionanti e naturali e non dei tentativi di costruzione presuntuosi”.
Prima
Parish, poi Gelb, poi Dulli… da tempo c’è un’attenzione
particolare per la nostra musica all’estero e ovviamente non
parlo della musica italiana da Top of the Pop. Vi siete fatti vedere
più voi o la loro attenzione è stata inevitabilmente
attratta da una scena in continuo movimento?
“Mah,
guarda, io ho organizzato il Tora Tora, ho dato
vita ad altre iniziative perché qui si costituisse una scena
non istituzionale ma che rappresentasse un’identità
specifica. Ma il nostro più grande cruccio è di non
esserci riusciti fino in fondo. La musica italiana cos’è?
Se parliamo di grandi successi, il volto della musica italiana all’estero
è quello di Ramazzotti, della Pausini… Poi però,
ci sono casi, ancora sporadici, come il nostro, Cristina Donà,
Cesare Basile, i Verdena in Germania. Se ci pensi, sono molti i
casi sporadici (ride). Ecco, tutti questi casi mi fanno pensare
che ci sia una scena non commerciale italiana assolutamente all’altezza
di quella internazionale. Io non sono andato a bussare a casa di
Greg Dulli, supplicandolo di farci fare un disco insieme. E’
successo per caso, come Basile ha conosciuto per caso Parish, come
Cristina ha conosciuto per caso Davey Ray Moor. Ma sono tutte casualità
che appartengono ad una stessa generazione di musicisti, che evidentemente
ha qualcosa da dire”.
E il
tuo incontro con Greg come è avvenuto?
“Eravamo entrambi
testimoni ad un matrimonio di un comune amico a Las Vegas. Io sapevo
chi era lui e lui aveva ascoltato alcuni dischi, ma non c’era
mai stato alcun contatto fino a quel momento. Comunque, come dici
tu, c’è un interesse per quello che sta nascendo qua.
Nessuno dice che l’Italia sia il nuovo Eldorado del Rock.
Però all’estero ci sono persone molto curiose che vanno
a cercarsi cose diverse da quelle che gli vengono propinate. Inoltre
penso che la musica anglosassone in questo periodo non stia tirando
fuori cose particolarmente interessante, anzi… per questo
loro son portati ad andare a cercare fuori e son contento che abbiano
trovato qualcosa qua da noi”.
Ho
letto che voi non tenete tanto al successo di questo disco all’estero
per un ritorno economico, quanto per avere una seconda opportunità.
Però puntate a mercati importanti, come Canada e Stati Uniti
e quindi necessariamente una cosa presuppone l’altra…
“Chi lo sa. Guarda i Lacuna Coil, erano un
gruppo totalmente sconosciuto ai più, adesso sta sfondando
in America (miglior band heavy metal per una prestigiosa rivista
statunitense, n.d.r.). Sono molto contento per loro, non è
il mio genere di musica ma si meritano in pieno questo successo,
ottenuto lavorando molto duramente. E’ così che si
fanno le cose. Nella mia esperienza musicale negli Usa, quando ho
suonato in tour coi Twilight Singers, ho visto che lì c’è
una meritocrazia che magari, a livello sociale, è spietata,
ma dal punto di vista artistico funziona alla grande. Per noi, comunque,
la cosa importante era riuscire ad uscire dalla routine. Certo,
è una routine dorata e meravigliosa, però il Paese
è questo e quando suoni 120 concerti all’anno, tutti
gli anni e il tuo pubblico sa anche dove vai a mangiare, alla fine
è davvero molto difficile trovare una condizione avventurosa
che ti porti ad osare. Per noi l’estero è questo, poi
venga quel che deve venire. Io son conscio che a 39 anni non posso
permettermi di rifare 15 anni di gavetta anche all’estero”.
Avete
inserito “The bed” di Lou Reed proprio per il mercato
Usa. E’ una bella cover, ma come avete pensato ad un brano
che è certamente tra i meno battuti dai circuiti commerciali?
“Beh,
Lou Reed è un nostro amore da sempre. I Velvet,
assieme ai Joy Division son stati due tra i gruppi
principali della mia adolescenza; sicuramente due gruppi che hanno
fatto cambiare il mio rapporto con la musica. Questo pezzo viene
da “Berlin”(1973, n.d.r.), uno degli album più
belli di Lou Reed anche se, come dicevi, tra i meno esplorati, sicuramente
tra i miei preferiti di sempre. E’un pezzo che ho sempre cercato
di non trattare con troppa sacralità, ma non ci sono mai
risucito. Greg ha aiutato tutti noi a riconquistare un rapporto
di leggerezza con la musica. Siamo una band di rock’n’roll,
dobbiamo essere orgogliosi di essere una band di rock’n’roll,
è una figata, non è un limite; grazie a questo atteggiamento
siamo di nuovo in grado di affrontare cose molto impegnative, perché
lo facciamo ora col solo desiderio di emozionare e di emozionarci”.
Avete
cambiato completamente la masterizzazione perché –
dicevi - nella versione italiana era troppo “stretta”.
Il suono finale di “Ballads” ne esce molto diverso…
“Si, ora non ti
starò a dire che son due dischi diversi. Non è vero,
son le stesse canzoni con gli stessi contenuti. Anzi, questa operazione
c’è già costata un mare di critiche, perché
dicono che è lo stesso disco. Son d’accordo, ma questa
era l’operazione per l’estero. In Italia l’abbiam
fatto riuscire come documento. Tra l’altro, a mio avviso era
grottesco che uscisse in tutto il mondo e non in Italia. Chi non
vuole comprarlo, può non comprarlo (ride), questo non è
un grosso problema. Tornando alla tua domanda, è lo stesso
disco però suona in modo radicalmente diverso; son diversi
i mix, c’è una canzone in più, l’inglese
cambia volto alle canzoni e, come sottolineavi, è questa
masterizzazione che non è una cosa da poco. Il disco ora
suona più vicino a quello che volevamo noi all’inizio:
più aggressivo, più sporco, meno intubato, con una
compressione completamente diversa. I master americani hanno tutto
un altro tipo di suono; magari hai la voce in faccia, però
hai un certo tipo di “power” dalla canzone. Per cui,
abbiamo avuto la possibilità di fare un disco con il senno
di poi. Se ci pensi, quante persone che fanno uscire un disco poi
hanno la possibilità di rifarlo? Noi, invece abbiamo avuto
sei mesi in più per dire ‘Cosa avremmo cambiato qui?’
E l’abbiamo fatto”.
Lasciamo
“Ballads”. Nel 2004 hai avuto la possibilità
di fare una cover di “Gioia e rivoluzione” per la quale
mi tenevo da tempo in serbo i complimenti da farti, sia da appassionato
di musica, sia da spettatore di cinema; sia dal punto di vista musicale
che dal punto di vista visivo aveva un impatto fortissimo. Credo
che tu abbia sentito moltissimo l’impegno di impersonare uno
dei tuoi idoli musicali
“Grazie.
Guarda, di solito noi affrontiamo sempre le cover destrutturandole,
proprio per ridare vita ad una canzone, altrimenti è sempre
meglio l’originale. Questa volta la cosa era un po’
diversa, perché dovevamo interpretare un ruolo ben preciso;
la canzone doveva essere ben riconoscibile, doveva essere quella
canzone, perché era importante per il film. Per cui non siamo
andati molto lontano dalla versione originale. C’è
venuto in mente di fare un intro un po’ più lento,
per poi rientrare nella parte ritmica in modo ancora più
violento dell’originale, meno festaiolo e un po’ più
aggressivo. Poi, sai, quando tocchi i mostri sacri, come sempre
ti scontri contro un muro, ma è giusto così, anche
perché gli Area e Demetrio Stratos erano
inarrivabili e avevano un concetto della musica completamente diverso
dal nostro. Ti ringrazio per quello che hai detto. Anche Fariselli,
durante la presentazione del film ci ha fatto i complimenti pubblicamente
e questo, come puoi immaginare, mi ha fatto molto molto piacere”.
Avete
un’attrazione particolare per le cover. Di “The bed”
e “Gioia e rivoluzione” abiamo detto. Per la serie “non
tutti sanno che”, una cover di Rino Gaetano, “Mio fratello
è figlio unico” è stato il vostro primo pezzo
in italiano. Era il 1993. Una scelta particolare…
“Sinceramente non
c’era una necessità specifica e non eravamo neanche
particolarmente fans di Rino Gaetano. Poi “Arezzo Wave”,
Festival al quale da sempre siamo particolarmente legati, ci ha
chiesto di partecipare a questa compilation che si chiamava “E
cantava le canzoni”. Noi sapevamo che Rino era un artista
fuori dal coro e così ci sentivamo anche noi, forse un po’
presuntuosamente. Quindi, nonostante non conoscessimo molte cose
di Gaetano, ci sentivamo molto vicini a lui. Oggi mi piace pensare
che quella vicinanza ci abbia portato fortuna. Risentendola, ancora
oggi, mi sembra che abbia ancora una freschezza ed una sincerità
immutate. Son molto contento di averla scelta”.
E,
dulcis in fundo, la cover de “La canzone popolare”,
come omaggio a Ivano Fossati. Conosco un centinaio di persone che
sarebbero interessate a saperne di più su questa scelta
“Fossati è
un artista molto, molto diverso musicalmente dalle cose che facciamo
noi. Anche Rino Gaetano lo era, però lui era più adattabile
da un certo punto di vista. Voglio dire, prendi una sua canzone,
la puoi anche storpiare, ma rimane sempre Rino Gaetano. Con Fossati
è decisamente diverso. A noi piacevano molto i suoi testi,
che sono sempre di altissimo livello. Musicalmente, invece, è
distante milioni di anni luce da noi. Allora la Canzone Popolare
era quella che meglio si prestava ad essere reinterpretata. Già
nella sua versione originale era un pezzo Rock, o quasi. Abbiamo
provato a farla e, come sempre, facciamo le cose solo quando funzionano.
Se non funzionano, abbandoniamo l’idea. In quel caso ci siamo
divertiti e questo era il segnale che la cosa andava. Tra l’altro,
siamo entrati in studio e, nel giro di quattro ore l’avevamo
registrata e mixata”.
Tu
cosa ascolti?
“Tantissima
musica italiana. Soprattutto quei personaggi coi quali poi cerco
di collaborare: Marco Parente, Cesare Basile e Amerigo Verardi,
che per me è uno dei più bravi scrittori di Rock che
abbiamo in Italia. Poi cose nuove, come Marta sui Tubi,
Perturbazione, ce ne sono tanti… Credo ci sia della
freschezza che faccio fatica a ritrovare nelle produzioni internazionali,
c’è sicuramente più passione. Poi ascolto i
classici del Rock, ma anche tanto jazz, la classica (ho studiato
nove anni il pianoforte classico), un po’ d’elettronica.
L’unica cosa che mi annoia mortalmente è l’avanguardia
e trovo ridicola l’avanguardia nel Rock; secondo me sono gli
ignoranti dell’avanguardia che si danno al Rock (ride)”.
Voi
fate altro, però avete visto che c’è un gran
ritorno della musica popolare italiana. La cosa particolare è
che ai concerti di questi gruppi ci sono un sacco di ragazzi di
quindici-sedici anni. Tutto questo nonostante gruppi favolosi come
Tancaruja, Fiamma Fumana, Musicanti del Piccolo Borgo non possano
assolutamente contare su media o circuiti commerciali. Voi siete
attenti a questa realtà?
“Guarda,
ci son due discorsi diversi da fare. Come genere musicale, come
dicevi tu, non mi interessa, non è il mio genere. Sarei falso
a dirti si, ascolto, seguo questa musica… Il fatto invece
di recuperare le radici in un certo modo, anche se io non lo faccio
direttamente coi miei progetti, è però molto interessante.
E’ particolare quello che dici, che non ci sono media dedicati
a questo genere, tanto che i Fiamma Fumana son
molto più famosi negli Stati Uniti che qua. Però è
anche vero che un certo amore per queste cose a volte è moda:
sto pensando alla taranta, tanto per fare un esempio. Ecco, è
un po’ un peccato che tutto venga mercificato così
e che venga tutto consumato con questa velocità. E’
poi una delle cose che io odio di più del nostro tempo, che
è poi il tempo di Internet. Mi spiego: Internet è
una cosa meravigliosa, usata però in maniera pessima. E’
una maniera superficiale e veloce e questo ti porta a pensare, concepire
e vivere le cose così. Tornando al tuo discorso, è
vero che mancano i canali dedicati, ma un movimento del genere dovrebbe
poter contare su una tradizione popolare vera, che spinga dal basso.
La mia esperienza coi Tora Tora è questa; un evento serve
a far parlare di qualcosa, ma se manca la spinta dal basso alla
fine l’evento è fine a se stesso e muore lì”.
Parlavi
prima delle tue numerose produzioni. C’è qualcuno che
ancora non produci e che ti piacerebbe produrre? Possiamo estendere
il gioco anche ai cantanti più affermati, se vuoi…
“In Italia,
si, ci sono un paio di progetti interessanti. Mi piacerebbe far
qualcosa con Amerigo Verardi. Fra i gruppi nuovi mi piacciono molto
One Dimensional Man, i già citati Marta sui Tubi.
Sono però realtà con un’identità molto
forte, che per questo non hanno bisogno di me. Quindi non so se
il ruolo di produttore sia quello giusto; piuttosto ci collaborerei
come musicista. E’ vero che il fatto che io non faccia più
produzioni da due o tre anni (l’ultimo se non sbaglio è
stato Marco Parente) è proprio dovuto al fatto che non ho
trovato niente di davvero eccitante, oltre al fatto di essermi concentrato
totalmente sugli After”.
Ti
aspettiamo ad aprile, allora. In concerto e, se vorrete, in diretta
su Radio Città Aperta
“Volentieri, grazie”.
Intervista
effettuata il 23febbraio 2006
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