| La
prima domanda ce la fa lui. Appena entrato nei nostri studi, Mimmo
Locasciulli chiede: “Ma come mai non ci eravamo ancora incontrati?”.
In effetti, Mimmo sembra di casa a Città Aperta; guarda i
quadri e i poster che raccontano la nostra storia, chiede, commenta,
ricorda, racconta…
Gli spieghiamo che la nostra redazione musicale è relativamente
giovane, anche se ognuno di noi conosce tutta la sua produzione,
dal famoso Q Disc, a “Sglobal”, passando per l’inno
generazionale “Intorno a trent’anni” e l’amicizia
con Francesco De Gregori. Così, Mimmo mi guarda e, con tutta
la spontaneità che si potrebbe riservare ad un vecchio amico,
mi dice: “Beh, allora andiamo a farci quattro chiacchiere”.
Andiamo, allora!
Ovviamente, lo spunto iniziale per la nostra conversazione è
l’usicta di “Sglobal”, sedicesimo disco di una
carriera coerente, pressoché impeccabile, a dimostrazione
del fatto che non è necessario perdere la bussola (e a volte
la testa) col passare delle stagioni.
Un
lavoro decisamente ricco e variegato, che si avvale della collaborazione
di numerosi amici e colleghi…
“Si,
fortunatamente rispondono ancora alle chiamate (ride). Io non amo
le collaborazioni scientificamente programmate. Mi piace avere rapporti
di amicizia e di stima con altri artisti e viaggio sull’onda
dell’emotività, piuttosto che su quella del calcolo.
Ad esempio, avevo lavorato sedici anni fa con i musicisti di Tom
Waits, tra i quali Marc Ribot e in questo disco volevo proprio le
sonorità della chitarra di Ribot. Con lui c’è
un bel clima di amicizia, così come con Greg Cohen, con il
quale sono già 18 anni che si collabora. Poi le novità…
innanzitutto Frankie Hi-Nrg, il cui nome incute timore nel mondo
dei cantautori (ride)…”
No,
beh, timore... Però, ecco, qualcuno potrebbe immaginarlo
lontano anni luce dal tuo mondo. Invece mi dicevi che hai proprio
cercato questa collaborazione perché lo reputi un ragazzo
molto intelligente, che ha da dire un sacco di cose…
“E’
chiaro che nella mia vita mi son passati vicino molti stili e generi
musicali diversi. Molte nuvole passano, altre restano. Il rap in
effetti non è un genere a me vicino, però l’intelligenza
e la cultura che Frankie ha messo nelle sue canzoni mi hanno sempre
colpito. Era un anno e mezzo che pensavo a questa collaborazione.
Quando ho avuto l’idea di ‘Sglobal’ è venuto
automatico associare il suo nome a questo progetto. Ma non è
l’unico esempio. Anche con Stefano di Battista si può
fare lo stesso discorso: il jazz non è proprio la mia musica,
ma chi meglio di Stefano poteva sottolineare i movimenti e i motivi
di una canzone? Lui ha questo stile, questo cuore musicale che mi
ricorda a volte Gato Barbieri di ‘Bolivia’ (1973, n.d.r.).
Ci sono sfumature nel suo modo di suonare il sassofono che mi intrigavano
molto e mi emozionavano. Infine, anche per quanto riguarda Alex
Britti, non ho mai scritto una canzone dal sapore blues. Ma quando
ho scritto ‘Aiuto’, piuttosto di ricorrere ad un turnista
ho voluto Alex al mio fianco. Quindi, come vedi, non sono calcoli
ma rapporti di amicizia e di stima; è stata quasi una necessità
chiamare queste persone per il mio lavoro”.
Leggevo
che “Sglobal” in particolare, ma anche altre tracce,
sono un atto d’accusa del controllo al quale siamo sottoposti
quotidianamente: bancomat, carte di credito, computer, cellulari…
tutto lascia una traccia, una scia della nostra presenza in base
alla quale, poi, è facile controllarci per gli scopi più
impensabili. Però, Mimmo volevo chiederti: noi siamo persone
per bene: non scaliamo Antonvenete, non compriamo sentenze, non
vendiamo campionati. In definitiva, abbiamo poco da nascondere…
“No,
ma vedi, non è tanto il voler nascondere qualcosa. Non puoi
fare a meno di constatare che viviamo in un mondo di controlli e
condizionamenti. E’ vero, come dici, che non abbiamo nulla
da nascondere e quindi nulla da temere, però il fatto di
essere continuamente controllati porta inevitabilmente a condizionamenti
e, di conseguenza, ad una limitazione della libertà. Ora,
il mio non è un atteggiamento politico, altrimenti il cd
si sarebbe chiamato “No Global”. Invece, la ‘S’
privativa intende dare proprio una connotazione più culturale,
di cultura umana rispetto alla globalizzazione, segnatamente dal
punto di vista del condizionamento e del controllo”.
Nel
tuo lavoro, però, si parla anche di altri temi. Uno, molto
importante, è contenuto nella canzone “1904”,
frutto della collaborazione con il gruppo svizzero “Patent
Ochsner” che conosci da tempo. Una frase su tutti, la trovo
decisamente illuminante nella sua semplicità: “Ieri
i urlavano i gerarchi / Oggi i figli ci riprovano / e il bianco
si trasforma in nero”. Facile intuire che si parla di nazismo
e di pericolosi rigurgiti che qualcuno cerca di far passare come
fenomeni folkloristici, con revisionismi che cercano di confondere
Storia e tragedie dell’umanità in un unico calderone…
“Certo.
Io ormai credo di avere una certa esperienza della vita. Vedere
ragazzi che intonano pericolosi slogan e sentire che questi episodi
vengono classificati semplicemente come imbecillità, beh,
mi fa un po’ paura. Non è vero che can che abbaia non
morde. Anche perché poi, dietro a quei ragazzi, c’è
sicuramente qualcuno nella stanza dei bottoni che li sa manovrare.
Il risultato qual è: intolleranza, razzismo, xenofobia, antisemitismo…
e ora l’anti islamismo. Il gruppo svizzero al quale facevi
riferimento è un gruppo bernese, che canta in dialetto bernese
e quindi è molto famoso nella Svizzera tedesca e nel sud
della Germania. Il loro nome significa letteralmente ‘bidone
della spazzatura’. Sono ragazzi che hanno una carica invidiabile,
viaggiano sui cento concerti l’anno. Io collaboro con loro
da tre, quattro anni ed avevo già tradotto una loro canzone.
Mi piace molto il loro approccio letterario e poetico con la musica.
Perché vedi, anche nell’analizzare un tema come i rigurgiti
neofascisti, si fa presto a cadere nello slogan, nella retorica.
Io ho amato quello che scrive Frankie Hi-nrg proprio perché
lui non cade nello slogan ed ho ritrovato questo stesso pregio anche
nei Patent Ochsner”.
Poi
c’è la meravigliosa “Anna di Francia”,
scritta insieme a Guido Elle che – diciamolo! – è
tuo figlio…
“Ebbene
si. All’inizio abbiamo cercato di nasconderlo, ma è
stato inutile (ride). Con lui avevo già scritto ‘L’inverno’,
nel disco precedente. Mi piace molto il suo modo di scrivere canzoni
sentimentali e romantiche, molto vicino alla scrittura del Tom Waits
delle ballate. Tanto è vero che un comune amico chitarrista
(conoscendo la traccia in questione) gli ha detto: ‘Non farla
sentire a tuo padre, sennò te la frega’ (ride)”.
L’idea
è tratta da un film, con Meryl Streep. Forse sei stato stregato
dalle immagini?
“Mah,
sai, io sono sempre stato affascinato dalle storie dei perdenti.
Ma non per vezzo, ma perché è più facile entrare
in comunicazione col cuore dei perdenti. Avevo visto questo film,
peraltro un bellissimo film, che narra di senza casa, di emarginati.
La Streep, nella storia, si chiamava Helen, ma come metrica non
mi andava bene. Così ho optato per Anna. Poi, casualmente,
a disco e copertina ormai pronti, mi hanno detto che esisteva un
brano di Claudio Lolli che si chiama ‘Anna di Francia’.
Allora mi sono ricordato che c’è un bellissimo disco
di Claudio, “Ho visto anche degli zingari felici” del
1975, dove in effetti c’è un brano con quel titolo.
Così gli ho scritto e gli ho chiesto scusa e perdono per
questa sorta di plagio non voluto…”
Tra
le tue molteplici attività c’è anche quella
di produttore, ti occupi del già citato Lolli, Goran Kuzminac,
Alessandro Haber… ma come fai???
“Con
amore, con tanto amore (ride)”.
Ricordiamo
peraltro che la tua principale attività è quella di
medico. A proposito di questo, volevo narrare un aneddoto che mi
ha molto divertito. Tempo fa sei rimasto vittima di un lieve incidente
in moto. Nonostante il piede si gonfiasse, ti sei voluto recare
comunque in ospedale perché avevi alcuni interventi da effettuare…
confermi tutto?
“Si,
si, mi si gonfiò il piede come una zampogna, tanto per restare
in tema di musica… Ma sai, non ritengo di aver fatto nulla
di straordinario. Lì per lì, poi, non mi faceva neanche
molto male. Poi, a forza di stare in piedi, ho dovuto soffrire (ride)”.
Fra
l’altro, proprio nei giorni scorsi il tuo bi-collega (di musica
e di bisturi) Enzo Jannacci ha dichiarato che lui non trova sicuro
operare ascoltando musica, ma preferisce ascoltarla alla fine, per
rilassarsi. Tu come ti regoli?
“Per
noi è facoltativo… lasciamo decidere al paziente, anche
sul genere musicale. Magari escluderei un ‘Requiem’
di Mozart (ride)”
Senti
Mimmo, qualche tempo fa cantavi “Intorno a trent’anni”.
Quella canzone mi ha accompagnato a lungo, la trovavo così
gradevole… Nei giorni scorsi, quando ti ho contattato, mi
è subito tornata in mente ed ho pensato che la generazione
che cantavi in quella canzone è la famosa generazione che
non è mai cresciuta, quella con la sindrome di Peter Pan
narrata in decine di libri e film…
“Si,
è vero. Per me, scrivere canzoni non è mai seguire
una regola, anzi… per me è come salire in macchina
da ubriaco: sai dove parti, ma non dove arriverai. E quella, più
che una canzone, era una formale protesta nei confronti del calendario
che girava dalle pagine dei venti a quelle dei trenta. All’epoca,
nonostante già lavorassi ed avessi già famiglia, la
sola idea di entrare nel mondo dei trent’anni costituiva per
me un’intollerabile assunzione di responsabilità. Giustamente,
come hai ricordato prima, non volendo assolutamente crescere, mi
sono rifugiato in questa canzone, che ancora propongo spesso e volentieri
dal vivo. In fin dei conti, non mi sono fatto il trapianto di capelli
come l’ex premier, non mi sono arreso alla chirurgia estetica,
almeno lasciatemi quest’inno!”.
Qualche
giorno fa, sulla Stampa, Gabriele Ferraris ti ha dedicato una frase
che a mio avviso ti inquadra alla perfezione:”…uno che
fa belle canzoni da trent’anni anche se non vive di canzoni”.
“Sai
cos’è? Dopo 30 anni di attività, uno ha l’impressione
di aver parlato quasi di tutto. Non è facile, ogni volta
che tiri fuori un disco, proporre qualcosa di nuovo. I primi dischi
hanno una fortissima impronta, c’è poco da fare. Anche
se poi io ho cominciato a fare dischi a 20 anni. Allora avevo 20
anni di vita e quindi di esperienze e sensazioni. Oggi, tra un disco
e l’altro, metto un po’ di tempo, non riesco ad essere
iperproduttivo. Insomma, se prima a 20 anni scrivevo 10-15 canzoni
al giorno e magari quelle che non mi piacevano le buttavo, oggi
è facile che io abbia un’idea musicale precisa, con
una precisa idea di testo. E’ successo così con ‘Sglobal’:
volevo scrivere una canzone sull’argomento del controllo e
del condizionamento e l’ho lasciata lì, a sedimentare.
Dopo un po’, ci son ritornato a lavorare, con una nuova intuizione,
cioè quella di voler fare questo pezzo con Frankie”.
Il
disco si chiude con una traccia dedicata ad Hemingway. Hai dichiarato
che già Paolo Conte aveva fatto una fotografia molto precisa
di questo autore. Il ritratto che già esisteva ti ha limitato
o ispirato?
“Beh,
io amo moltissimo Ernest Hemingway, come tanti altri scrittori di
quella generazione. Paolo Conte ha fatto un bellissimo ritratto
guardando tutto dal mondo del jazz, un mondo frizzante, luminoso.
Per me Hemingway rappresenta il tipo di scrittore non omologato,
poco scrittore, poco letterato, giramondo. Tra l’altro ho
letto moltissime volte un suo libro poco conosciuto, ‘Festa
mobile’, un diario degli anni passati a Parigi. L’ho
immaginato in una difficoltà umana ed artistica, ai giardini
Lussemburgo, dove spesso stazionava, come se cercasse la bussola
di sé stesso. Quindi un’immagine più crepuscolare,
notturna, rispetto a quella descritta da Paolo Conte”.
A proposito
di collaborazioni, so che ti piacerebbe lavorare con Carmen Consoli…
“Beh,
sai, anche lì credo che le collaborazioni non debbano nascere
da calcoli. Io ho un’enorme ammirazione per questa artista
che è nata e cresciuta senza la spinta delle case discografiche.
Eravamo insieme alla Polygram ed ho avuto modo di apprezzare un
tipo di canzone, di vocalità e di scrittura che nessuno aveva.
Quindi l’ho ammirata dal primo disco. Carmen è poi
riuscita in quindici anni di attività a non tradire sé
stessa e questo è molto importante. Se dovessi pensare ad
una canzone con un’interprete femminile, questa è sicuramente
Carmen Consoli”.
Beh,
Carmen, se sei all’ascolto, questa è una dichiarazione!
Senti Mimmo, so che hai iniziato la tua carriera con un gruppo che
faceva cover di Beatles e Stones, “I Puri”. Una par
condicio ante litteram? Di solito, gli uni o gli altri…
“Ma si
(ride) eravamo un arcobaleno. In realtà noi andavano dai
Beatles agli Stones, passando attraverso Kinks, Troggs e così
via. Mamma mia, quanti ricordi!”.
Torniamo
ai giorni nostri. Parlavi prima di Polygram. Oggi hai una tua etichetta.
Non sei il primo artista che fa questa scelta, volevo chiederti
come mai hai optato per un’etichetta personale
“In realtà
la Hobo esiste da 22 anni ed è stata per tanto tempo una
società di produzioni musicali. Ma una decina d’anni
fa ho creato proprio l’etichetta Hobo (nonostante allora fossi
in Polygram) per produrre un giovane rocker tarantino, Stefano Delacroix.
Poi ho prodotto Kuzminac, Haber, Lolli… Fino al 2002, effettivamente,
la mia etichetta non produceva le mie canzoni. Il primo disco è
stato proprio ‘Aria di famiglia’, poi due anni fa ‘Piano
piano’ ed ora questo. Cosa cambia? Ora sono il direttore artistico
di me stesso, non ho più quel controllo (tanto per tornare
al tema di ‘Sglobal’) da parte della discografia ufficiale.
Tra l’altro, i miei attuali distributori (la Egea Music, n.d.r.)
si rivolgono ad un pubblico che ama il jazz, la world music e questo
mi fa sentire più libero. Il mondo del pop, infatti, risponde
a regole che a volte possono essere limitanti. Ti faccio un esempio:
quando nel ’90 passai dalla RCA alla Polygram, andai a fare
il disco negli USA, con i musicisti di Tom Waits. Loro mi diedero
carta bianca, massima libertà, ma quando tornai in Italia
all’allora direttore artistico della Polygram il disco non
piacque per niente. Riuscii a fare ancora un disco (‘Delitti
perfetti’, n.d.r.) ma poi mi fecero capire che se volevo continuare
a fare dischi con loro avrei dovuto cambiare sound. Sono riuscito
a fare ‘Uomini’, poi ‘Il Futuro’, un disco
di cover dei miei idoli di sempre. Quindi – scaduto il contratto
– ho deciso di affidare la fortuna dei miei dischi alla mia
etichetta. E mi sento molto più libero”.
Tra
l’altro, abbiamo nominato tutte le etichette… nominiamo
anche la BMG (ex RCA) che ha deciso di ripubblicare il tuo Q Disc,
al prezzo di 5 euro…
“Si,
devo dire che pian piano RCA e BMG hanno ripubblicato tutta la mia
discografia. Ovviamente tutto ciò mi fa felice, anche perché
da tempo ricevevo richieste da parte del mio pubblico in questo
senso”.
Vuoi
aggiungere qualcosa, Mimmo?
“Mah,
sicuramente che amo sempre di più la radio e sempre meno
la televisione. Per cui ringrazio gli ascoltatori che dedicano la
loro attenzione ai programmi radiofonici. Ringrazio anche voi di
Città Aperta e vi faccio un incoraggiamento da tifoso: dateci
dentro perché siete grandi”.
Intervista
effettuata nel maggio 2006
|