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BiELLE INTERVISTE
Lara Martelli : il disco che ... non esce
di Marco Cavalieri

Di nuovo qui, ad un anno di distanza, per parlare ancora di un gran bel disco. Si chiama “Cerridwen”, è il secondo disco ufficiale di Lara Martelli (una delle voci più interessanti ed intense del panorama italiano) e lo abbiamo presentato già a Radio Città Aperta, un anno fa. Già, perché c’è un unico, piccolissimo, trascurabile particolare: il disco non è ancora uscito.

Certe cose, verrebbe da dire, accadono solo da noi, dove la musica è ostaggio di persone che son tutto, fuorché musicisti. Ma poi c’è l’esempio di Fiona Apple (peraltro, casualmente, tra le artiste preferite di Lara) a testimoniare che tutto il mondo è paese. Fiona ha dovuto attendere più di un anno, mobilitare schiere di fans (che hanno addirittura inondato la casa discografica di mele, giocando sul cognome dell’artista newyorkese), creare un sito (freefiona.com, libeate Fiona!) prima che l’etichetta si decidesse a dare alle stampe “Extraordinary Machine”. Solo che – altro piccolissimo particolare - nel caso di Fiona, l’etichetta si chiamava Sony e ora, a pace fatta e lavoro uscito, lei parla di “fraintendimenti” con la major e molti invece di “furbata colossale”. Una trovata pubblicitaria come un’altra, insomma.

E allora, a questo punto possiamo anche dirlo: il fatto che un gran bel disco rimanga fermo per un anno, mentre veniamo sommersi quotidianamente da cd orrendi, a prezzi esorbitanti e in heavy rotation su (quasi) tutte le radio rimane una vergogna tutta italiana. Alè.

Però Lara Martelli è una che non si ferma: ostinata, intelligente, sicura di sé. Per lei, anche un anno di stop diventa l’occasione di non lasciare, ma raddoppiare: per l’uscita ci si riprova a settembre, ma ora il mercato di interesse non è più (solo) l’Italia, bensì l’Europa. I pezzi sono stati rielaborati, modificati, arricchiti, il gruppo di lavoro ridotto al minimo. Anche il colore dei capelli di Lara è cambiato e – conoscendola – per l’uscita del disco potrebbe cambiare ancora.

Ad un anno esatto, dunque, Lara è tornata nei nostri studi, con la sua consueta carica vitale, accompagnata dal… resto del gruppo (il bassista Francesco Aliotta). Quaranta minuti di parole e musica che son volati via troppo rapidamente per non estorcerle la promessa di tornare a suonare qualcosa dal vivo. Magari senza lasciar passare un altro anno…

A questo punto, cara Lara, la prima domanda è d’obbligo: dove eravamo rimasti e soprattutto cosa è avvenuto in un anno?

“Naturalmente abbiamo continuato a lavorare sul materiale. Del gruppo, siamo rimasti io e Francesco; facciamo tutto quanto noi due, ci diamo anche le pacche sulle spalle (ride)”.

Il lavoro, che manterrà lo stesso titolo, segna a mio avviso una svolta sotto molti punti di vista rispetto ad “Orchidea Porpora” (cd del 2001). Le sonorità sono decisamente più nordiche, oniriche, l’atmosfera si fa eterea, i testi si adeguano. Parallelamente, ho notato che la tua voce si è molto addolcita, anche se (come in “Panic”) quando c’è da graffiare lascia il segno. Mi confermi queste mie impressioni e, in caso, questo cambiamento ha coinciso con un cambiamento interiore?

“Confermo in pieno le tue impressioni. Credo, spero ci sia stata un’evoluzione negli ultimi anni. La mia voce ha subito notevoli cambiamenti di registro. E’ normale: il tempo cambia la voce, gli stravizi cambiano la voce… scuola Joplin (ride). Però, avrai notato che ci sono molte variazioni in questo lavoro; non è monotematico, abbiamo voluto dare diversi indirizzi. Diciamo che abbiamo cercato di prendere quanto più possibile dal mio bagaglio musicale (quindi dal blues, al rock, al jazz, al folk); ma riuscire a mettere insieme tutte queste cose è stato un lavoro difficile e lungo, come un collage. Per cui, si, ti confermo che ‘Cerridwen’ è e sarà un lavoro molto diverso da quel che era ‘Orchidea Porpora’; è uno stato di totale immersione in un nuovo mondo che ha completamente catturato me e Francesco”.

Peraltro, alcune di queste tracce sono disponibili in rete, all’indirizzo myspace.com/laramartelli. Sono le tracce che ci avevi presentato in radio lo scorso anno. Ricordi? Me le avevi portate in anteprima, tutta gentile e sorridente, su un demo; ma subito dopo l’intervista – con una crudeltà degna di miglior causa – te le eri riportare via. Quindi, ricordando poco di quel primo fugace ascolto, ti chiedo se e quanto hai cambiato…

“Sicuramente il tempo che è passato dal nostro ultimo incontro ad oggi ha portato a numerosi cambiamenti. Questo è normale, perché quando ti cuci un brano addosso, poi il tempo fa si che dopo un po’ esso non corrisponda più a quel che sei diventato. E’ come cercare di farti stare addosso la maglia di tre anni fa: può ancora piacerti, però… è anche giusto che sia così. Ci sono cose che sono sparite completamente, altre che sono entrate a far parte del lavoro. La cosa più importante è che sarà un disco fondamentalmente in lingua inglese, con pochi episodi in italiano. Ad esempio ‘Panic’ potrebbe avere una doppia versione, o forse non sarà così. Dipende da cosa ci sembrerà giusto fare nel momento in cui andremo a chiudere il lavoro”.

Ecco, l’italiano e l’inglese. Tu sei bilingue. Ma, a differenza di molti tuoi colleghi che hanno cominciato a cantare in inglese e poi sono arrivati all’italiano, tu hai fatto il percorso inverso. Ma per chi, come te, scrive testi che sono poesie, l’italiano non offre una maggiore ricchezza? E non temi che l’inglese (sicuramente più musicale) possa escludere molti dalla comprensione immediata di quel che narri?

“Ma sai… sulla ricchezza della lingua dipende se ti chiami Nick Drake o Robbie Williams. La lingua va avanti con le capacità che ognuno ha. Nick Drake scriveva cose meravigliose, Nick Cave anche. Dipende da quel che vuoi fare”.

Anche perché so che state pensando in grande e che Cerridwen è un disco destinato all’Europa e non solo all’Italia…

“Ed è anche per questo che stiamo dedicando molto tempo a questo progetto. Il nostro obiettivo è uscire contemporaneamente in tutta Europa. Poi vorrei sfruttare di più il fatto di essere bilingue. Mi son ritrovata una vena compositiva in inglese che non mi aspettavo. Son riuscita a trarre ispirazione da artisti come Bjork o Emiliana Torrini, che hanno un approccio molto nordico alla lingua inglese. Non è più il classico inglese, ma quasi un’altra lingua, molto più ricca. Di conseguenza, la ricerca delle parole è anche molto più varia, molto meno usuale, è una forma esotica che riesce a rendere concetti molto forti. Il fatto di myspace.com è un esempio di quanto l’inglese possa aprirti le frontiere del mondo. Da quando ci sono i pezzi in rete, siamo entrati in contatto con comunità di musicisti canadesi, americani, inglesi… scambiandoci files collaboriamo. Questo vuol dire che, per quanto l’italiano sia una lingua meravigliosa e dobbiamo conservarla, l’inglese ti spalanca tutte le porte. Non è giusto che gruppi meravigliosi che abbiamo in Italia non riescano a farsi conoscere in tutto il mondo. Guarda i Marlene Kuntz, è un gruppo che potrebbe tranquillamente suonare tutte le sere coi Sonic Youth, così come i Giardini di Mirò. Ecco, l’inglese a quel punto diventa una scelta obbligata, se vuoi proiettarti verso l’estero… certo, a meno che tu non faccia musica latino-americana, o caraibica; ma noi a quel punto non ci siamo ancora arrivati (ride)”.

Francesco, come è nato questo progetto?

(Francesco Aliotta) “Beh, alla fine di tutto questo percorso molto travagliato, come dicevamo, siamo rimasti io e Lara ed abbiamo deciso di lavorare a casa mia, dato che ormai le tecnologie lo permettono. Ci siamo confrontati quotidianamente e abbiamo continuato a lavorare sui pezzi che già avevamo, oltre a crearne di nuovi”.

Lara, parlavi prima dell’importanza della rete. Lo scorso anno mi dicevi che prima o poi la rete avrebbe portato all’estinzione delle case discografiche, con tutte le loro prepotenze, le scelte imposte, i costi ecc. La domanda è: a che punto siamo?

“E’ quel che sta succedendo. Poi sai, ogni volta che vengo in radio rischio una causa, perché parlo e dico tutto quel che penso. Ma, se come me fai una scelta di totale indipendenza, sai subito che determinate cose non le avrai; sai che avrai vita dura, molte salite, molta fatica, molti calci nel sedere, anche da persone che credevi vicine… Poi naturalmente le case discografiche, non avendo una cultura simile alla nostra, ci mettono il cosiddetto carico da undici”.

Ma sai qual è a mio modesto avviso il problema? I discografici non sono musicisti, molti non hanno mai toccato uno strumento, non sanno distinguere un do maggiore da un do minore, non hanno mai scritto nulla; però impongono le loro scelte (anche a livello artistico) ai musicisti. Non credi?

“Guarda, ci sono anche quelli che non son più musicisti e si son messi a fare i discografici. Te ne dico un’altra… alcuni prima avevano aziende, trattavano merci, prodotti e oggi trattano le opere dei musicisti alla stessa maniera. Tu finisci per sentirti un prodotto, davvero. Nella tua ingenuità, cerchi di creare qualcosa, con molto sforzo, molta fatica e pochi fondi; poi, vai da loro, tutto fiducioso, gli proponi la tua opera, partorita tra atroci sofferenze, loro ti guardano e ti dicono ‘Si, carino, ma andrebbe rifatto, cosa ci faccio?’. E poi la frase fatidica:’Manca il singolo per le radio!’”

Manca il singolo per le radio! Un classico!

“Beh poi noi, con un singolo come ‘Panic’, ci siamo messi nella condizione di farci mandare a quel paese! L’importante è essere consci che la gioia non è gratis”.

Mandate ‘Panic’ a qualche network, poi mi dite cosa vi rispondono…

“No, ma vedi, persone intelligenti ci sono anche, sparse qua e la’…”

Si, ma probabilmente non comandano… altrimenti non si sentirebbe sempre e solo la solita immondizia (per usare un eufemismo…)

“Un pallido eufemismo!”

Parlavi prima dei tuoi sedici anni. Hai avuto il primo contratto a quindici anni. Poi, hai anche sulla coscienza una partecipazione a Sanremo, benché Rock…

“Ho vinto quella edizione, premiata dalla P.F.M. nel lontano… non ricordo neanche più quando”.

Vabbè, diciamo che ti perdono… però (qui volevo arrivare) ho letto in molte tue interviste che hai un atteggiamento molto, ma molto severo e critico nei confronti delle tue prime cose. Perché? In fondo eri una ragazzina e già si vedeva chiaramente la tua classe…

“Certo, ma poi mi confronto con altri sedicenni (magari quelli della televisione americana) e alla fine sono anche contenta. Però io credo si debba essere severi con se stessi perché bisogna riconoscere quelle che sono le proprie ingenuità. In quel periodo avevo una gran voglia di fare e di dimostrare a tutti quel che sapevo fare. Ad esempio, un tempo non avrei mai saputo interpretare Nick Drake, come ho fatto ieri sera, perché il mio unico obiettivo a sedici anni era quello di far sentire quanto ero brava. Poi la musica diventa un percorso interno, un’implosione, qualcosa che hai dentro e si manifesta in maniera totalmente differente. All’epoca non possedevo questo linguaggio e sono stata severa con me stessa come lo può essere un atleta che riguarda una sua prestazione giovanile”.

So che scrivi anche poesie, sebbene i tuoi testi siano già poesia. Che differenza c’è, per te, tra lo scrivere una poesia ed una canzone? E soprattutto: c’è differenza?

“Ma guarda, ti faccio un esempio. ‘Panic’ è nato da una frase: ‘Compito dell’aria è sostenere tutte le paure delle farfalle’. Da qui si è sviluppato poi il testo, che parla di profonda depressione, di panico appunto”.

Ecco, ma questa frase non è già poesia?

“Si, credo. Ma poi ci sono le poesie vere e proprie e musicarle diventa un’impresa. Quando la parola passa per la corda vocale nasce la poesia. Quando la si interpreta, diventa un’altra poesia. Mentre quando la mano scrive ha un approccio sulla carta estremamente diverso da quello della parola sulla corda vocale. E’ la medesima poesia, ma le sfaccettature sono talmente varie, talmente colorate che è difficile passare dall’una all’altra”.

Hai molti tatuaggi. Tu sei una persona che cambia, nel senso più positivo del termine, in continuazione; non temi la loro natura definitiva e permanente?

“No, se pensi al tuo corpo come qualcosa di passeggero. Ciò che muta, ma rimane, è la mente. Se una persona pensa e dice di se stesso che non cambia, non muta, è come sostenere che l’acqua non scorre. E questo è impossibile, il cambiare fa parte della natura umana”.

Però, ad esempio, io ho questi braccialetti di stoffa, che posso cambiare a seconda dei colori che mi piacciono in un determinato momento. Il tatuaggio è un qualcosa che resta, a parte dolorose e pericolose abrasioni…

“Ma, sai, cerco di camminare con gli occhi verso il cielo. Non mi guardo mai le braccia (ride). Sono cose che mi accompagnano da sempre, ormai non ci faccio più caso. Hanno rappresentato ognuno un momento della mia vita. Poi, tutto quel che era in eccesso l’ho tolto; ero piena di anelli, bracciali…”.

Senti, io e te abbiamo questa grande passione per gli Anni 70, io perché sono vecchio e tu perché hai una cultura musicale invidiabile. Sai che ascolto la radio tutto il giorno e mi capita quasi sempre di girare, girare e alla fine quando mi fermo è sempre su un classico di Janis Joplin, dei Doors o dei Jefferson. Hai anche tu la spiacevole sensazione che si sia fermato un po’ tutto e che poco di quel che esce di nuovo sia all’altezza? Francesco annuisce…

“E’ la verità. Ora te ne racconto una. Come tutti i musicisti, ho dovuto imparare a sopravvivere e faccio la dj nei club. Cerco di portare avanti una selezione musicale, che poi non è altro che proporre agli altri quel che ami sentire tu. E quel che dici è vero, non posso dire di no, perché quando faccio la mia selezione, preferisco che alla fine della serata qualcuno venga a chiedermi ‘cosa hai messo quando si son fermati tutti?’. Quel pezzo era questo artista, che amo da una vita o quell’altro artista, col quale sono cresciuta. Poi sta alla bravura del dj cercare di mixare le cose in modo da attirare l’attenzione delle persone. Perché vedi Marco, il problema è sempre l’attenzione. Se le persone avessero la possibilità di sentire più spesso per radio Drake o Devendra Banhart, invece di altra robaccia, ci sarebbe una attenzione diversa anche verso tutte le altre cose che escono e cambierebbe proprio il modo di sentire”.

Oh, io volevo ricordare che oggi abbiamo parlato esclusivamente di quello che da qui in avanti farai perché sul nostro sito radiocittaperta.it ci sono ancora l’intervista relativa ad “Orchidea porpora” e quella dello scorso anno. Vuoi dare anche i riferimenti per chi viene a cercarti in rete?

“Certo. Innanzitutto myspace.com/laramartelli, per ascoltare i miei brani. Poi c’è indie-eye.com, dove è disponibile un’intervista con altri brani; inoltre, recradio.it, che è una web radio dove potete seguire le mie trasmissioni. Naturalmente c’è anche il mio sito, laramartelli.it, che tornerà disponibile da settembre”.

La foto dello scorso anno, però, l’hai tolta, eh?

“Ovviamente (ride)”.

E vabbè, è andata… Hai, a breve, date a Roma?

“Guarda, per ora non dico ancora nulla. Però ti dico che quando ripartiremo, non ci fermeremo più. Sarà un tour vero, che ci vedrà anche in giro per l’Europa”.

Allora, magari, chissà che un giorno non venga a sentirti a Dublino…

“Hai tirato fuori proprio questa città… l’hai fatto apposta?”.

Beh, lo sai che nel ’95 ho lasciato il cuore in Irlanda…

“Allora ti dico che nel nuovo lavoro ci sarà un brano dedicato all’Irlanda. Io ci ho lasciato anche un pezzo di fegato… non sai quante Guinness (ride)”.

Intervista effettuata nel luglio 2006

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