| Di
nuovo qui, ad un anno di distanza, per parlare ancora di un gran
bel disco. Si chiama “Cerridwen”, è il secondo
disco ufficiale di Lara Martelli (una delle voci più interessanti
ed intense del panorama italiano) e lo abbiamo presentato già
a Radio Città Aperta, un anno fa. Già, perché
c’è un unico, piccolissimo, trascurabile particolare:
il disco non è ancora uscito.
Certe
cose, verrebbe da dire, accadono solo da noi, dove la musica è
ostaggio di persone che son tutto, fuorché musicisti. Ma
poi c’è l’esempio di Fiona Apple (peraltro, casualmente,
tra le artiste preferite di Lara) a testimoniare che tutto il mondo
è paese. Fiona ha dovuto attendere più di un anno,
mobilitare schiere di fans (che hanno addirittura inondato la casa
discografica di mele, giocando sul cognome dell’artista newyorkese),
creare un sito (freefiona.com, libeate Fiona!) prima che l’etichetta
si decidesse a dare alle stampe “Extraordinary Machine”.
Solo che – altro piccolissimo particolare - nel caso di Fiona,
l’etichetta si chiamava Sony e ora, a pace fatta e lavoro
uscito, lei parla di “fraintendimenti” con la major
e molti invece di “furbata colossale”. Una trovata pubblicitaria
come un’altra, insomma.
E allora, a questo punto possiamo anche dirlo: il fatto che un gran
bel disco rimanga fermo per un anno, mentre veniamo sommersi quotidianamente
da cd orrendi, a prezzi esorbitanti e in heavy rotation su (quasi)
tutte le radio rimane una vergogna tutta italiana. Alè.
Però Lara Martelli è una che non si ferma: ostinata,
intelligente, sicura di sé. Per lei, anche un anno di stop
diventa l’occasione di non lasciare, ma raddoppiare: per l’uscita
ci si riprova a settembre, ma ora il mercato di interesse non è
più (solo) l’Italia, bensì l’Europa. I
pezzi sono stati rielaborati, modificati, arricchiti, il gruppo
di lavoro ridotto al minimo. Anche il colore dei capelli di Lara
è cambiato e – conoscendola – per l’uscita
del disco potrebbe cambiare ancora.
Ad un anno esatto, dunque, Lara è tornata nei nostri studi,
con la sua consueta carica vitale, accompagnata dal… resto
del gruppo (il bassista Francesco Aliotta). Quaranta minuti di parole
e musica che son volati via troppo rapidamente per non estorcerle
la promessa di tornare a suonare qualcosa dal vivo. Magari senza
lasciar passare un altro anno…
A questo
punto, cara Lara, la prima domanda è d’obbligo: dove
eravamo rimasti e soprattutto cosa è avvenuto in un anno?
“Naturalmente
abbiamo continuato a lavorare sul materiale. Del gruppo, siamo rimasti
io e Francesco; facciamo tutto quanto noi due, ci diamo anche le
pacche sulle spalle (ride)”.
Il
lavoro, che manterrà lo stesso titolo, segna a mio avviso
una svolta sotto molti punti di vista rispetto ad “Orchidea
Porpora” (cd del 2001). Le sonorità sono decisamente
più nordiche, oniriche, l’atmosfera si fa eterea, i
testi si adeguano. Parallelamente, ho notato che la tua voce si
è molto addolcita, anche se (come in “Panic”)
quando c’è da graffiare lascia il segno. Mi confermi
queste mie impressioni e, in caso, questo cambiamento ha coinciso
con un cambiamento interiore?
“Confermo
in pieno le tue impressioni. Credo, spero ci sia stata un’evoluzione
negli ultimi anni. La mia voce ha subito notevoli cambiamenti di
registro. E’ normale: il tempo cambia la voce, gli stravizi
cambiano la voce… scuola Joplin (ride). Però, avrai
notato che ci sono molte variazioni in questo lavoro; non è
monotematico, abbiamo voluto dare diversi indirizzi. Diciamo che
abbiamo cercato di prendere quanto più possibile dal mio
bagaglio musicale (quindi dal blues, al rock, al jazz, al folk);
ma riuscire a mettere insieme tutte queste cose è stato un
lavoro difficile e lungo, come un collage. Per cui, si, ti confermo
che ‘Cerridwen’ è e sarà un lavoro molto
diverso da quel che era ‘Orchidea Porpora’; è
uno stato di totale immersione in un nuovo mondo che ha completamente
catturato me e Francesco”.
Peraltro,
alcune di queste tracce sono disponibili in rete, all’indirizzo
myspace.com/laramartelli. Sono le tracce che ci avevi presentato
in radio lo scorso anno. Ricordi? Me le avevi portate in anteprima,
tutta gentile e sorridente, su un demo; ma subito dopo l’intervista
– con una crudeltà degna di miglior causa – te
le eri riportare via. Quindi, ricordando poco di quel primo fugace
ascolto, ti chiedo se e quanto hai cambiato…
“Sicuramente
il tempo che è passato dal nostro ultimo incontro ad oggi
ha portato a numerosi cambiamenti. Questo è normale, perché
quando ti cuci un brano addosso, poi il tempo fa si che dopo un
po’ esso non corrisponda più a quel che sei diventato.
E’ come cercare di farti stare addosso la maglia di tre anni
fa: può ancora piacerti, però… è anche
giusto che sia così. Ci sono cose che sono sparite completamente,
altre che sono entrate a far parte del lavoro. La cosa più
importante è che sarà un disco fondamentalmente in
lingua inglese, con pochi episodi in italiano. Ad esempio ‘Panic’
potrebbe avere una doppia versione, o forse non sarà così.
Dipende da cosa ci sembrerà giusto fare nel momento in cui
andremo a chiudere il lavoro”.
Ecco,
l’italiano e l’inglese. Tu sei bilingue. Ma, a differenza
di molti tuoi colleghi che hanno cominciato a cantare in inglese
e poi sono arrivati all’italiano, tu hai fatto il percorso
inverso. Ma per chi, come te, scrive testi che sono poesie, l’italiano
non offre una maggiore ricchezza? E non temi che l’inglese
(sicuramente più musicale) possa escludere molti dalla comprensione
immediata di quel che narri?
“Ma sai…
sulla ricchezza della lingua dipende se ti chiami Nick Drake o Robbie
Williams. La lingua va avanti con le capacità che ognuno
ha. Nick Drake scriveva cose meravigliose, Nick Cave anche. Dipende
da quel che vuoi fare”.
Anche
perché so che state pensando in grande e che Cerridwen è
un disco destinato all’Europa e non solo all’Italia…
“Ed è
anche per questo che stiamo dedicando molto tempo a questo progetto.
Il nostro obiettivo è uscire contemporaneamente in tutta
Europa. Poi vorrei sfruttare di più il fatto di essere bilingue.
Mi son ritrovata una vena compositiva in inglese che non mi aspettavo.
Son riuscita a trarre ispirazione da artisti come Bjork o Emiliana
Torrini, che hanno un approccio molto nordico alla lingua inglese.
Non è più il classico inglese, ma quasi un’altra
lingua, molto più ricca. Di conseguenza, la ricerca delle
parole è anche molto più varia, molto meno usuale,
è una forma esotica che riesce a rendere concetti molto forti.
Il fatto di myspace.com è un esempio di quanto l’inglese
possa aprirti le frontiere del mondo. Da quando ci sono i pezzi
in rete, siamo entrati in contatto con comunità di musicisti
canadesi, americani, inglesi… scambiandoci files collaboriamo.
Questo vuol dire che, per quanto l’italiano sia una lingua
meravigliosa e dobbiamo conservarla, l’inglese ti spalanca
tutte le porte. Non è giusto che gruppi meravigliosi che
abbiamo in Italia non riescano a farsi conoscere in tutto il mondo.
Guarda i Marlene Kuntz, è un gruppo che potrebbe tranquillamente
suonare tutte le sere coi Sonic Youth, così come i Giardini
di Mirò. Ecco, l’inglese a quel punto diventa una scelta
obbligata, se vuoi proiettarti verso l’estero… certo,
a meno che tu non faccia musica latino-americana, o caraibica; ma
noi a quel punto non ci siamo ancora arrivati (ride)”.
Francesco,
come è nato questo progetto?
(Francesco
Aliotta) “Beh, alla fine di tutto questo percorso molto travagliato,
come dicevamo, siamo rimasti io e Lara ed abbiamo deciso di lavorare
a casa mia, dato che ormai le tecnologie lo permettono. Ci siamo
confrontati quotidianamente e abbiamo continuato a lavorare sui
pezzi che già avevamo, oltre a crearne di nuovi”.
Lara,
parlavi prima dell’importanza della rete. Lo scorso anno mi
dicevi che prima o poi la rete avrebbe portato all’estinzione
delle case discografiche, con tutte le loro prepotenze, le scelte
imposte, i costi ecc. La domanda è: a che punto siamo?
“E’
quel che sta succedendo. Poi sai, ogni volta che vengo in radio
rischio una causa, perché parlo e dico tutto quel che penso.
Ma, se come me fai una scelta di totale indipendenza, sai subito
che determinate cose non le avrai; sai che avrai vita dura, molte
salite, molta fatica, molti calci nel sedere, anche da persone che
credevi vicine… Poi naturalmente le case discografiche, non
avendo una cultura simile alla nostra, ci mettono il cosiddetto
carico da undici”.
Ma
sai qual è a mio modesto avviso il problema? I discografici
non sono musicisti, molti non hanno mai toccato uno strumento, non
sanno distinguere un do maggiore da un do minore, non hanno mai
scritto nulla; però impongono le loro scelte (anche a livello
artistico) ai musicisti. Non credi?
“Guarda,
ci sono anche quelli che non son più musicisti e si son messi
a fare i discografici. Te ne dico un’altra… alcuni prima
avevano aziende, trattavano merci, prodotti e oggi trattano le opere
dei musicisti alla stessa maniera. Tu finisci per sentirti un prodotto,
davvero. Nella tua ingenuità, cerchi di creare qualcosa,
con molto sforzo, molta fatica e pochi fondi; poi, vai da loro,
tutto fiducioso, gli proponi la tua opera, partorita tra atroci
sofferenze, loro ti guardano e ti dicono ‘Si, carino, ma andrebbe
rifatto, cosa ci faccio?’. E poi la frase fatidica:’Manca
il singolo per le radio!’”
Manca
il singolo per le radio! Un classico!
“Beh
poi noi, con un singolo come ‘Panic’, ci siamo messi
nella condizione di farci mandare a quel paese! L’importante
è essere consci che la gioia non è gratis”.
Mandate
‘Panic’ a qualche network, poi mi dite cosa vi rispondono…
“No,
ma vedi, persone intelligenti ci sono anche, sparse qua e la’…”
Si,
ma probabilmente non comandano… altrimenti non si sentirebbe
sempre e solo la solita immondizia (per usare un eufemismo…)
“Un pallido
eufemismo!”
Parlavi
prima dei tuoi sedici anni. Hai avuto il primo contratto a quindici
anni. Poi, hai anche sulla coscienza una partecipazione a Sanremo,
benché Rock…
“Ho vinto
quella edizione, premiata dalla P.F.M. nel lontano… non ricordo
neanche più quando”.
Vabbè,
diciamo che ti perdono… però (qui volevo arrivare)
ho letto in molte tue interviste che hai un atteggiamento molto,
ma molto severo e critico nei confronti delle tue prime cose. Perché?
In fondo eri una ragazzina e già si vedeva chiaramente la
tua classe…
“Certo,
ma poi mi confronto con altri sedicenni (magari quelli della televisione
americana) e alla fine sono anche contenta. Però io credo
si debba essere severi con se stessi perché bisogna riconoscere
quelle che sono le proprie ingenuità. In quel periodo avevo
una gran voglia di fare e di dimostrare a tutti quel che sapevo
fare. Ad esempio, un tempo non avrei mai saputo interpretare Nick
Drake, come ho fatto ieri sera, perché il mio unico obiettivo
a sedici anni era quello di far sentire quanto ero brava. Poi la
musica diventa un percorso interno, un’implosione, qualcosa
che hai dentro e si manifesta in maniera totalmente differente.
All’epoca non possedevo questo linguaggio e sono stata severa
con me stessa come lo può essere un atleta che riguarda una
sua prestazione giovanile”.
So
che scrivi anche poesie, sebbene i tuoi testi siano già poesia.
Che differenza c’è, per te, tra lo scrivere una poesia
ed una canzone? E soprattutto: c’è differenza?
“Ma guarda,
ti faccio un esempio. ‘Panic’ è nato da una frase:
‘Compito dell’aria è sostenere tutte le paure
delle farfalle’. Da qui si è sviluppato poi il testo,
che parla di profonda depressione, di panico appunto”.
Ecco,
ma questa frase non è già poesia?
“Si,
credo. Ma poi ci sono le poesie vere e proprie e musicarle diventa
un’impresa. Quando la parola passa per la corda vocale nasce
la poesia. Quando la si interpreta, diventa un’altra poesia.
Mentre quando la mano scrive ha un approccio sulla carta estremamente
diverso da quello della parola sulla corda vocale. E’ la medesima
poesia, ma le sfaccettature sono talmente varie, talmente colorate
che è difficile passare dall’una all’altra”.
Hai
molti tatuaggi. Tu sei una persona che cambia, nel senso più
positivo del termine, in continuazione; non temi la loro natura
definitiva e permanente?
“No,
se pensi al tuo corpo come qualcosa di passeggero. Ciò che
muta, ma rimane, è la mente. Se una persona pensa e dice
di se stesso che non cambia, non muta, è come sostenere che
l’acqua non scorre. E questo è impossibile, il cambiare
fa parte della natura umana”.
Però,
ad esempio, io ho questi braccialetti di stoffa, che posso cambiare
a seconda dei colori che mi piacciono in un determinato momento.
Il tatuaggio è un qualcosa che resta, a parte dolorose e
pericolose abrasioni…
“Ma,
sai, cerco di camminare con gli occhi verso il cielo. Non mi guardo
mai le braccia (ride). Sono cose che mi accompagnano da sempre,
ormai non ci faccio più caso. Hanno rappresentato ognuno
un momento della mia vita. Poi, tutto quel che era in eccesso l’ho
tolto; ero piena di anelli, bracciali…”.
Senti,
io e te abbiamo questa grande passione per gli Anni 70, io perché
sono vecchio e tu perché hai una cultura musicale invidiabile.
Sai che ascolto la radio tutto il giorno e mi capita quasi sempre
di girare, girare e alla fine quando mi fermo è sempre su
un classico di Janis Joplin, dei Doors o dei Jefferson. Hai anche
tu la spiacevole sensazione che si sia fermato un po’ tutto
e che poco di quel che esce di nuovo sia all’altezza? Francesco
annuisce…
“E’
la verità. Ora te ne racconto una. Come tutti i musicisti,
ho dovuto imparare a sopravvivere e faccio la dj nei club. Cerco
di portare avanti una selezione musicale, che poi non è altro
che proporre agli altri quel che ami sentire tu. E quel che dici
è vero, non posso dire di no, perché quando faccio
la mia selezione, preferisco che alla fine della serata qualcuno
venga a chiedermi ‘cosa hai messo quando si son fermati tutti?’.
Quel pezzo era questo artista, che amo da una vita o quell’altro
artista, col quale sono cresciuta. Poi sta alla bravura del dj cercare
di mixare le cose in modo da attirare l’attenzione delle persone.
Perché vedi Marco, il problema è sempre l’attenzione.
Se le persone avessero la possibilità di sentire più
spesso per radio Drake o Devendra Banhart, invece di altra robaccia,
ci sarebbe una attenzione diversa anche verso tutte le altre cose
che escono e cambierebbe proprio il modo di sentire”.
Oh,
io volevo ricordare che oggi abbiamo parlato esclusivamente di quello
che da qui in avanti farai perché sul nostro sito radiocittaperta.it
ci sono ancora l’intervista relativa ad “Orchidea porpora”
e quella dello scorso anno. Vuoi dare anche i riferimenti per chi
viene a cercarti in rete?
“Certo.
Innanzitutto myspace.com/laramartelli, per ascoltare i miei brani.
Poi c’è indie-eye.com, dove è disponibile un’intervista
con altri brani; inoltre, recradio.it, che è una web radio
dove potete seguire le mie trasmissioni. Naturalmente c’è
anche il mio sito, laramartelli.it,
che tornerà disponibile da settembre”.
La
foto dello scorso anno, però, l’hai tolta, eh?
“Ovviamente
(ride)”.
E vabbè,
è andata… Hai, a breve, date a Roma?
“Guarda,
per ora non dico ancora nulla. Però ti dico che quando ripartiremo,
non ci fermeremo più. Sarà un tour vero, che ci vedrà
anche in giro per l’Europa”.
Allora,
magari, chissà che un giorno non venga a sentirti a Dublino…
“Hai
tirato fuori proprio questa città… l’hai fatto
apposta?”.
Beh,
lo sai che nel ’95 ho lasciato il cuore in Irlanda…
“Allora
ti dico che nel nuovo lavoro ci sarà un brano dedicato all’Irlanda.
Io ci ho lasciato anche un pezzo di fegato… non sai quante
Guinness (ride)”.
Intervista
effettuata nel luglio 2006
|