| Di
Luigi Grechi sappiamo (quasi) tutto. O almeno dovremmo saperlo.
Da un lato perché sono più di 30 anni che è
attivo nell'ambito della musica d'autore italiana, dall'altra perché
ha scritto alcune bellissime canzoni come "Il bandito e il
campione", tanto per non citare che la più famosa, o
ne ha tradotte di altrettante famose, come "La coperta indiana"
da Tom Russel o "Souvenir" da John Prine e dall'altra
perché ha avviato alla musica leggera quel "pezzo grosso"
di suo fratello, ossia Francesco De Gregori. Ma un'intervista con
Grechi è tutta da godere...
Il
tuo primo lavoro si intitola “Accusato di libertà”.
A leggere la tua biografia sembra proprio che tu abbia fatto il
possibile per far si che questa accusa continuasse a pendere sul
tuo capo fino ad adesso…
"Ma, in
realtà io mi sono mosso sempre a caso. Non avevo certo un
piano che intendevo attuare. Uno è fatto come è fatto
quindi…"
E’
stato inevitabile..
"Si, si
esattamente"
Da “Accusato di libertà” a “Pastore di
nuvole”…
“Accusato di
libertà” era anche il titolo di un brano del mio primo
album che in termini non espliciti ma in termini poetici diciamo,
parlava di un desaparecido in Cile. All’epoca quando feci
il disco c’era stato il golpe di Pinochet e avevo degli articoli
in cui risultava che c’erano persone che sparivano nel nulla
senza essere direttamente impegnati nella politica, ma magari solo
perché erano ubriaconi, marginali, o avevano amicizie sbagliate
o avevano nell’agenda numeri di telefono sbagliati. Quindi
anche senza essere direttamente impegnati nella politica, sono finiti
lo stesso nelle grinfie della repressione. A questo si riferiva
“Accusato di libertà”, non proprio direttamente
a me che allora non ero accusato di niente, neanche dopo mi hanno
accusato di niente. Però “Accusato di libertà”
è senz’altro una frase che può stare bene, sempre
di più, a molti di noi oggi.
E invece “Pastore di nuvole”?
“Pastore di
nuvole” diciamo è la figura di artista generica. Il
pastore di nuvole è chi appunto cerca di radunare delle nuvole
che invece sono impalpabili, quindi sfuggenti come appunto parole,
segni, colori, suoni.
Nella canzone “Il mio cappotto” ti chiedevi se “libertà
è pigliare un altro treno e fare il pendolare per l’eternità…”?
Ma li mi chiedevo
appunto se libertà era davvero quello. Sono tutte domande:
“ma è libertà davvero versanti ancora vino…”?
E alla conclusione dicevo che la “libertà più
vera è rifiutare l’avventura e dire a tutti quanti
io rimango qua…”. Quindi la libertà alla fine,
se uno analizza il testo, è l’impegno, è lo
stare dove uno sta, dove uno può concludere di più.
Sul tuo sito c’è una foto dove la didascalia recita:
“Luigi mentre legge Kerouac”. Si può dire che
il tema dell’ ”on the road” sia una delle parti
centrali della tua poetica..
Assolutamente si,
ma appunto in me c’è sempre una tensione tra la voce
della coscienza che mi dice di restare dove stai e di essere concreto
e tra la voce della poesia e della fantasia o di un altro impulso
che ti porta a girovagare e a vagabondare. Ecco diciamo che la mia
vita è tutta fra il grillo parlante che mi dice: “no,
che cazzo fai? Stai qui, ci sono cose a cui pensare..” e l’altra
voce che mi dice molla tutto e vai via. Io sono in sintonia con
tutto quello che ha scritto Bruce Chatwin, che non aveva questa
bipolarità come me, lui era proprio tutto per l’andare.
Parlava addirittura di quello che in francese si chiama orròr
dè la residènce, l’orrore della residenza. E
diceva, una cosa su cui sono d’accordo anch’io, che
l’essere umano è portato naturalmente al nomadismo
e che tutti i guai vengono da chi si ferma in un posto e comincia
a dire :”questo è mio”, a recintarlo, eccetera.
Cioè la natura dell’uomo è nomade e poi la società
lo fa diventare stanziale e da li ci sono tutti i conflitti e anche
le nostre pazzie che vengono poi esorcizzate in tanti modi. Ad esempio
mi piace pensare che il ballo dei Dervisci che è un continuo
girare, non sia altro che proporre un percorso da fermi, un movimento
stando fermi, quindi non potendo essere più nomadi ci si
sfoga girando su stessi.
Cantavi in “Sotto una bandiera” di un “teschio
sotto una bandiera…” “…morto a primavera
per eseguire gli ordini di un re…”
Quelli sono versi
di Francesco. Quella canzone è una specie di rifacimento
in italiano di una canzone popolare siciliana “Vitti na crozza”,
cioè “Ho visto un teschio”. Recitava così:
“Vitti na crozza sotto a lu cannuni..”, quindi vidi
un teschio e io pensai, sotto un cannone, quindi mi veniva in mente
un quadro di guerra e la canzone fu tradotta, o meglio, rifatta
da Francesco in termini antimilitaristi, pacifisti. In realtà
ho scoperto molti anni dopo che “cannuni” in dialetto
siciliano voleva dire il torrione. E quindi la canzone parlava della
testa di un brigante appesa sul torrione per far vedere alla gente
che il brigante era stato giustiziato.
Comunque è una canzone che per come la cantavo io e per come
la pensavo io era una canzone assolutamente pacifista, contro la
guerra e contro chi ti ci manda.
Cosa aveva di speciale il Folkstudio? Era il periodo che ha creato
il Folkstudio o una incredibile concentrazione di talenti o tutte
e due le cose?
Come al solito sono
tutte e due le cose. Se fossimo stati in un altro periodo il Folkstudio
avrebbe chiuso subito. Il Folkstudio cominciò nel ’65
con già i primi fermenti nell’aria di quello che sarebbe
stato il ’68: inoltre eravamo in una Roma molto più
internazionale di adesso, internazionale non nel senso che ci venivano
i ricchi di tutto il mondo, ma ci venivano i ragazzi e i giovani
artisti da tutto il mondo. Sia quelli che scappavano dai governi
militari del Sud America, sia gli americani che scappavano bruciando
la cartina di precetto per andare in Vietnam, tanti artisti dal
Medio Oriente, dall’Iran dove allora c’era lo Scia di
Persia che perseguitava tutti quanti i libertari e gli artisti.
Quindi c’era una gioventù di artisti e di giovani intellettuali
a Roma e questo portava ad avere un’atmosfera che oggi non
riusciamo nemmeno a immaginare. Piazza Navona tutte le notti era
piena come un autobus di ragazzi e ragazze da tutto il mondo. Va
da se che il divertimento e l’eccitazione erano al massimo.
Passò anche Bob Dylan…
Si, passò anche
Bob Dylan al Folkstudio ma nessuno ancora lo conosceva. Anzi il
nome Bob Dylan non so neanche se esistesse, lui venne perché
pare che accompagnasse un tour di Pete Siegers che era un famoso
cantante di folk americano e attivista politico. Poi dopo se andò
a Spoleto a trovare la sua fidanzata o la sua innamorata che stava
li all’università per stranieri. Quindi passò
da Roma e suonò al Folkstudio ma diciamo in incognito, come
uno dei tanti che si esibivano li.
Stasera (22 febbraio), sei qui al Matatu a Milano. Nei prossimi
giorni suonerai il 24/02/06 a Varago di Maserada [Tv], il 25/02/06
a Paderno di Ponzano [Tv], il 02/03/06 a Concordia Sagittaria [Ve]
e il 03/03/06 a Sutrio [UD] . Continui ad essere più attratto
dalla dimensione live piuttosto che dall’incisione su disco?
Si, assolutamente
si. Fare i dischi è una cosa che serve, sia per fissare un
momento della propria carriera, le sonorità e tutto il resto…
E’ una foto che sta stretta?
Ecco è una
foto. Ne ho fatti tanti e ogni disco pensavo che qualcosa cambiasse
mentre non cambiava niente. Che il disco fosse migliore o peggiore
andavano tutti nella stessa maniera. Quindi è piacevole suonare
con la tua band, certo incidere si, ma specialmente oggi sto aspettando
a fare un disco nuovo anche per vedere che aria tira. I sistemi
di distribuzione stanno cambiando, ci sono ormai anche altri modi
per comunicare le proprie canzoni; sto aspettando un po’ di
vedere cosa succede. Ma trovo naturale che la prima cosa sia suonare
dal vivo, il disco è una cosa successiva.
Cambia l’ispirazione con gli anni? Scrivi come scrivevi trent’anni
fa o è diverso?
Bhè spero,
dovrebbe essere diverso perché uno cambia crescendo. Diciamo
che in un certo senso è più difficile scrivere perché
a vent’anni uno ha delle idee e può scrivere con la
fantasia a briglia sciolta, poi gli anni passano e uno le idee le
ha lo stesso ma vede anche la concretezza della realtà. In
pratica se ne sa di più e allora c’è meno…
Spontaneità?
No forse alla fine
ce n’è di più, solo che a vent’anni potevo
anche sparare cazzate perché le avevo lette su un libro o
su un giornaletto invece adesso devo stare molto più attento
a come lo dico perché io cerco di essere sincero quindi essere
sinceri e sapere che cosa stai facendo, che cosa stai dicendo e
a chi lo dici è un lavoro più complicato. Diciamo
c’è meno slancio, ecco.
Tu conoscevi bene Fabrizio De Andrè; attualmente non passa
giorno che non si apra un giornale che magari non c’entra
niente con la musica e si legge un giornalista o un opinionista
che non c’entra niente che cita in qualche modo, spesso a
vanvera, qualche canzone di De Andrè, o cita il verso di
una delle più famose. Non penso gli sarebbe piaciuto, anche
perché è forte il rischio dell’omologazione…
E’ difficile
dire qualcosa perché se lui ci fosse non ci sarebbe tutto
questo e ci sarebbe lui a cantare, quindi non lo so. Ecco si può
dire che se fosse morto il suo De Andrè non gli piacerebbe
tutto questo. Però sai, alla fine io sono un po’irritato
dal fatto che tutta l’Italia è coperta di tributi a
Fabrizio De Andrè e tutti fanno le canzoni di De Andrè;
quelle facili. Anche perché lui ha avuto la maledizione e
la fortuna di scrivere canzoni “facili”, non facili
nel senso di facilone, ma facili da riproporre con voce e chitarra;
quindi questo permette a chiunque sappia suonare un po’la
chitarra di poter fare dignitosissimamente i pezzi di De Andrè
però tutti, forse anche per una forma di rispetto, li fanno
nella stessa maniera. Sono pochi quelli che interpretano e stravolgono
le cose di De Andrè.
Ho avuto un brivido la settimana scorsa quando il mio meccanico
che è un ragazzo giovane a cui piace suonare, mi ha regalato
un suo cd di tributo a De Andrè in cui lui cantava dieci
pezzi di De Andrè, tutti con la voce di De Andrè,
fatti bene voce e chitarra e io ho mi son detto: “eccone un
altro”. Queste cose inflazionano un po’ il personaggio,
d’altra parte è anche bello che quello che ha fatto
De Andrè sia praticamente l’unica cosa che viene riproposta
con questa abbondanza. Quindi da una parte è un onore per
De Andrè, per la sua memoria; dall’altra io come ascoltatore
e come fruitore di concerti ne ho le palle piene (risate…).
Che concerto ci aspetta stasera? Sei da solo o ti accompagna la
tua “Bandaccia”?
No sono da solo; purtroppo
la Bandaccia costa, quattro persone da portare in giro, non riesco
ancora a portarle a Milano. Ho portato la Bandaccia solo per la
presentazione di “Pastore di nuvole” alla Feltrinelli
in piazza Piemonte e basta.
Guardando la tua carriera non si potrà mai dire
che hai cercato il consenso da parte del pubblico con scelte ruffiane.
Avere un pubblico di nicchia e di appassionati di canzone d’autore
immagino sia davvero gratificante, però non ti è mai
mancato il grande pubblico, il fatto che le tue canzoni magari fossero
più conosciute, passassero più spesso alla radio?
Si guarda, il fatto
che non passino in radio per nulla, quello mi fa abbastanza incazzare,
perché quello è essenzialmente colpa dei miei promoter
passati, presenti e futuri…Poi non lo, ci sono molte canzoni
che oggi non sarebbero radiofoniche almeno nella loro versione incisa
su disco, però l’ultimo disco (“Pastore di nuvole”)
era radiofonico, era stato fatto proprio per avere un suono che
funzionasse per radio. Chi ha fatto la promozione di quel disco…insomma
non ho avuto nessun ritorno dalla promozione dei miei dischi. Diciamo
che solo il fatto che fossero usciti mi può aver aiutato
ma non è stato fatto molto per farli conoscere, questo mi
irrita.
Per quanto riguarda il fatto di non avere il grande pubblico...ma
sai, mi è capitato anche sia come tour fatto insieme a Francesco,
sia in altre situazioni come il tour fatto con i poeti della beat
generation di suonare davanti a migliaia di persone. Sicuramente
un vasto pubblico gratifica, ma gratifica altrettanto anche un pubblico
di appassionati, di nicchia; non mi interessano i numeri. Certo
al di la si tutto questo, siccome anch’io sono un essere umano,
quello che mi secca è di continuare a non sentirmi economicamente
tranquillo perché non guadagno abbastanza. Non è che
io sia avido però vorrei poter pensare solo alla musica senza
avere preoccupazioni economiche; quelle invece, come tutti noi,
continuo ad avercele.
Qual è la musica che ti ha influenzato all’inizio e
quella che ascolti adesso?
Adesso ti dico subito
che non ascolto quasi niente sia perché vivo in campagna
quindi negozi di dischi li frequento poco, sia perché non
c’è niente che mi dia brividi o grandi emozioni rispetto
a tutto quello che ho sentito prima. Quanto ai generi musicali,
quando ero ragazzo, ti parlo degli anni ’50, nasceva il rock
and roll quindi ascoltavo quello. Poi il rock and roll di allora
che sarebbe il rock a billy, in realtà era country, oggi
lo chiameremmo country. Jonnhy Cash, Jerry Lee Lewis, Elvis, negli
anni ’50 facevano un country rock. Poi dopo sono andato un
po’ ad approfondire fino alle radici del rock and roll e del
rock a billy dove c’erano i grandi del country, Hank Williams
che era il più commerciale, o Woody Gutrie che era l’artista
di nicchia. Quindi sono stato influenzato anche da tutto quello
che ho ascoltato e che già non era più attuale negli
anni ’50 ma che fa parte della storia della musica americana.
Quindi confesso mi piace la musica americana perché è
una musica un po’di fusione tra musica latina, musica scozzese,
irlandese e musica africana. Si sono mischiate nel country, nel
jazz e nel blues; per questo mi piace la musica americana, perché
è una specie di enciclopedia di tutta la musica del pianeta.
Abbiano già parlato di Chatwin e di Kerouac, le tue letture
quali sono?
Naturalmente non puoi
seguire tutta la musica di un paese se non ne conosci un po’anche
la letteratura, l’immagine, il cinema, il fumetto. Gli autori
americani sono sempre stati i miei preferiti, pur avendone lette
delle opere, conosco molto meno la letteratura tedesca piuttosto
che quella inglese e americana. Anche perché poi all’università
ho studiato letteratura inglese e americana. I miei preferiti in
assoluto sono i classici, Melville, Edgar Allan Poe…poi le
cose più recenti che ho letto sono uno scrittore americano
che si chiama Corman Mc Carthy che ha scritto dei romanzi western.
Ma non western come lo potremmo immaginare, comunque ambientati
tra Texas e Messico negli anni ’50 che sono molto belli, non
sono avventure, sono quasi dei romanzi filosofici. Diciamo che è
una scrittura che mi ha affascinato subito, proprio come stile e
come storie.
Ci racconti qualcosa riguardo alla tua partecipazione al festival
itinerante con i poeti della beat generation? Tu hai anche accompagnato
Lawrence Ferlinghetti con la chitarra…
Si era lui che voleva che io lo accompagnassi. Poi quando se
ne andò mi chiese: “Ma conosci mica qualcuno a San
Francisco che possa suonare come te…” . Gli dissi che
ce n’erano diecimila anche più bravi di me, a lui per
qualche motivo piaceva quello che facevo io che erano poi due scemenze;
io non sono un chitarrista, io suonavo due cose senza cantare e
a lui piaceva così.
Il tour è stata una cosa molto bella perché girando
tutta l’Italia insieme in pullman era una gabbia di matti,
un circo.
Il tuo sito si apre con in home page una frase di Herman Hesse tratta
dal libro “L’ultima estate di Klingsor”: “
Luigi il crudele era caduto dal cielo, tutto d’un tratto egli
era la…il girovago, l’imprevedibile che aveva per dimora
la ferrovia e per atelier lo zaino…”.
Diciamo che sono curiose
quelle righe perché sembra un po’il mio ritratto, mi
sono riconosciuto in quel personaggio, in quelle righe.
D-La
tua ultima uscita, dopo “Pastore di Nuvole” è
“Campione senza valore” un mini cd che contiene 4 tuoi
pezzi storici, "Dublino","Tutta la verità
su Manuela","Pozzo numero nove","Il mio cappotto";
rifatti accompagnato dalla “Bandaccia”. [La Bandaccia
è composta da Dajani Sciapichetti, Alessandro Valle e Franz
Mayer]
Si è appunto
un disco di quattro brani che, che poi dopo diventerà un’antologia
di 12 pezzi vecchi rifatti.
Come è cambiato il tuo modo di registrare e di affrontare
la registrazione di un disco? Se è cambiato…
Oggi con il digitale
è cambiato moltissimo, non c’è più bisogno
di andare in studi costosi, quindi registriamo dal vivo tutti e
quattro insieme e se viene bene, bene, sennò si rifà.
Senza stare a fare grandi operazioni di taglia e cuci o di maquillage.
Il progetto “Tre voci e tre chitarre” che ti vedeva
sul palco con Claudio Lolli e Goran Kuzminac, si è interrotto?
Si è
fermato perché ci sono delle difficoltà. D’altra
parte era soltanto un’idea che ha funzionato per un po’.
Tutto sommato forse oggi come oggi si preferisce avere Lolli,
Grechi e Kuzminac, uno per volta. Anche perché il
mio tentativo di fare qualcosa insieme, non ha funzionato, non c’era
disponibilità. Nessuno ha detto: “no non voglio”,
però nessuno voleva stare a provare, dicevano: “ma
no le facciamo qui”; invece secondo me non c’è
niente di più spontaneo di una cosa che è stata organizzata.
Ci racconti dell’origine de “Il bandito e il campione”,
come è nata l’idea di quella canzone?
Mi raccontò
quella storia un mio amico che si chiamava Giancarlo Gabella ed
era uno scrittore, un regista teatrale, autore cinematografico di
un film indipendente; ed era un mio caro amico che era di Novi Ligure
come appunto Girardengo e come il bandito. Quindi lui mi raccontò
questa leggenda di paese, quello che diceva la gente del paese:
quindi c’era chi diceva che Girardengo aveva tradito il bandito
perché così i francesi gli avrebbero fatto vincere
perché in Francia arrivava sempre secondo…insomma tutte
le leggende e le chiacchiere di paese che c’erano. Mi è
sembrata una bellissima storia da raccontare in una canzone questa
ammirazione che aveva il bandito per il campione, perché
erano quasi coetanei quindi da ragazzetti correvano in bicicletta
per gioco insieme, per lo meno così ci immaginiamo. C’era
questa grande ammirazione, poi la gente diceva che il bandito travestito
andava a vedere le gare di Girardengo. Quindi io sulla leggenda,
ci ho messo dieci anni da quando sentii la storia, ci ho costruito
“Il bandito e il campione”. Dopo di che uscirono libri
articoli cose per cui feci anch’io delle ricerche, parli con
Fossati che era il decano dei giornalisti di ciclismo italiani e
che sapeva un sacco di storie su questa faccenda che meriterebbe
di essere raccontata in un film e anche un sequel. Ci sono storie
che cominciano da prima ancora della fondazione della banda del
bandito Sante Pollastri, che è la storia di questo Renzo
Novatore che era l’ispiratore anarchico di Sante Pollastri.
Questo Renzo Novatore che era un teorico dell’anarchismo,
nel 1922 quando il fascismo prese il potere, le camice nere vennero
ad assaltare casa sua per farlo fuori e lui invece scappò
via a colpi di bombe a mano e pistolettate e insieme a Pollastri
formarono la banda. Alla fine oggi la storia è ancora più
complessa e più ricca perché a questo punto sembrerebbe
veramente che la banda pollastri fosse un vero e proprio gruppo
di resistenza politica al fascismo. Comunque le rapine che faceva
il bandito erano fatte in bicicletta con vari stratagemmi, addirittura
in Francia salirono in treno a metà percorso con le biciclette,
insomma tutti maneggi con biciclette per arrivare in Francia; insomma
tutti i colpi venivano fatti in bicicletta. E dopo i colpi veniva
inseguito dai Carabinieri in bicicletta anche loro, perché
all’epoca non è che ci fossero tante macchine, Pollastri
aveva una pistola da tiro di precisione che si portava dietro che
usava per spegnere i fanali della strada in modo che nell’oscurità
si nascondeva in qualche campo e non lo trovavano più. Questa
è tutta quanta la storia e me la raccontò Giancarlo
Gabella. Poi sono usciti dei libri e la storia ha una parte precedente
e una successiva perché anche in carcere ci furono molte
avventure quando dopo l’8 settembre erano scappati tutti dal
penitenziario, i secondini, le guardie e non c’era più
da mangiare per i detenuti che fecerono una rivolta e Pollastri
fece da tramite tra i rivoltosi e le autorità militari anglo-americane,
riuscì a sistemare le cose per cui dopo poco fu graziato
e tornò al paese. Li con una bicicletta con sopra delle cassettine
contenenti cose piccole e povere come maglioni da bambino, calzini;
che vendeva di casa in casa.
Sposò una ragazza madre per dargli una sistemazione e morì
tranquillamente, sia lui che Girardengo. E comunque il bandito era
benvoluto dalla gente perché tranne che a Poliziotti e Carabinieri,
non aveva mai fatto mai male a nessuno; era una persona molto gentile,
educata, silenziosa (ride…). C’è sempre stata
del resto una certa simpatia tra certi fuorilegge e la gente.
“Il bandito e il campione” è la tua canzone più
famosa, è anche la tua preferita?
No, mi piace certo,
l’ho individuata subito come canzone che poteva avere successo
infatti poi ce l’ha avuto quando l’ha cantata Francesco
ma non è la mia preferita. E’ una delle mie preferite,
mi piace, la faccio volentieri sempre, è una bella storia
ma bisognerebbe fare un disco intero su questa vicenda. C’è
un’altra canzone che ho fatto ed è ancora inedita che
è “Il ritorno del bandito”, cioè il ritorno
del bandito a casa.
La fai stasera?
No, il testo c’è
tutto ma ancora devo ancora migliorare delle cose nella parte musicale.
E quella non sarà di successo, perché non c’è
quell’inciso…”Il bandito e il campione”
ha avuto successo secondo me per motivi abbastanza banali. Il “Vai
Girardengo” è un grido da stadio, da sport, che è
entrato subito nelle orecchie della gente, è tutto li il
trucco. Se non ci fosse stato il ritornello che diceva “Vai
Girardengo” la canzone sarebbe stata molto più sotto
tono. Non l’ho fatto apposta però mi è venuta
così…(ride…)
Nella registrazione del 33 giri “Luigi Grechi” ti venne
censurata una canzone: “Seveso Blues”, l’hai più
suonata?
Mi successe dieci
anni dopo un giorno in cui mi trovavo per caso negli studi di Rai
3 a Milano per il notiziario regionale. C’ero per tutti altri
motivi mi sembra insieme a Demetrio Stratos per fare qualcosa e
il giornalista che era li, saputo di corsa che io ero l’autore
“Seveso Blues” siccome era il decennale del disastro
di Seveso, mi rimediò una chitarraccia in Rai da qualche
parte, visto che io non avevo dietro una chitarra, e mi fece fare
dal vivo “Seveso Blues” su Rai 3.
Senza censura stavolta…
No, la censura c’era
solo da parte della casa discografica di Mina [la PDU]. Comunque
non è che fosse una canzone bellissima ma allora mi sembrava
importante farla, adesso la scriverei in un altro modo.
Se il tuo cappotto, trent’anni fa, era stanco di “fare
da bandiera a una vita spesa qua e la”, adesso…
Adesso è esausto…(risate…)
Ringrazio ancora una volta Luigi Grechi per la squisita disponibilità
e per la voglia di raccontarsi.
Intervista
effettuata via e-mail il 18 febbraio 2006
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