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Leo
Ferré, Boris Vian e Serge Gainsbourg sono i
tre uomini-mito con cui Giangilberto Monti ha voluto
confrontarsi e che ha voluto omaggiare in un concerto-spettacolo
che è diventato un disco. Disponibile in anteprima
su i-Tunes - esperimento curioso e riuscitissimo di
abbinamento tra un cantautore molto particolare e
le nuove tecnologie di distribuzione il cd sarà
presto disponibile nei negozi. Incontriamo Giangilberto
alla vigilia della presentazione ufficiale.
Un disco-omaggio alla canzone francese in anteprima
su i-Tunes è un'accoppiata quantomai inconsueta...
Quanto è stato difficile fare questo disco,
è come è finito sul mercato virtuale?
Con le difficoltà sono di casa... Ho fatto
anche il produttore e con le piccole etichette mi
sono reso conto delle difficoltà enormi che
si hanno. Poi un conto è uscire con il Manifesto,
come ho fatto con Boris Vian che è un lavoro
particolare, questo però è un disco
che raccoglie 20 canzoni molto note e famose, che
fanno parte della canzone d’autore francese
alta, ma che allo stesso tempo in Francia sono anche
molto popolari e sono anche dei miti internazionali.
Quando sono arrivato in sala d’incisione volevo
fissare il lavoro fatto in un anno di lavoro del recital
che ha preceduto il disco e naturalmente tutto il
lavoro di traduzione. Se ho avuto questa occasione
devo dire grazie anche al direttore artistico della
Carosello che è Claudio Ferrante.
Quindi vuol dire che ci credono, ed è
un buon segno…
Sì e la cosa incredibile che è successa
è che sebbene io abbia un contratto su licenza,
il che vuol dire che non faccio parte del team Carosello,
e io non sia nemmeno particolarmente pop, hanno deciso
– e anche questa è stata un’idea
di Ferrante – di mettere “Maledette
canzoni” su i-Tunes. Il cd è
andato in home page e, senza che io abbia fatto niente,
è entrato in classifica, secco al trentesimo
posto. Ferrante mi ha telefonato e mi ha detto “Giangilberto,
è successa una cosa incredibile…”
e me l’ha raccontato. Io pensavo che mi stesse
prendendo in giro, invece era proprio vero.
In effetti il metodo è un po’
una da grande fratello, ma è efficace. i-Tunes
ha un sistema che riconosce i brani sul tuo computer
e ti propone le novità che reputa affini ai
tuoi gusti. E così l’ho visto anch'io
spuntare nella finestrina. Così ho scoperto
che era in anteprima su i-Tunes…
Sì. Il disco esce ufficialmente il 29 settembre
e lo stesso giorno lo presento ufficialmente al teatro
Out-Off di Milano con un concerto. Dopodiché
la promozione avrà i suoi percorsi.
Che
tipo di lavoro è stato la costruzione di Maledette
Canzoni?
Maledette Canzoni è
stato impegnativo, ma molto bello, perché è
stato una specie di grande riassunto di 10 anni di
lavoro sulla canzone francese che si è sommato
al lavoro importantissimo fatto con Alessio (Lega
n.d.r) espressamente per il disco. Se non ci fosse
stato Alessio io Leo Ferré non l’avrei
nemmeno iniziato.
Ti
sei confrontato con quattro mostri sacri come Ferré,
Gainsbourg e Vian. Che esperienza è stata?
Il lavoro su Gainsbourg è stato enorme. Ma
enorme davvero. Gainsbourg ha scritto 600 canzoni:
ovviamente è impossibile riassumerlo in sette
brani, tanti sono quelli contenuti nel disco. Alessio
ed io abbiamo fatto un lavoro di scelta su questo
enorme repertorio, selezionando dapprima una ventina
di pezzi che avessero due criteri incrociabili: la
cronologia e gli argomenti. A quel punto ne abbiamo
scelti sette e li ho tradotti.
Di questo disco – lo voglio dire - devo molto
ad Alessio Lega, non solo perché gli rotto
i maroni in tantissime cene, ma perché Alessio
in queste cose è un pozzo di scienza. Io pensavo
di conoscere non dico tutte, ma molte canzoni francesi,
poi ho cominciato a parlare con lui e mi si sono aperti
davanti universi mai nemmeno immaginati. Ci siamo
comunque anche molto divertiti, anche perché
lui ha la parte che manca a me, quella un po’
pazza, capace di dare l’abbrivio giusto alle
cose… Poi ognuno di noi ha la sua sensibilità
e credo di poter dire che la traduzione che abbiamo
fatto assieme di Paris Canaille sia una delle cose
più belle che abbiamo scritto e sia uno dei
modi migliori di rendere lo spirito di Ferré.
Sono molto contento, ecco.
Al cd poi hai abbinato un libretto ricchissimo, con
i testi tradotti e in lingua e con alcuni scritti…
Sì, nel libretto del disco ci sono tre presentazioni:
una è di Eleonora Spàgoli, una francesista
che mi ha aiutato tantissimo nel lavoro di ricerca
poetica. Perché dietro a questi tre grandi
chansonnier c’è tutto il mondo poetico
di Baudelaire, Rimbaud e Verlaine. Poi c’è
una specie di mia biografia molto sintetica, poi ho
chiesto ad Alessio di scrivere la presentazione dei
tre artisti e le ragioni del perché bisogna
ascoltare questo disco, Di solito succede esattamente
il contrario, ossia l’artista più noto
firma la presentazione del disco di un artista emergente;
io ho voluto chiedere a un artista emergente che secondo
me è molto bravo , di firmare la presentazione
del mio disco. Mi è sembrato giusto, anche
perché è rendere merito a una bella
collaborazione e alla sua capacità artistica.
Ma questo disco ha anche un primato, vero?
Sì, non ci crede nessuno, ma è la prima
volta che si traducono in italiano le canzoni di Serge
Gainsbourg. è la prima volta che vengono pubblicare
e tutto questo in accordo con l’editore originale.
E’ stato un lavoro enorme, perché ci
sono cinque eredi che detengono i diritti sul suo
repertorio – la moglie e quattro figli –
quindi ogni spartito deve avere cinque firme per l’approvazione.
Non solo, loro giustamente non si accontentano della
prima cosa che capita – so che hanno respinto
diverse traduzioni di Je t’aime moi non plus,
che a me non interessava particolarmente perché
fa parte del suo mondo più noto e anche forse
più banale, pur essendo una stupenda canzone
d’amore. I francesi sono molto rigidi in questo.
Per Vian invece non ci sono stati particolari problemi
e anche il repertorio di Ferré, che ho rielaborato
con Alessio Lega, anche se abbiamo tenuto quattro
traduzioni di Enrico Medail che sono intoccabili perché
Enrico ha lavorato con lo stesso Ferré. Un
discorso un poì a parte va fatto per Les poetes
che era stata tradotta negli anni Settanta da Medail
assieme a Ferrè. La siae non accettò
però il deposito, perché mancava parte
della documentazione. Circa trent’anni dopo
Renato Dibì ne fece un’altra traduzione
e la depositò. Però questa versione
non ci convinceva fino in fondo, così ho riscritto
I Poeti in accordo con Enrico Medail e questa volta
l’abbiamo depositata in Siae. Ovviamente con
un nome diverso, perché I Poeti era già
stato usato da Dibì. Così adesso si
chiama Strani tipi, ma è in tutto e per tutto
fedele alla versione originale e Mathieu Ferrè
– il figlio di Leo – ci ha fatto anche
i complimenti. Le altre tre canzoni tradotte con Alessio
– La straniera, Paris Canaille e Vita d’Artista
sono state depositate anche in Francia e ce le hanno
accettate.
Oltre alla presentazione, lo porterai anche in giro,
questo disco?
C’è già un recital inteso proprio
come spettacolo teatrale-musicale con parti parlate,
per la regia di Annig Raimondi. Sul palco con me ci
sono il mio amato-odiato pianista Diego Baiardi e
con un batterista tedesco, Johannes Bickler, che arriva
dal team di lavoro di Pacifico. Il primo appuntamento
è l’8 ottobre a Bergamo.
Prima accennavi alle difficoltà che si hanno
ad entrare sul mercato specialmente se si lavora con
una piccola casa discografica. Ma quali sono secondo
te i problemi del disco, oggi, soprattutto del disco
di un artista che viaggia su percorsi suoi, lontano
dalle rotte commerciali consuete?
Come molti altri artisti io sto seguendo da anni una
strada personale diversa, che non vuole rifiutare
la commerciabilità del prodotto, ma persegue
tematiche in cui crede. Se vedi però dove siamo
(La Feltrinelli Libri e dischi n.d.r.), guardi la
suddivisione degli spazi e pensi che con il dizionario
dei cantautori ho avuto quasi più promozione
in un anno di quella accumulata in tanti anni di musica,
capisci bene l’enorme crisi del prodotto disco
e ti rendi conto che sommando una cosa all’altra,
la strada da percorrere è davvero accidentata
e piena di sbarramenti. Il punto è che a tutto
questo non fa fronte una crisi della musica, della
voglia di farne e delle potenzialità di molti
artisti. La crisi è nel metodo, così
ho deciso di prendere altre strade, cerco di pensare
delle cose che magari sarebbero adatte ad un artista
più multimediale di me, ma in cui credo. Così
sono nate cose come il radiodramma sulla Banda Bonnot
e il relativo disco, che sono però cose piuttosto
inconsuete, che hanno bisogno di un grosso supporto
per farle conoscere. E in tutto ciò considera
che mi ritengo fortunato, perché bene o male
sono 20 anni che ho scelto una strada teatrale che
porta con sé un’attenzione diversa.
Lo so che è presto per parlarne, ma quale sarà
il tuo prossimo passo?
Ora sto facendo tutt’altro: sto lavorando a
una cosa che non c’entra niente con la musica
ma è un altro dizionario per Garzanti sul teatro
leggero. Spero uscirà a fine 2007. Come il
dizionario dei cantautori abbraccia tutto il ‘900
italiano: parte dal café chantant e arriva
al cabaret dei giorni nostri. È una cosa che
ovviamente intreccia la musica ma è la musica
vista su tutti i palcoscenici tranne quello dei concerti.
L’ultimo lavoro di questo genere risale al 1901.
È un lavoro affascinante.
Inoltre dopo tanti anni farò un racconto nuovo
con delle canzoni originali che sono già pronte.
Ossia, i testi sono pronti; le sto musicando assieme
a dei musicisti che mi aiutano.
Quindi tu appartieni alla schiera del “prima
il testo”…
Sì, fin dall’inizio. Le cose migliori
le ho scritte così, anche perché fondamentalmente
non sono un musicista. Sono piuttosto quello che una
volta si chiamava il fischiettatore. Una volta esisteva
- soprattutto nella canzone napoletana – una
figura di musicista che non sapeva scrivere la musica,
allora fischiettava. Eppure alcuni di questi erano
in grado di inventare delle belle melodie. Ecco, io
fischietto… Ovvio che poi ho bisogno di musicisti
che completino l’opera. Anche se mi scoccia
tantissimo non avere il “possesso” dello
strumento: a me piacerebbe moltissimo saper suonare
bene il pianoforte. Io li odio, i pianisti…
(ridiamo) No, in realtà è un rapporto
di odio-amore, perché so quello che vorrei
fare e so, ahimè, che non sono in grado di
farlo. Inoltre non riesco nemmeno a spiegalo bene,
quindi in realtà sono loro che mi odiano, perché
faccio dei lunghissimi discorsi che loro stanno pazientemente
a sentire e poi concludono con uno spiazzante: “che
ci vuole, basta mettere un la minore”. E già,
è facile quando le cose le sai fare…
Intervista
rilasciata il 21agosto 2006
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