| Come
ho avuto modo di scrivere nella recensione di “Scigula”,
la musica talora è feroce e crudele. Regala successo e oro
a tipi inutili che passano per caso in un reality show, danno fama
a chi non sperimenta mai nuove direzioni e canticchia banalmente
d’amore, dona visibilità a rassicuranti cantori del
minimalismo borghese e prende a pedate nel culo stimatissimi artisti
che molto possono dire e dare.
Tanti nomi potrei fare: Cavallo, Maolucci e Francesco Magni. Cantautore
di razza, originale e ironico che dopo un’apparizione al festival
di Sanremo e una manciata di album è sparito dalla scena
ufficiale e dai riflettori per continuare ad esibirsi in ottimi
concerti per arci e circoli. Siccome reputo che a sinistra si parli
molto di solidarietà e non spesso la si applichi, gradirei
che il nome di Magni sia portato al centro della scena folk-pop-rock
d’autore, quindi pubblico questa intervista al fine di far
circolare il suo nome e magari far in modo che qualche altro musicista
possa offrirgli l’occasione di un buon ritorno.
Da commerciante di tessuti a musicista, spiegaci questa
illuminazione sulla via per damasco. Hai sempre suonato, da dove
nasce il tuo amore per la musica?
Il mio amore per la musica nasce dal canto dei miei genitori e dal
ritmo del loro lavoro: mio padre batteva i materassi e il ritmo
della battitura era impressionante, mia madre cuciva e vai di melodie,
il resto è secondario. Sembra un mondo idilliaco, il canto
è di grande conforto alla fatica.
Parlaci della tua collaborazione con il Gruppo Folk Internazionale
capitanato da Moni Ovadia. Che ricordi hai del periodo e di Ovadia?
Moni Ovadia lo conobbi per caso sul treno, fu subito
empatia, lui curava una collana di musica popolare per conto dell’Ariston,
così produsse "Il paese dei bugiardi"
nel '78 e "Cocò" nel 1980. Folgorante
Mario Arcari che li arrangiò in modo originale.
Il periodo beh ... era la fine del sogno rivoluzionario con risveglio
brusco. Si capiva benissimo quello che ci aspettava quello che successivamente
diventò il futuro, la fuga in avanti e indietro.
Il tuo lp di esordio si chiamava I"Il paese dei bugiardi",
titolo quanto mai profetico. Ora secondo te come si è evoluta
la razza dei bugiardi, e dei furbi, nel paese? Pensi che saremmo
mai pronti per la verità ?
La verità la cerca chi non ce l’ha e sente che gli
manca, tranne poi quando l’ha trovata scoprire che quello
che chiamava verità altro non è che una stampella
a cui appoggiarsi per sentirsi meno persi, ma per trovarsi, bisogna
perdersi. Credo esistano infinite verità sovrapposte e interdipendenti.
Il problema grave si pone quando tutti vedono che il re è
nudo, ma nessuno ha il coraggio di dirlo. Come se l’ipocrisia
e la falsità fossero cose normali e quindi giuste.
Molti reputano L’erba voglio,
tra le migliori canzoni mai presentate a Sanremo. Un allegro brano
che parla di argomenti serissimi come la droga. Brano per altro
censurato, anche se poi la frase incriminata “ chi si tira
una pera solamente il dì di festa” L’hai cantata.
Ecco a distanza di anni quale è il rapporto tuo con questa
canzone, la trovi ancora attuale, ti piace ricantarla. Quale è
la tua opinione sulla situazione droga nel nostro periodo?
L’erba voglio la canto spesso e
volentieri. Per la frase incriminata, davvero non pensavo fossero
seriamente così retrogradi e privi di ironia. Me ne sarei
accorto dopo che per dimenticanza omisi la prima serata di cantare
la versione modificata e successivamente quando mi ritrovai fuori
dai giri, forse anche perchè non ero del tutto prono alla
discografia e al management di corte.
”Cocò
” è un disco affascinante e particolare Testi bizzarri,
ironici, che gettano un’occhiata particolare e suggestiva
sulla vita. Parlaci della realizzazione del disco e della tua collaborazione
con grandissimi artisti quali Fortis, Ruggiero e Fabbri. Quale ricordo
particolare hai?A quale canzone sei maggiormente affezionato? Che
contributo hanno dato i nomi citati sopra al tuo lavoro?
Ogni canzone è una storia, figuriamoci un LP è un
film, Realizzare Cocò è
stato bellissimo. Abbiamo usato una gran quantità di musicisti
dell’area milanese molti, erano allievi del conservatorio
che vivevano nelle case occupate del Garibaldi, oggi zona residenziale
radical chic. Far cantare La Matia dentro un pezzo
era sconvolgente, con Fortis andavo molto d’accordo
è stato tutto molto divertente tutto girava. Il brano che
mi emoziona di più era ed è Jebel Murra,
anche se non è il più facile. Il più forte
L’erba voglio sintesi degli anni
70 in chiave critico ironica
Hai insegnato musica ai bambini, secondo te come insegnante
quali sono i limiti dell’insegnamento della musica in italia?
Cosa di dovrebbe fare per migliorarla?
L’insegnamento della musica in Italia faceva e fa pena. Perchè
intanto è un po la cenerentola delle materie. Perchè
veniva e viene insegnata poco, male e peggio . Tranne qualche sporadico
miracolo la musica e il canto sono insegnate alla rovescia, si teorizza
della musica senza sperimentarla, con gioia, perchè la musica
ha questa qualità
Ma chi la insegna spesso non lo sa, quindi è più facile
insegnare un metodo piuttosto che rischiare il contatto emozionale.
I conservatori sono pieni di gente che studia musica defunta e fa
della propria vita una nenia funeraria. La musica è tutto
cio che non è esprimibile se non con la musica è la
creazione in divenire non la riproduzione di un passato mai vissuto.
Vivere di musica poi è quasi una follia
Per migliorare la situazione musicale italiana bisogna formare una
classe di insegnanti che sappiano insegnare sin dall’asilo
nido, riformare completamente le scuole di musica, come fucine vive,
poi bisognerebbe togliere La tassa sui dischi e facilitare la possibilità
di suonare dove ti pare. Senza che ti rincorra quello della siae
quello dell’Enpals, Quello della fattura e quello dell’agibilità
. Vale a dire lasciare che l’humus produca quel che deve,
musica appunto non scartoffie.
Hai viaggiato moltissimo, in INDIA particolarmente. Cosa
ti è rimasto di quei viaggi, quale esperienze ti hanno segnato
e fatto crescere, quale altre invece non ripeteresti?
Il capitolo India è un affare assai voluminoso, Sai Mama
è il cd che ben richiama quei viaggi sempre intensi, perchè
l’India non è un posto qualsiasi, ma è qualsiasi
posto, nel senso che realtà e sogno e incubo e meraviglia
e miracolo e dolcezza e crudeltà sono magicamente sospesi
come una visione che vive cangiante di tutte le pulsioni, come un
fiume di umanità. Poi ho suonato 45 minuti nel tempio di
Shirdi Baba, È stato sconvolgente. Rifarei tutto daccapo
anche se a volte è stata dura. Però il viaggio più
forte l’ho fatto in Egitto e Sudan verso il Darfhur dove c’è
una montagna che si chiama Jebel Murra appunto come la canzone.
”Amami di meno amati di più ” è
davvero un gran bel lavoro, quello che in assoluto preferisco e
ascolto volentieri tra i tuoi. Bella l’idea di base della
canzone, cioè non perdiamo la nostra autonomia del tutto
per amore, lasciamoci vivere e trasportare dal sentimento. Anche
l’intero disco è molto valido, sempre con testi ironici
e divertenti. Questa volta al disco hanno collaborato, pare, i Matia
Bazar.
Una proposta musicale la tua forse troppo particolare per piacere
al popolino che compra il sentimental-nazionalpopolare stile Di
Cataldo. Se ti dovessi sfogare contro il mercato della musica per
la tua situazione a chi daresti la colpa? Cosa si dovrebbe radicalmente
cambiare nel mondo della musica?
"Amami di meno amati di più"
è stato prodotto da Roberto Colombo, marito
di Antonella Ruggiero, i Matia Bazar non c’entrano,
con loro ho avuto una collaborazione precedente. Se mi dovessi sfogare
intanto me la prenderei con la mia leggerezza ad affidare alcuni
miei progetti discografici a gente che non ama affatto quello che
fa o peggio a chi strumentalizza il lavoro e i sogni degli altri
per fini che nulla hanno a che vedere con la natura della musica.
In altri termini La canzone ai cantanti non ai manager dei cantanti
come la terra ai contadini non ai latifondisti, i denti al pane
non ai dentisti. Io ho avuto la sventura di trattare con dei veri
e propri gangster della discografia Da Amami di meno ad esempio
non ci ho cavato neanche una lira di royalties.
Con il bellissimo “Scigula” ritorni alle origini
di cantautore dialettale. Quale rapporto hai con la tua terra? Cosa
ti conforta e cosa disapprovi? Il disco ha la leggerezza della poesia
pura e descrive benissimo un certo contesto regionale. Quale pensi
che sia l’importanza reale delle musica dialettale, può
servire come scambio culturale fra persone di regioni differenti?
Infine: se dovessi rivedere la tua carriera musicale e trarne un
sunto. Quali errori non vorresti ripetere? Quali sono state le gioie
più intense? Verso chi provi ammirazione e verso chi provi
rabbia?
Ho sempre avuto un rapporto bivalente di amore odio verso
la Brianza mia terra natale, Amore per la natura, i boschi le acque,
gli uccelli, ho visto la mia terra soffrire l’ingiuria rapinatrice
e stupida del cosiddetto progresso e io con lei. Le gioie intense
e gli errori più grandi fanno parte del mio vissuto, non
le cambierei, non potendo. Provo ammirazione per chi non nutre rabbia
inutile e provo rabbia per chi crede la propria rabbia una ragione
sufficiente.
Per contattare Francesco: www.
francescomagni. com
Intervista
effettuata nel maggio 2006
|