| Il
Blues come via maestra per la Spiritualità. Anni fa, durante
un’intervista che ancora ricordo perfettamente, Eugenio Finardi
dichiarò con semplicità e con una serenità
invidiabile che il Finardi cantautore che tutti conoscevamo ed amavamo
non esisteva più, perché – disse – “sento
che quella vena creativa è ormai esaurita. Ma non preoccupatevi”,
proseguì rivolto ai suoi fans, “perché questa
non è il mio capolinea artistico, ma solo un nuovo punto
di partenza”. Di ripartenza, si direbbe oggi nel calcio.
Passato qualche anno,
superate le crisi interiori che inevitabilmente accompagnano e sottolineano
ogni momento di crescita vera, come promesso Eugenio è tornato,
in una nuova veste, anche se – chi lo conosce – sa bene
che si tratta solo di un “ritorno a casa”.
Nel 2005, infatti, ha
pubblicato e prodotto “Anima Blues”, undici tracce originali
(scritte assieme a tre fidati compagni d’avventura) ed una
cover di “Spoonful”, di Willie Dixon. Un disco sanguigno,
cantato con una grinta sorprendente e suonato con altrettanta passione.
I risultati sono stati
superiori ad ogni aspettativa. Oggi Eugenio Finardi è un
uomo libero e felice, che suona la musica che più ama e che
assieme ad un gruppo di amici gira l’Italia in tour con l’entusiasmo
di un ventenne. La tappa romana era l’occasione migliore per
chiedergli di questa seconda giovinezza:
“Siamo una band!
Siamo quattro vecchietti: io, il grande batterista del blues italiano
Vince Vallicelli e Pippo Guarnera, immenso virtuoso dell’Organo
Hammond, che con la mano sinistra funge anche da bassista; eppoi
alla chitarra abbiamo Massimo Martellotta, il nostro ragazzo prodigio,
romano tra l’altro, una delle mie più grandi scoperte
musicali”
Sarai
fiero della realizzazione di questo progetto…
“Molto, questa
è la realizzazione di un sogno. Quello che rende così
magica Anima Blues è che siamo quattro persone che fanno
esattamente quello che volevano fare, senza compromessi”.
Hai
nominato l’Hammond, lo strumento degli angeli. Io dico sempre
che gli altri strumenti si ascoltano con le orecchie, l’Hammond
con l’anima… sei d’accordo?
“Ah, guarda, hai
colto nel segno! Poi Pippo è veramente un maestro”
Allora
adesso ti chiedo il modello
“Sai, dovrebbe
essere un C3. Dico dovrebbe perché poi Pippo l’ha completamente
modificato, lo trasporta con una sorta di skateboard… E’
uno spettacolo quando lo sposta, dovremmo filmarlo e metterlo sul
sito!”
Anche
perché non è certo una Yamaha Dx7…
“(ride) No, no,
molto più pesante! Ma sai che questa idea di fimarlo è
proprio buona. Si, lo metterò sul sito!”
Senti
Eugenio, ti sei dovuto liberare di un po’ di personaggi, ma
alla fine sei riuscito a fare proprio quel che volevi, ad avere
una tua casa discografica
“E’ vero,
ho dovuto fare una mia etichetta, le mie edizioni, per poter andare
a registare nello studio di Pagani, dove ci sono strumenti vintage
straordinari, lo stesso banco di regia…”
…e
ti sei potuto permettere così un Neve 5116 che era il banco
dei tuoi sogni…
“Eh, si, un banco
che dà un suono unico. Anima Blues era un progetto così
lucido che abbiamo voluto usare il meglio”.
Scrivi
sul tuo sito: “Il Blues non si suona, si ha”.
“Si. Ma sai, spesso
ci si dimentica che il Blues non è un genere musicale, ma
un sentimento, come il Fado. Bisogna ritornare a questo sentimento
primario. Anima Blues è nata proprio con l’obiettivo
di tirar fuori paturnie, malesseri…”.
Hai
dichiarato: “Il Blues è la via maestra verso la trascendenza”.
Detto da te, uomo da sempre laico, ha un significato ben preciso,
una spiritualità non intesa come religiosità, no?
“Ma io credo che
la musica sia spiritualità, anzi credo che la musica sia
la prova che l’uomo tende all’assoluto. Perché
la musica è fatta di assoluti reali, quelli sui quali concordiamo
tutti: la matematica, la fisica, l’equilibrio… Ecco,
la musica utilizza queste leggi. Solo che, siccome lo fa rendendole
udibili, in noi succede qualcosa. Non a caso non esiste liturgia
al mondo che non la usi. Secondo me andrebbe esplorata molto di
più e molto più a fondo”.
Dici
poi che il blues è una musica molto stretta in schemi e geometrie
molto precise. Ecco, io penso proprio che, con un tipo di musica
come il blues (cioè con pochi accordi a disposizione e con
un giro che si ripete) la bravura stia proprio nel metterci qualcosa
in più, qualcosa di personale…
“Esatto. Ma c’è
uno strano paradosso: più la musica è costretta da
codici e da regole, più è profonda e in grado di dare
emozioni forti. Per cui, su musiche come lo stesso blues, come il
già citato Fado, come la musica barocca, si può costruire
un’intensità emotiva altissima nell’interpretazione.
E’ un po’ come nei salti sui tappeti elastici: si sa
già che l’atleta atterrerà, ma il gusto è
tutto nella geometria e nelle volute che disegna il salto, no?”.
A parte
“Spoonful” di Willie Dixon, sono tutti pezzi vostri…
“Ma vedi, io ormai
parlo di Anima Blues in terza persona. E’ diventata una sorta
di Frankenstein, una creatura che si muove sulle sue gambe. Avevamo
questi pezzi pronti, ci sembravano decisamente all’altezza.
Così abbiamo optato per una sola cover”.
Io
so che la prima cosa grande, importante che hai fatto nella tua
lunga carriera è stata una tournee come supporter di Fabrizio
De Andrè, era il 1975…
“La cosa bella
è che fu la mia prima grande tournee, ma anche la sua”.
Tu
ricordi spesso che di Fabrizio conoscevi molto più il lato
umano e familiare che non quello della star
“Beh, come sai
io son cresciuto con il Rock, con il Blues. Non conoscevo la musica
italiana, non avevo il suo Mito e avere una persona che lo trattasse
normalmente, che gli parlava anche d’altro oltre che di lavoro
lo rilassava tantissimo. Inoltre, avevamo figli quasi coetanei,
quindi si parlava più di questo, tante volte, che non di
musica. Un esempio: una volta Cristiano, attraversando le tipiche
turbolenze dell’adolescenza, scappò di casa e venne
da me. Io telefonai a Fabrizio e gli dissi di non preoccuparsi.
Questo era il nostro rapporto, quindi puoi capire anche l’affetto,
la confidenza. Il nostro rapporto era rilassato per il fatto che
non c’era di mezzo il mito, ma solo l’umanità”.
Hai
dichiarato una volta: “Di solito alla mia età ci si
aggrappa alla giovinezza comprandosi una Porsche o una Harley”.
La cosa mi ha fatto molto ridere perché poco tempo fa, nella
conferenza stampa all’Auditorium di Roma, Roger Waters raccontava
che in Inghilterra, dopo la presentazione dell’opera classica
“Ca Ira”, un giornalista gli chiese se questo cambio
di rotta non fosse dovuto al desiderio di una macchina sportiva…Waters,
con la classica flemma che lo caratterizza dopo l’uscita dai
Pink Floyd, ha risposto:“Ho già una macchina sportiva”.
Tu, invece, so che hai venduto la Harley…
“(ride) Ah, guarda,
per me il problema non si pone, io ho disponibilità ben più
limitate! Ma ho anche altre aspirazioni eh? (ride) Ad esempio, riuscire
a portare Anima Blues in giro per l’Europa e – perché
no – per il mondo. Lo dico perché ho avuto riscontri
molto positivi. Il suono piace molto, forse anche più che
da noi, perché qui – bene o male – c’è
sempre il paragone con Finardi cantautore. Sicuramente la prossima
estate faremo una serie di date in giro per l’Europa, poi
chissà…”.
Chi
non ha ancora ascoltato Anima Blues rimarrà stupito dalla
grinta che metti nella voce. E’ il genere che lo richiede?
“Ti dirò,
è il genere che lo permette. Guarda, ti confesso che purtroppo
come cantautore non sono mai riuscito a scrivermi canzoni che utilizzassero
al cento per cento la mia capacità vocale. Qui, invece, riesco
perfettamente a farlo”.
Dici
che adesso le tue nuove canzoni sono sempre più soul. Il
prossimo sarà un disco soul? Hai qualche anteprima?
“Mah, stiamo lavorando
al capitolo due di Anima Blues, ma intanto mi piacerebbe documentare
in Dvd il concerto. Sul palco abbiamo raggiunto un’intesa
così profonda, un’energia tale che credo sia anche
bello vederci suonare”.
Ormai
suonate con gli sguardi…
“Ancora di più,
siamo alla telepatia (ride)”.
Il
nostro esperto di Blues, Gianluca Diana, ti chiede quanto peschi
da Chicago e quanto dalle Hills a sud di Memphis?
“Poco Chicago,
poco. Oddio, Muddy Waters è Chicago, però cerco un
Blues molto più ipnotico, molto più di radici, più
sudista”.
Senti,
io ti ricordo ad un vecchissimo Festivalbar ingessato per un incidente
di parapendio. Hai abbandonato quegli hobby così pericolosi?
“(ride) Si, si,
ora solo immersioni!”
Tornerai
presto dalle nostre parti?
“Certo! Anzi, ti
dirò, mi piacerebbe tornare in estate. Mi piacerebbe suonare
all’aperto, con la possibilità per il pubblico di ballare”
Allora
ti aspettiamo presto. Magari, con più tempo a disposizione
ci potrai regalare un live set in studio…
“Grazie
mille, volentieri”.
Intervista
effettuata nel febbraio 2006
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