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BiELLE INTERVISTE
Eugenio Finardi: ma quanto è bello avere un anima blues!
di Marco Cavalieri

Il Blues come via maestra per la Spiritualità. Anni fa, durante un’intervista che ancora ricordo perfettamente, Eugenio Finardi dichiarò con semplicità e con una serenità invidiabile che il Finardi cantautore che tutti conoscevamo ed amavamo non esisteva più, perché – disse – “sento che quella vena creativa è ormai esaurita. Ma non preoccupatevi”, proseguì rivolto ai suoi fans, “perché questa non è il mio capolinea artistico, ma solo un nuovo punto di partenza”. Di ripartenza, si direbbe oggi nel calcio.

Passato qualche anno, superate le crisi interiori che inevitabilmente accompagnano e sottolineano ogni momento di crescita vera, come promesso Eugenio è tornato, in una nuova veste, anche se – chi lo conosce – sa bene che si tratta solo di un “ritorno a casa”.

Nel 2005, infatti, ha pubblicato e prodotto “Anima Blues”, undici tracce originali (scritte assieme a tre fidati compagni d’avventura) ed una cover di “Spoonful”, di Willie Dixon. Un disco sanguigno, cantato con una grinta sorprendente e suonato con altrettanta passione.

I risultati sono stati superiori ad ogni aspettativa. Oggi Eugenio Finardi è un uomo libero e felice, che suona la musica che più ama e che assieme ad un gruppo di amici gira l’Italia in tour con l’entusiasmo di un ventenne. La tappa romana era l’occasione migliore per chiedergli di questa seconda giovinezza:

“Siamo una band! Siamo quattro vecchietti: io, il grande batterista del blues italiano Vince Vallicelli e Pippo Guarnera, immenso virtuoso dell’Organo Hammond, che con la mano sinistra funge anche da bassista; eppoi alla chitarra abbiamo Massimo Martellotta, il nostro ragazzo prodigio, romano tra l’altro, una delle mie più grandi scoperte musicali”

Sarai fiero della realizzazione di questo progetto…

“Molto, questa è la realizzazione di un sogno. Quello che rende così magica Anima Blues è che siamo quattro persone che fanno esattamente quello che volevano fare, senza compromessi”.

Hai nominato l’Hammond, lo strumento degli angeli. Io dico sempre che gli altri strumenti si ascoltano con le orecchie, l’Hammond con l’anima… sei d’accordo?

“Ah, guarda, hai colto nel segno! Poi Pippo è veramente un maestro”

Allora adesso ti chiedo il modello

“Sai, dovrebbe essere un C3. Dico dovrebbe perché poi Pippo l’ha completamente modificato, lo trasporta con una sorta di skateboard… E’ uno spettacolo quando lo sposta, dovremmo filmarlo e metterlo sul sito!”

Anche perché non è certo una Yamaha Dx7…

“(ride) No, no, molto più pesante! Ma sai che questa idea di fimarlo è proprio buona. Si, lo metterò sul sito!”

Senti Eugenio, ti sei dovuto liberare di un po’ di personaggi, ma alla fine sei riuscito a fare proprio quel che volevi, ad avere una tua casa discografica

“E’ vero, ho dovuto fare una mia etichetta, le mie edizioni, per poter andare a registare nello studio di Pagani, dove ci sono strumenti vintage straordinari, lo stesso banco di regia…”

…e ti sei potuto permettere così un Neve 5116 che era il banco dei tuoi sogni…

“Eh, si, un banco che dà un suono unico. Anima Blues era un progetto così lucido che abbiamo voluto usare il meglio”.

Scrivi sul tuo sito: “Il Blues non si suona, si ha”.

“Si. Ma sai, spesso ci si dimentica che il Blues non è un genere musicale, ma un sentimento, come il Fado. Bisogna ritornare a questo sentimento primario. Anima Blues è nata proprio con l’obiettivo di tirar fuori paturnie, malesseri…”.

Hai dichiarato: “Il Blues è la via maestra verso la trascendenza”. Detto da te, uomo da sempre laico, ha un significato ben preciso, una spiritualità non intesa come religiosità, no?

“Ma io credo che la musica sia spiritualità, anzi credo che la musica sia la prova che l’uomo tende all’assoluto. Perché la musica è fatta di assoluti reali, quelli sui quali concordiamo tutti: la matematica, la fisica, l’equilibrio… Ecco, la musica utilizza queste leggi. Solo che, siccome lo fa rendendole udibili, in noi succede qualcosa. Non a caso non esiste liturgia al mondo che non la usi. Secondo me andrebbe esplorata molto di più e molto più a fondo”.

Dici poi che il blues è una musica molto stretta in schemi e geometrie molto precise. Ecco, io penso proprio che, con un tipo di musica come il blues (cioè con pochi accordi a disposizione e con un giro che si ripete) la bravura stia proprio nel metterci qualcosa in più, qualcosa di personale…

“Esatto. Ma c’è uno strano paradosso: più la musica è costretta da codici e da regole, più è profonda e in grado di dare emozioni forti. Per cui, su musiche come lo stesso blues, come il già citato Fado, come la musica barocca, si può costruire un’intensità emotiva altissima nell’interpretazione. E’ un po’ come nei salti sui tappeti elastici: si sa già che l’atleta atterrerà, ma il gusto è tutto nella geometria e nelle volute che disegna il salto, no?”.

A parte “Spoonful” di Willie Dixon, sono tutti pezzi vostri…

“Ma vedi, io ormai parlo di Anima Blues in terza persona. E’ diventata una sorta di Frankenstein, una creatura che si muove sulle sue gambe. Avevamo questi pezzi pronti, ci sembravano decisamente all’altezza. Così abbiamo optato per una sola cover”.

Io so che la prima cosa grande, importante che hai fatto nella tua lunga carriera è stata una tournee come supporter di Fabrizio De Andrè, era il 1975…

“La cosa bella è che fu la mia prima grande tournee, ma anche la sua”.

Tu ricordi spesso che di Fabrizio conoscevi molto più il lato umano e familiare che non quello della star

“Beh, come sai io son cresciuto con il Rock, con il Blues. Non conoscevo la musica italiana, non avevo il suo Mito e avere una persona che lo trattasse normalmente, che gli parlava anche d’altro oltre che di lavoro lo rilassava tantissimo. Inoltre, avevamo figli quasi coetanei, quindi si parlava più di questo, tante volte, che non di musica. Un esempio: una volta Cristiano, attraversando le tipiche turbolenze dell’adolescenza, scappò di casa e venne da me. Io telefonai a Fabrizio e gli dissi di non preoccuparsi. Questo era il nostro rapporto, quindi puoi capire anche l’affetto, la confidenza. Il nostro rapporto era rilassato per il fatto che non c’era di mezzo il mito, ma solo l’umanità”.

Hai dichiarato una volta: “Di solito alla mia età ci si aggrappa alla giovinezza comprandosi una Porsche o una Harley”. La cosa mi ha fatto molto ridere perché poco tempo fa, nella conferenza stampa all’Auditorium di Roma, Roger Waters raccontava che in Inghilterra, dopo la presentazione dell’opera classica “Ca Ira”, un giornalista gli chiese se questo cambio di rotta non fosse dovuto al desiderio di una macchina sportiva…Waters, con la classica flemma che lo caratterizza dopo l’uscita dai Pink Floyd, ha risposto:“Ho già una macchina sportiva”. Tu, invece, so che hai venduto la Harley…

“(ride) Ah, guarda, per me il problema non si pone, io ho disponibilità ben più limitate! Ma ho anche altre aspirazioni eh? (ride) Ad esempio, riuscire a portare Anima Blues in giro per l’Europa e – perché no – per il mondo. Lo dico perché ho avuto riscontri molto positivi. Il suono piace molto, forse anche più che da noi, perché qui – bene o male – c’è sempre il paragone con Finardi cantautore. Sicuramente la prossima estate faremo una serie di date in giro per l’Europa, poi chissà…”.

Chi non ha ancora ascoltato Anima Blues rimarrà stupito dalla grinta che metti nella voce. E’ il genere che lo richiede?

“Ti dirò, è il genere che lo permette. Guarda, ti confesso che purtroppo come cantautore non sono mai riuscito a scrivermi canzoni che utilizzassero al cento per cento la mia capacità vocale. Qui, invece, riesco perfettamente a farlo”.

Dici che adesso le tue nuove canzoni sono sempre più soul. Il prossimo sarà un disco soul? Hai qualche anteprima?

“Mah, stiamo lavorando al capitolo due di Anima Blues, ma intanto mi piacerebbe documentare in Dvd il concerto. Sul palco abbiamo raggiunto un’intesa così profonda, un’energia tale che credo sia anche bello vederci suonare”.

Ormai suonate con gli sguardi…

“Ancora di più, siamo alla telepatia (ride)”.

Il nostro esperto di Blues, Gianluca Diana, ti chiede quanto peschi da Chicago e quanto dalle Hills a sud di Memphis?

“Poco Chicago, poco. Oddio, Muddy Waters è Chicago, però cerco un Blues molto più ipnotico, molto più di radici, più sudista”.

Senti, io ti ricordo ad un vecchissimo Festivalbar ingessato per un incidente di parapendio. Hai abbandonato quegli hobby così pericolosi?

“(ride) Si, si, ora solo immersioni!”

Tornerai presto dalle nostre parti?

“Certo! Anzi, ti dirò, mi piacerebbe tornare in estate. Mi piacerebbe suonare all’aperto, con la possibilità per il pubblico di ballare”

Allora ti aspettiamo presto. Magari, con più tempo a disposizione ci potrai regalare un live set in studio…

“Grazie mille, volentieri”.

 

Intervista effettuata nel febbraio 2006

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