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BiELLE INTERVISTE
Claudio Lolli: l'America, Majakovskij e l'abbondanza

L'uscita di un disco nuovo di Claudio Lolli non è evento di poco momento. Prima ancora di afffezionarci all'oggetto, alla scatolina, al libretto, abbiamo provato a metterci in sintonia con i titoli delle canzoni. Però, da soli, si può arrivare fino a un certo punto. Claudio, hai voglia di aiutarci? Ci starebbe bene un tuo commento sempre che tu abbia voglia di darci un commento di prima mano.

"Si, volentieri, se riesco a capire di cosa si tratta …"

Noi abbiamo fatto una pagina ispirandoci alla tracklist comunicata da Storie di note. L’abbiamo fatto per quattro canzoni questo gioco. Adesso ti dico cosa abbiamo scritto e mi dici se ci abbiamo azzeccato.

"Va bene: è un bel gioco!"

E poi se ci dici qualcosa anche sul resto del disco, chi sono le persone coinvolte (di cui non sappiamo niente). Allora, abbiamo cominciato con “Majakovskij e la scoperta dell’America” che doveva essere il titolo dell’album. Ma poi cos’è successo?

C’è stato qualche problema, diciamo così di …. vendibilità. L’ufficio promozione mi ha detto “Guarda no, così non va. Sembra la corazzata Potiomkin! Ci aspettiamo reazioni tipo Fanzozzi”. Quindi mi hanno convinto a scorciarlo … (ride)

Però è rimasto come titolo della canzone …

Eh sì, la canzone è mia, i titoli li scelgo io.

Noi siamo partiti dal libro “America” di Majajovskij. Majakovskij si recò in America nel 1925 con un viaggio per nave. Immaginiamo che tu sia partito di qua, ottant'anni dopo per riscoprire un'America molto diversa.

No, io sono partito da una traccia molto più labile. Sono partito dalla poesia che Majakovskij ha dedicato a Esenin, in cui dice questa frase: “bisogna strappare la gioia ai giorni futuri” che poi io cito nella canzone. Tu il testo non l’hai letto ancora?

No. Non ce li abbiamo.

Sai Esenin era un suicida … “morire oggi non è difficile/ è molto più difficile vivere”. Poi questo va legato alla scoperta immaginaria dell’America, come terra della difficoltà, come momento della difficoltà, della confusione, del non sapere bene che fare del presente.

Quindi in chiave esistenziale?

Sì, molto più esistenziale che storica. Molto immaginata.

Poi siamo passati a “Bisogno orizzontale”. Si sta in posizione orizzontale quando si nasce e quando si muore, quando si fa l'amore e quando si sta male, in un letto d'ospedale o in un'amaca tropicale. L'amore poi, il sesso insomma, è caratterizzato da tutta una serie di piani orizzontali che si intrecciando, che si sovrappongono, che si contrappongono ad altre verticalità.

Ma tutto questo ragionando solo sui titoli?

Eh, noi quelli abbiamo …

E’ bello, è bello! Volevo capire come avevate ragionato.

“Bisogno orizzontale” è un titolo bellissimo. C’è una tua poesia in Rumore rosa che dice "Fare l'amore noi, da pari a pari / e questo è il mio bisogno orizzontale" e da lì siamo partiti. Orizzontale/verticale è tutto quello che si sviluppa nel nostro corpo quando cresce il bisogno d'amare. Si sta orizzontali su una spiaggia o sopra un prato e infine si sta orizzontali, perché così si sta da un'altra parte rispetto a questo mondo tutto verticale. Il bisogno orizzontale quindi può anche essere un grido contro la massificazione, contro l'omogenizzazione. Ma c'è di più: ci può essere il "bisogno di mettersi orizzontali", ossia "vado a stendermi un attimo".

Beh, forse l'ultima che hai detto è la meno importante (ride). Sugli altri due temi ci avete azzeccato benissimo! E’ una canzone d’amore. E si cita di nuovo l’America e di nuovo il progetto verticale contrapposto al bisogno orizzontale. Insomma le spiegazioni che hai dato vanno benissimo. Incredibilmente senza conoscere né il testo, né la musica avete capito perfettamente di cosa si tratta. Qui sì, mi sembra proprio che sia giusto il vostro gioco di interpretazione casuali.

Sai … abbiamo studiato (ridiamo)

Bravi! Ci avete azzeccato completamente. E’ come se le avessi dette io.

Quindi veniamo alle Rose di Pantani ...

Qui il testo non è mio, ma di Gianni d’Elia

Secondo i nostri conti è la quinta canzone d’autore che parla di ciclismo. Pantani, con la sua faccia da pirata, già indice di un altro, Pantani che si posava leggero sulle vette

"Leggero" è un aggettivo giusto che c’è anche nel testo.

E dopo Villeneuve è la seconda canzone che dedichi a un campione morto.

E' vero. Ma non è tanto il ciclismo il tema di fondo, ma il mito dell’eroe. In questo mondo si ha bisogno ... voglia di miti per poi distruggerli immediatamente. A me è venuto in mente Achille, l’invincibile. Però ha il “tallone”, quel piccolo difetto che lo uccide. Non è tanto il problema del ciclismo... Anche qui comunque in questa fatica fisica c’è qualcosa di umile e di nobile. E infatti non è quasi più considerato. E poi insomma al di di un certo perbenismo da far-west, è una bella figura. Il poeta lo paragona ad Achille; anche lui un genio con un piccolo tallone che lo uccide. Ecco: l’uomo è fatto di miti che vengono buttati giù con molta volgarità, con molta aggressività, con molta cattiveria. Senza considerare l’immaginario che ci hanno dato, la cultura che ci hanno dato. E’ una figura che a me piace moltissimo e non è né Bartali di Paolo Conte, né Girardengo di De Gregori. E’ una figura eroica. E quindi tragica.

L’ultimo titolo con cui abbiamo giocato è il Nuovo Carcere Paradiso.

Beh, quello è semplice …

C’è l’assonanza con Nuovo cinema Paradiso, no? L’Italia di oggi rapportata a quello di ieri. Ciò che è ma non appare oggi o viceversa. Potrebbe essere la realtà italiana vista dall'esterno, dagli occhi degli immigrati che arrivano da noi aspettandosi di trovare il Paradiso, raccontato dalle televisioni di Mastro Imbonitore, e si trovano invece in quei carcari che così poco hanno di Paradiso che sono i Centri di Permanenza Temporanei.

C’hai azzeccato. Questa è una canzone un po’ criptica, poi la sentirai … Però si parla di …

Denuncia sociale?

No, no. È molto lirica. Forse fin troppo. Però sostanzialmente si parla di un assassino, di un terrorista e di un travestito. La sentirai… La prima cosa che hai detto però è giusta.

Qui ci siamo fermati con il nostro gioco. Delle altre canzoni ci dici qualcosa tu? Cominciamo con “Il secondo sogno”

È un sogno molto arrabbiato. È una storia di Bologna: due anni fa ero con mio figlio e siamo passati da Piazza Verdi, che è nella zona più tossica di Bologna ma è anche molto centrale, e lì ho avuto modo di vedere questa differenza eccezionale tra della gente tutta elegante che passava da lì per andare alla prima del Comunale e i tossici seduti per terra tra bottiglie di birra rovesciate. Così è uscita questa canzone.

Piccola storia di un dio, invece?

Questo è un testo mio su una musica di Paolo (Capodacqua, ndr) che è molto bella ed è una vecchia idea di un dio ammiccante che viene al mondo pensando di fare del bene e viene rifiutato in tutti i modi da tutti.

Come quasi tutti quelli che vogliono fare del bene, peraltro…

Eh sì, forse sì, ma non so, non sono un filosofo… (ride)

Poi ci sono "Poco di buono" e "L’eterno canto dell’uomo" di cui è il testo a non essere tuo.

Esatto, "Poco di buono" è una canzone che non è mia proprio per niente; né il testo né la musica, che sono di Fabrizio Zanotti e Lino Ricco, ossia i Foce Carmosina, che hanno fatto un’operazione partendo dal film di Giuliano Montaldo sugli anarchici Sacco e Vanzetti realizzando un bellissimo spettacolo in cui cantano e raccontano di emigrazione, ideali, diritti civili, giustizia, pena di morte con canzoni scritte da loro, da altri (tra cui un pezzo da "Gli zingari felici") e anche con brani degli stessi Sacco e Vanzetti. Così ci siamo conosciuti e loro mi hanno mandato questo pezzo, che è molto carino, una ballata un po’ stile Modena City Ramblers, tradizionale, in un certo senso, che racconta la storia di un giovane partigiano che ha fatto saltare il ponte di Ivrea il barba ai nazisti per salvare la città nella notte di natale del ’44. È una storia molto bella, d’impianto tradizionale, però scritta con molto garbo.

"L’eterno canto dell’uomo" ha la musica mia su un testo teatrale di Ernesto dello Jacono. Il lavoro teatrale si intitola "Fango" e parla della tragedia di Sarno che è stata anche filmata in tv e lui siccome ci consciamo mi aveva dato questo testo chiedendomi di musicarlo e cantarlo. Questa cosa è già uscita in tv come coda musicale della commedia, poi l’abbiamo risentito e ci è sembrato bello. Il pezzo è un po’… non so nemmeno bene che aggettivo usare…aulico…? O quasi epico…? Però c’entra con il discorso generale del disco. Così l’abbiamo inserito.

E infine questo misterioso “Medley con i rumori rosa”…

È una serie di letture da Rumore rosa con delle improvvisazioni sonore secondo me molto belle. Anche qui sentirai.

Un’ultima cosa. Sulle note tecniche si dice che tu canti soltanto. La scelta di non suonare è definitiva?

Beh, no, definitiva no, ma è da un pezzo che non suono in studio, dove c’è gente molto più brava di me per farlo. È inutile che mi metta a suonare la chitarra io. D’altronde anche De André non suonava la chitarra nei suoi dischi. E scusa il paragone. (ridiamo)

Ma dal vivo continuerò a suonare.

Intervista effettuata il 23 marzo 2006

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