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BiELLE INTERVISTE
Cesare Basile: la dolcezza del noir
di Elisabetta Di Dio Russo

Dolcezza, inquietudine, passione e qualche pennellata di nero. Cesare Basile ripropone ancora una volta con “Hellequin song”, un album a tinte forti, dove le storie crudeli si alternano alla dolcezza di storie dai toni apparentemente più tenui ma che non lasciano un segno meno profondo in chi le ascolta.
In questa intervista l’artista siciliano racconta come nascono le sue canzoni manifestando anche qualche preoccupazione verso il futuro della musica italiana e verso una società sempre meno curiosa e sempre più incline a farsi travolgere dalle scelte di altri.

Ci sono artisti capaci di provocare forti emozioni con un dipinto, una voce, una canzone. Cesare Basile è un artista capace di emozionare perchè vive l’emozione lui stesso, ancor prima di farla scaturire negli altri: dopo molti anni di intensa attività non ha ancora smesso di “emozionarsi” riscoprendo e coltivando, giorno dopo giorno, la sua incessante passione per la musica.Come mai la maggior parte delle tue canzoni come “Fratello gentile”, “Il deserto”, “Dal cranio”, nascondono sempre qualcosa di inquietante?

Forse perché cerco di usare pochissimi filtri quando racconto. Le storie che scelgo sono forti perchè probabilmente non mi preoccupo di addolcirle, ma cerco di farle arrivare esattamente come le vedo e come in effetti sono.
Nel caso di “Fratello gentile”, sarebbe stato praticamente impossibile raccontare quella storia senza utilizzare quel tipo di linguaggio. La canzone mi è stata ispirata da un bellissimo romanzo, “E morì ad occhi aperti”, di Derek Raymond, autore di noir inglese. Al centro della storia un personaggio, il “fratello gentile” della mia canzone, che sceglie di offrirsi ai suoi carnefici per farli uscire allo scoperto, quasi a svelare il gioco, il “trucco della vita”. E’ chiaro che scegliendo determinati argomenti anche il modo d'esprimersi per raccontarli si deve adattare.

Tu alterni canzoni dai toni particolarmente forti ad altre che invece sono delicatissime: mi viene in mente “Il tema di Laura”, brano strumentale. Per te non esistono mezze misure?

No, credo che alla fine le mezze misure non servano. Penso che la tenerezza sia importante quanto la rabbia e che, come la rabbia, abbia un suo linguaggio ben preciso. Sono convinto che le storie hanno bisogno di “vestiti”, per venir fuori al meglio . Quindi, alla fine, per scrivere un testo o creare una melodia, si deve cercare di scegliere l’abito migliore per vestire la storia e raccontarla. Poi la tenerezza come l’amore, l’odio, la rabbia, l’impotenza son tutte cose che fan parte di questa specie di frullato che chiamiamo vita e quindi devono essere raccontate.

In “Hellequin song” ci sono diversi pezzi scritti in inglese. Non pensi che scrivere in inglese sia un po’ penalizzare la tua scrittura così intensa?

Probabilmente sì. E’ chiaro che scrivere un testo in inglese non sia come scriverlo in ”italiano”. Però alla fine è la canzone che detta le regole.M i spiego meglio: nel caso dei pezzi in inglese contenuti in “Hellequin song” l’utilizzo della lingua inglese è stato dettato dal fatto che la canzone “suonava meglio”, e siccome non avevo intenzione di perdere una canzone solo perchè mi ero intestardito nel volerla scrivere in italiano l’ho scritta in inglese. Diciamo che a volte occorre mettersi al servizio delle proprie canzoni! Ma ti posso assicurare che preferisco scrivere in italiano. Però fra il preferire una lingua e dover tagliar via una canzone da un album solo perchè magari in italiano non suona...preferisco scegliere di scrivere il testo in inglese.

Per scrivere “Finito questo” ti sei ispirato ad una poesia di John Donne. Oggi secondo te qual’è il legame tra poesia e canzone d’autore?

Da sempre ci si chiede se il cantautore sia o non sia un poeta ma non credo che questo abbia molta importanza. Edgar Allan Poe diceva che “è poesia qualunque cosa che in un determinato momento e all’improvviso fa venire nostalgia di qualcosa che non si vedrà mai più”. Se poi questo avviene tramite una canzone, una poesia, l’inizio di un romanzo o attraverso l’immagine di un film...credo che tutto questo sia “Poesia”. E’ come ricordare qualcosa a cui si è appartenuti e che si è dimenticato ma che ad un tratto torna in testa. E’ come ricordare il volto di Dio se lo si è conosciuto, o qualcosa del genere. Credo comunque che tutto ciò che riesca a dare questo tipo di impulso sia poesia.

Hai citato Poe: guarda caso ancora uno scrittore noir...

Ma sai, l’arte non è fatta per ridere...

Se io ti dico: Musica e politica, musica e poesia, musica e cultura... Quali di questi abbinamenti preferisci e perchè?

Non ne preferisco nessuno in particolare. Non amo particolarmente la politica anche se poi mi rendo conto di prendere posizioni anche abbastanza dure e a volte controcorrente. Credo che sia il concetto di “stile” che mi interessa di più. Trovo sia importante riuscire ad avere uno stile e trovare una certa eleganza nella composizione. Poi con questo stile e questa eleganza riuscire a parlare di musica, poesia, cultura e politica.

In questi ultimi tempi si parla tanto di cultura. Secondo te a che punto è la cultura nel nostro Paese?

Decisamente viviamo in un Paese che non è più “attento”: non credo sia solo una questione di cultura, il problema è che in Italia è calata l’attenzione, per qualsiasi argomento. Sì è notevolmente abbassata la soglia della curiosità nelle persone. Non si vuole più scoprire niente! Non ci si reca a vedere i concerti a meno che non si conoscano gli artisti. Ma quel che è peggio è che non solo non si ha voglia di scoprire più nulla, ma si lascia ad altri il compito di scoprire per noi. E così succede che alla fine si subiscono “scoperte” che finiscono con l’esserci imposte.

Poco fa hai parlato di eleganza. Cosè per te l’eleganza in una canzone, oppure sul palco?

Difficile spiegarlo. Potrei dire che l’eleganza sta nel non essere affettati, nel non ostentare, nel toccare i concetti senza mai farli diventare grotteschi. Ho praticato il karate per molti anni e la cosa più elegante che abbia mai visto è l’esecuzione di un kata. Nel kata bisogna riproporre le figure di parate, attacchi senza farlo in maniera grottesca ma con precisione ed efficacia, con “eleganza”.

In una canzone dai più importanza al testo o alla melodia?

In linea di massima, se non ho una buona melodia, non scrivo neppure delle buone parole per cui non faccio la canzone. Ma se ho una buona melodia non mi do pace fino a quando il testo non è esattamente come quello che stavo cercando. Diciamo che in qualche modo le due cose potrebbero esssere interdipendenti.

Prima abbiamo parlato della cultura e quindi della nostra società. Gli artisti sono sempre molto attenti e sensibili di fronte a tutto ciò che accade. C’è qualcosa che ti disturba nella società attuale, che ti da particolarmente fastidio?

Sicuramente, come ti ho detto, la mancanza di curiosità, che non è soltanto paura di scoprire le cose ma è anche la paura di rimettersi in gioco. Mi disturba la ricerca della “comunità” che spinge a sfruttare i propri simili. Mi disturba sapere che c’è un sacco di gente che si arricchisce mentre c’è un sacco di gente che progressivamente rischia di morire di fame, e potrei continuare all’infinito. Probabilmente l’arroganza del potere mi ha sempre disturbato, e non parlo solo dell’arroganza delle persone ricche perchè, a volte, anche l’arroganza degli operai mi sta sui coglioni!
Credo che il vero problema sia nel continuare ad ignorare il fatto che siamo tutti figli della stessa miseria.

Che tipo di emozioni vuoi trasmettere con le tue canzoni?

Non so se voglio trasmettere delle emozioni: voglio raccontare delle storie e spero che queste storie “arrivino” a chi ascolta le mie canzoni.

Cosa ti emoziona del tuo lavoro e cosa non ti piace?

Mi emoziona il fatto che dopo tanti anni (sono sulla scena musicale dal 1985) ho ancora voglia di fare questo mestiere e mi emoziona riscoprirmi ogni mattina con questa voglia. Mi emoziono tantissimo quando ascoltando un disco di qualcun’altro mi viene voglia di scrivere una canzone.
Cosa mi dà fastidio del mio lavoro? Ma, probabilmente il fatto di dover continuare a lottare!

Qual’è il tuo rapporto con la stampa?

Credo dipenda molto dal giornalista che mi trovo davanti. In generale devo dire, almeno per quello che riguarda la musica italiana, che la stampa non abbia reso un gran servizio alla musica in questi ultimi anni. Penso che i giornalisti avrebbero potuto fare qualcosa di più oltre dedicarsi a fare i servi delle multinazionali del disco: la scena musicale italiana merità molto di più. Ma ho incontrato tantissimi giornalisti preparati e molto bravi che probabilmente condividono anche ciò che ti sto dicendo.
E con loro mi fa sempre molto piacere parlare.

Intervista effettuata il 6 giugno 2006

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