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Dolcezza,
inquietudine, passione e qualche pennellata di nero.
Cesare Basile ripropone ancora una volta con “Hellequin
song”, un album a tinte forti, dove le storie
crudeli si alternano alla dolcezza di storie dai toni
apparentemente più tenui ma che non lasciano
un segno meno profondo in chi le ascolta.
In questa intervista l’artista siciliano racconta
come nascono le sue canzoni manifestando anche qualche
preoccupazione verso il futuro della musica italiana
e verso una società sempre meno curiosa e sempre
più incline a farsi travolgere dalle scelte
di altri.
Ci sono artisti capaci di provocare forti
emozioni con un dipinto, una voce, una canzone. Cesare
Basile è un artista capace di emozionare perchè
vive l’emozione lui stesso, ancor prima di farla
scaturire negli altri: dopo molti anni di intensa
attività non ha ancora smesso di “emozionarsi”
riscoprendo e coltivando, giorno dopo giorno, la sua
incessante passione per la musica.Come mai la maggior
parte delle tue canzoni come “Fratello gentile”,
“Il deserto”, “Dal cranio”,
nascondono sempre qualcosa di inquietante?
Forse perché cerco di usare pochissimi filtri
quando racconto. Le storie che scelgo sono forti perchè
probabilmente non mi preoccupo di addolcirle, ma cerco
di farle arrivare esattamente come le vedo e come
in effetti sono.
Nel caso di “Fratello gentile”, sarebbe
stato praticamente impossibile raccontare quella storia
senza utilizzare quel tipo di linguaggio. La canzone
mi è stata ispirata da un bellissimo romanzo,
“E morì ad occhi aperti”,
di Derek Raymond, autore di noir
inglese. Al centro della storia un personaggio, il
“fratello gentile” della mia canzone,
che sceglie di offrirsi ai suoi carnefici per farli
uscire allo scoperto, quasi a svelare il gioco, il
“trucco della vita”. E’ chiaro che
scegliendo determinati argomenti anche il modo d'esprimersi
per raccontarli si deve adattare.
Tu alterni canzoni dai toni particolarmente
forti ad altre che invece sono delicatissime: mi viene
in mente “Il tema di Laura”, brano strumentale.
Per te non esistono mezze misure?
No, credo che alla fine le mezze misure non servano.
Penso che la tenerezza sia importante quanto la rabbia
e che, come la rabbia, abbia un suo linguaggio ben
preciso. Sono convinto che le storie hanno bisogno
di “vestiti”, per venir fuori al meglio
. Quindi, alla fine, per scrivere un testo o creare
una melodia, si deve cercare di scegliere l’abito
migliore per vestire la storia e raccontarla. Poi
la tenerezza come l’amore, l’odio, la
rabbia, l’impotenza son tutte cose che fan parte
di questa specie di frullato che chiamiamo vita e
quindi devono essere raccontate.
In “Hellequin song” ci sono
diversi pezzi scritti in inglese. Non pensi che scrivere
in inglese sia un po’ penalizzare la tua scrittura
così intensa?
Probabilmente sì. E’ chiaro che scrivere
un testo in inglese non sia come scriverlo in ”italiano”.
Però alla fine è la canzone che detta
le regole.M i spiego meglio: nel caso dei pezzi in
inglese contenuti in “Hellequin song”
l’utilizzo della lingua inglese è stato
dettato dal fatto che la canzone “suonava meglio”,
e siccome non avevo intenzione di perdere una canzone
solo perchè mi ero intestardito nel volerla
scrivere in italiano l’ho scritta in inglese.
Diciamo che a volte occorre mettersi al servizio delle
proprie canzoni! Ma ti posso assicurare che preferisco
scrivere in italiano. Però fra il preferire
una lingua e dover tagliar via una canzone da un album
solo perchè magari in italiano non suona...preferisco
scegliere di scrivere il testo in inglese.
Per
scrivere “Finito questo” ti sei ispirato
ad una poesia di John Donne. Oggi secondo te qual’è
il legame tra poesia e canzone d’autore?
Da sempre ci si chiede se il cantautore sia o non
sia un poeta ma non credo che questo abbia molta importanza.
Edgar Allan Poe diceva che “è poesia
qualunque cosa che in un determinato momento e all’improvviso
fa venire nostalgia di qualcosa che non si vedrà
mai più”. Se poi questo avviene tramite
una canzone, una poesia, l’inizio di un romanzo
o attraverso l’immagine di un film...credo che
tutto questo sia “Poesia”. E’ come
ricordare qualcosa a cui si è appartenuti e
che si è dimenticato ma che ad un tratto torna
in testa. E’ come ricordare il volto di Dio
se lo si è conosciuto, o qualcosa del genere.
Credo comunque che tutto ciò che riesca a dare
questo tipo di impulso sia poesia.
Hai citato Poe: guarda caso ancora uno
scrittore noir...
Ma sai, l’arte non è fatta per ridere...
Se io ti dico: Musica e politica, musica
e poesia, musica e cultura... Quali di questi abbinamenti
preferisci e perchè?
Non ne preferisco nessuno in particolare. Non amo
particolarmente la politica anche se poi mi rendo
conto di prendere posizioni anche abbastanza dure
e a volte controcorrente. Credo che sia il concetto
di “stile” che mi interessa di più.
Trovo sia importante riuscire ad avere uno stile e
trovare una certa eleganza nella composizione. Poi
con questo stile e questa eleganza riuscire a parlare
di musica, poesia, cultura e politica.
In questi ultimi tempi si parla tanto
di cultura. Secondo te a che punto è la cultura
nel nostro Paese?
Decisamente viviamo in un Paese che non è più
“attento”: non credo sia solo una questione
di cultura, il problema è che in Italia è
calata l’attenzione, per qualsiasi argomento.
Sì è notevolmente abbassata la soglia
della curiosità nelle persone. Non si vuole
più scoprire niente! Non ci si reca a vedere
i concerti a meno che non si conoscano gli artisti.
Ma quel che è peggio è che non solo
non si ha voglia di scoprire più nulla, ma
si lascia ad altri il compito di scoprire per noi.
E così succede che alla fine si subiscono “scoperte”
che finiscono con l’esserci imposte.
Poco fa hai parlato di eleganza. Cosè
per te l’eleganza in una canzone, oppure sul
palco?
Difficile spiegarlo. Potrei dire che l’eleganza
sta nel non essere affettati, nel non ostentare, nel
toccare i concetti senza mai farli diventare grotteschi.
Ho praticato il karate per molti anni e la cosa più
elegante che abbia mai visto è l’esecuzione
di un kata. Nel kata bisogna riproporre le figure
di parate, attacchi senza farlo in maniera grottesca
ma con precisione ed efficacia, con “eleganza”.
In
una canzone dai più importanza al testo o alla
melodia?
In linea di massima, se non ho una buona melodia,
non scrivo neppure delle buone parole per cui non
faccio la canzone. Ma se ho una buona melodia non
mi do pace fino a quando il testo non è esattamente
come quello che stavo cercando. Diciamo che in qualche
modo le due cose potrebbero esssere interdipendenti.
Prima abbiamo parlato della cultura e
quindi della nostra società. Gli artisti sono
sempre molto attenti e sensibili di fronte a tutto
ciò che accade. C’è qualcosa che
ti disturba nella società attuale, che ti da
particolarmente fastidio?
Sicuramente, come ti ho detto, la mancanza di curiosità,
che non è soltanto paura di scoprire le cose
ma è anche la paura di rimettersi in gioco.
Mi disturba la ricerca della “comunità”
che spinge a sfruttare i propri simili. Mi disturba
sapere che c’è un sacco di gente che
si arricchisce mentre c’è un sacco di
gente che progressivamente rischia di morire di fame,
e potrei continuare all’infinito. Probabilmente
l’arroganza del potere mi ha sempre disturbato,
e non parlo solo dell’arroganza delle persone
ricche perchè, a volte, anche l’arroganza
degli operai mi sta sui coglioni!
Credo che il vero problema sia nel continuare ad ignorare
il fatto che siamo tutti figli della stessa miseria.
Che tipo di emozioni vuoi trasmettere
con le tue canzoni?
Non so se voglio trasmettere delle emozioni: voglio
raccontare delle storie e spero che queste storie
“arrivino” a chi ascolta le mie canzoni.
Cosa ti emoziona del tuo lavoro e cosa non ti piace?
Mi emoziona il fatto che dopo tanti anni (sono sulla
scena musicale dal 1985) ho ancora voglia di fare
questo mestiere e mi emoziona riscoprirmi ogni mattina
con questa voglia. Mi emoziono tantissimo quando ascoltando
un disco di qualcun’altro mi viene voglia di
scrivere una canzone.
Cosa mi dà fastidio del mio lavoro? Ma, probabilmente
il fatto di dover continuare a lottare!
Qual’è il tuo rapporto con la stampa?
Credo dipenda molto dal giornalista che mi trovo davanti.
In generale devo dire, almeno per quello che riguarda
la musica italiana, che la stampa non abbia reso un
gran servizio alla musica in questi ultimi anni. Penso
che i giornalisti avrebbero potuto fare qualcosa di
più oltre dedicarsi a fare i servi delle multinazionali
del disco: la scena musicale italiana merità
molto di più. Ma ho incontrato tantissimi giornalisti
preparati e molto bravi che probabilmente condividono
anche ciò che ti sto dicendo.
E con loro mi fa sempre molto piacere parlare.
Intervista
effettuata il 6 giugno 2006
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