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"V per Vendetta", come ridare (con atti terroristici) la speranza a un'Inghilterra sotto dittatura

Tratto da un fumetto di culto, porta la firma nella sceneggiatura dei Wachowski. Una sorta di "fantasma dell'opera" che ha per teatro una nazione
di Alfredo Ranavolo
I fumetti sono una miniera d'oro per il cinema. Da cui attingere materiale più o meno prezioso e plasmarlo nelle più svariate forme, adattandolo di più o di meno a un mezzo differente d'espressione come il grande schermo.

Spesso e volentieri, la trasformazione finisce per perdere non solo il confronto, ma il contatto con l'originale. A giudicare da come se n'è dissociato l'autore David Lloyd, è anche il caso di "V per vendetta".

Qui non siamo di fronte a un supereroe seriale, ma al personaggio di un vero e proprio romanzo a strisce. Di culto. Ad accostarcisi sono stati autori altrettanto di culto come i fratelli Wachowski, creatori della trilogia di "Matrix". Confermando la parabola discendente che, dopo il primo capitolo portò a un intermedio certo meno entusiasmente e un finale decisamente dimenticabile.

Eppure gli elementi per far bene non sarebbero mancati e qualche finezza nemmeno. Apprezzabile, infatti, è la costruzione della trama che evita una spiegazione formato pistolotto di questa Inghilterra futura sotto la dittatura del cancelliere (John Hurt), che viene svelata per gradi.

E poi ci son dentro insieme le opposte e complementari paure del terrorismo e degli autoritarismi, che vengono utilizzati però in maniera così povera di sfumature da risultare inevitabilmente caricaturali, come il sorriso artificiale della maschera del protagonista "V", che non donerà certo fama a Hugo Weaving, sempre nascosto per esigenze di copione dietro di essa. Di certo, con questo personaggio, ha risolto un problema di molti attori come l'espressività.

Magari ne avesse avuta una pure Stephen Rea, brutta copia di quello visto ani fa in "La moglie del soldato", nei panni dell'ispettore Finch, uno che dovrebbe essere fondamentale nella storia e invece pare passare di lì per caso, anche quando la storia si avvia alla sua drammatica conclusione.

Di altro spessore l'eterna ragazzina Natalie Portman nel dar vita a Evey, che da fanciulla spaurita diverrà "prodotto della rivoluzione".

Quella che V inizia in un'Inghilterra diventata reazionaria approfittando di una situazione internazionale ancora più caotica di quella vera, ma con qualche trucchetto da migliaia di morti per alimentare la paura della gente. Di quelle cose che a pensare possano succedere davvero ti prendono per visionario, ma in un film no...eppure non è che nella vita vera latiti la gente senza scrupoli.

Se i Wachowski avessero voluto anche la regia, invece di affidarla all'esordiente James McTeigue, forse si sarebbe assistito almeno a qualche guizzo di classe in più. Invece si assiste a uno spettacolo piuttosto diseguale, con Londra che a tratti pare Gotham City e a tratti se stessa e una confezione tutta un po' "troppo patinata".

La frase: il popolo non dovrebbe temere il proprio governo. I governi dovrebbero temere il popolo

Da vedere: per chi lo ha amato, per confrontarlo col fumetto. Per gli altri...difficile trovare un motivo

   
Ultimo aggiornamento: 17-03-2006
 
   
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