Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.


Scarica le canzoni per la pace
 














 
BiELLE Film
 

"Il suo nome è Tsotsi", un gangster col cuore
nei sobborghi di Johannseburg

Tanto degrado e qualche spaccato di un'altra vita possibile in un film poco originale,
ma ben realizzato

di Alfredo Ranavolo
"Il suo nome è Tsotsi" e in pochi impareranno a conoscerlo, visto che la Mikado ne ha distribuito solamente sette copie in tutta Italia. Qualche speranza in più (ma mica poi troppe) gliela dà la vittoria dell'Oscar come miglior film straniero.

Ma chi è Tsotsi? Facile: un delinquente, ché nei ghetti del Sudafrica quella è la parola per dire gangster. E Tsotsi (Presley Chweneyagae) ,nonostante la giovanissima età, lo è. Ha la sua piccola banda sulla quale, con alterne fortune, cerca di imporre la sua più spiccata personalità. E quando non ci riesce la soluzione è di forza: cazzotti, o addirittura pistole.

Certo, ha una storia alle spalle. Fatta, tanto per cambiare, di una madre vittima e un padre carnefice. Che a sua volta sarà stato vittima prima. Anche il suo socio Butcher (Zenzo Ngqobe) avrà una sua storia drammatica alle spalle, ma quella non è dato saperla. E il film è costruito a bella posta per gettare al momento giusto tutto l'odio che prima i quattro della banda si attirano addosso a lui solo.

Ecco svelato il difetto principale: "Il suo nome è Tsotsi" è un film furbo, di quelli che ti costringono piano piano ad amare il cattivo che non è poi così cattivo. Anche se ha rapito un bambino in fasce, all'inizio quasi senza volerlo, poi prendendoci gusto. Non per chiedere un riscatto, ma perché quella coscienza ancora da formare è la sua parte buona, quella sepolta anni fa dai calci del padre sulla schiena di un povero cane indifeso.

L'abbrivio che il sentimento dello spettatore è "costretto" a prendere è facilitato dalla bravura del giovane Chweneyagae, che dà vita al suo personaggio in modo insolitamente profondo per esser così giovane e provenire da una cinematografia di non consolidata tradizione.

Peccato vi è, senza dubbio, anche di originalità: il rapimento di infante per errore, pur in situazioni solitamente più comiche o farsesche che non così cupe e drammatiche non è esattamente spunto nuovo.

Se di cosa non convince del film di Gavin Hood, basato su un romanzo di Athol Fugard, si è detto, va dato atto che più di un aspetto, invece, convince. Al di là della bravura del protagonista, quella del regista e del fotografo.

Per la qualità delle immagini di una Johannesburg avvolta nelle contraddizioni tipiche di qualsiasi metropoli del mondo globalizzato, ma anche per l'abilità di Hood nel porre un interrogativo di fondo al quale si fatica davvero a trovare una risposta di sintesi, non sociologica (di quelle ce ne sono a bizzeffe), ma realmente di fondo.

Il contrasto offerto tra una città nera e derelitta non con la sua parte bianca, ma con quella parte altrettanto nera ma molto benestante, evita il cliché razzista ma lascia la sottile inquietudine del vedere un uomo e un ragazzo chiamarsi "fratello", in puro stile coloured, ma dai due lati opposti di un cancello di una splendida villa, che è spartiacque tra la miseria e il riscatto.

La frase: che uomo è quello che prende a calci un cane?

Da vedere: per dare uno sguardo su un'altra realtà, che non pare però così diversa da tante già conosciute alla nostra e ad altre latitudini

   
Ultimo aggiornamento: 06-03-2006
 
   
Archivio film
 

HOME