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La dignità smarrita dell'occidente
sulla "Road to Guantanamo"

Winterbottom, regista poliedrico e attento, insieme a Whitecross mostra tra testimonianze reali e ricostruzione tramite attori gli orrori del lager caraibico
di Alfredo Ranavolo
Ci ha messo quasi cinque anni, ma alla fine ci è arrivata perfino la Corte Suprema degli Stati Uniti a condannare Guantanamo. Ma il film di Michael Winterbottom e Mat Whitecross non è fuori tempo massimo, anche perché quella sentenza riguarda non altro che l'istituzione illegittima di corti militari e non quanto i lager approntati in quell'angolo di Cuba siano disumani, indegni di un Paese civile.

Chi ha voglia e coscienza di essere informato lo sa, e non da ieri. Ciononostante la ricostruzione effettuata in "Road to Guantanamo" della storia di tre cittadini britannici ritrovatisi, tra incoscienze, sfortune, ma anche per contro la fortuna di rimanere vivi, da molti altri non condivisa, prima prigionieri dell'Alleanza del Nord e in seguito degli americani, che se li son portati nei Caraibi con tanto di tute arancioni, cappucci, occhialoni e cuffie.

Winterbottom conosce il potere delle immagini e di questa "mise" carceraria fa l'emblema del film, mettendola, con l'occupante a capo chino, nel manifesto di una pellicola che non può non indignare. Che racconta in maniera efficace una ferita profonda nella cultura occidentale grande quanto quella causata dagli attentati dell'11 settembre, che oltre a fare più di 3mila vittime ha avuto la capacità di generare anche da questa parte del mondo barbari, in una condiscendenza generale provocata dal clima di spavento.

La storia: Asif Iqbal (Arfan Usman), cittadino di Tipton, Inghilterra, va in Pakistan a conoscere colei che le è stata promessa come sposa. Decide che il matrimonio s'ha da fare e invita a raggiungerlo i suoi migliori amici: Ruhel (Farhad Harun), Shafiq (Riz Ahmed) e Monir (Waqr Siddiqui).

A qualche centinaio di chilometri da Karachi (dove si incontrano) sta per scoppiare la guerra. I quattro si sentono in dovere di fare qualcosa per aiutare la popolazione afghana.

Tra mille difficoltà di un viaggio già normalmente poco agevole riescono a giungere nel Paese, ma non riescono a rendersi utili. Quando già è matura l'idea di tornare indietro, finiscono in mezzo a gruppi di talebani e poi catturati dall'Alleanza del Nord. Tranne Monir, di cui non si avranno più notizie.

Da allora sono solo vessazioni, ancor peggio dopo che agli statunitensi rivelano la loro reale cittadinanza. Il culmine si raggiunge a Guantanamo, quel posto atroce che abbiamo imparato a conoscere: gabbie all'aperto, secchi per fare i bisogni, obbligo di stare quasi costantemente in ginocchio.

Gli unici diversivi sono gli interrogatori, se così li si può definire, dove i metodi variano leggermente da persona a persona, ma l'obiettivo è sempre lo stesso: far confessare un'affiliazione ad Al Qaeda. Quale attendibilità possa poi avere una confessione strappata in simili circostanze, non ha importanza alcuna.

I tre alla fine sono rilasciati, dopo più di due anni, grazie a delle verifiche che sarebbe bastata mezza giornata per fare. Ma al di là della loro innocenza, l'orrore non cambia se si guarda a tutti gli altri detenuti. Tanto più se si pensa che su oltre 700 persone passate di là sono venuti fuori finora 10 capi di imputazione. E solo dopo molte torture.

Winterbottom e Whitecross mescolano le interviste ai reali protagonisti della vicenda con la ricostruzione affidata ad attori. Le facce dei veri Asif, Ruhel e Shafiq mostrano una incredibile serenità nel ripercorrere la loro storia. Forse perché adesso possono davvero e fino in fondo apprezzare la libertà.

La frase: se uno è in agonia e non puoi fare niente per lui, ti senti veramente molto male

Da vedere: per coltivare la capacità di indignarsi. Assolutamente da non smarrire mai, per le atrocità che avvengono a qualsiasi latitudine

   
Ultimo aggiornamento: 13-09-2006
 
   
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