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BiELLE
Film |
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| La sgangherata squadraccia che portò i |
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| Guzzanti
ripropone in versione lungometraggio uno dei suoi personaggi più
riusciti. Ma nel passaggio su pellicola la forza satirica si diluisce
col passare dei minuti La trovata era semplice: riscavalcare la politica vestendo la satira di fantascienza. Mettendo in ridicolo quanto di più ridicolo c'era nel fascismo (il linguaggio, la dedizione a un imprecisato dovere, i proclami di conquiste impossibili e chi più ne ricorda più ne metta) attraverso la più improbabile delle missioni: la conquista di Marte, pianeta rosso. Da quegli sketch televisivi è nato prima un mediometraggio, nel 2003. Ora, sul finire del 2006, "Fascisti su Marte" è diventato un film vero e proprio. Ma perdendo il suo formato originale ha smarrito anche l'irresistibile vena che lo pervadeva. Ritroviamo la squadra composta dal gerarca Barbagli (Corrado Guzzanti) e da Freghieri (Marco Marzocca), Pini (Lillo Petrolo), Santodio (Andrea Blarzino) e Fecchia (Andrea Purgatori). Il migliore (di gran lunga) dei Guzzanti è assolutamente esilarante nel caricare al massimo la presa in giro del graduato tipo del ventennio. Quasi da solo regge il compito di far ridere, nei primi tre quarti d'ora della pellicola. Poi qualcosa cambia. Lo stacco netto tra il "work in progress" premiato a Venezia tre anni fa e il resto si fa sentire. L'impressione lasciata allo spettatore è che se ne sia voluto a tutti i costi fare un film da un'ora e quaranta minuti, senza avere una vera buona idea per renderlo tale. La trama si sfilaccia e si fa noiosa. Viene a noia pure la voce narrante che sostituisce quasi del tutto il dialogo diretto all'interno del film. Particolarmente adatta alla versione originaria, si rivela un boomerang quando si ricerca di dipanare la storia verso il finale, tanto che viene sempre più spesso abbandonata col passare dei minuti. I tanti sorrisi suscitati all'inizio lasciano inesorabilmente il posto a sguardi diretti verso l'orologio. E a qualche sbadiglio. La frase: si è pronti a morire per una buona causa ma, in mancanza, si muore anche a vanvera Da vedere: a metà. Perché ripropone uno dei più geniali pezzi di televisione degli ultimi anni |
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aggiornamento:20-10-2006 |
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