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Manager, giudici, politici e corruzione.
Attori e canovaccio de "La commedia del potere"

Chabrol e la sua musa Huppert sono bravi e non devono dimostrarlo. Ma non è detto che basti a fare un film
di Alfredo Ranavolo
Tanto per cominciare, perché la scelta di pubblicare nella home page il manifesto originale? Chi mastica un po' di francese lo avrà già capito. Siamo di fronte a uno di quei (tutt'altro che rari) casi in cui il titolo italiano non solo è inutilmente cambiato rispetto a quello attribuito dalla produzione, ma in qualche modo lo tradisce.

Già, perché l'"ebbrezza" (per questo sta ivresse) del potere è assai più esplicativo e rispondente allo svolgimento de "La commedia del potere", come il nuovo film di Claude Chabrol è diventato uscendo nelle sale italiane (perché? Una sola possibile risposta: boh!).

Eppure proprio il titolo era una delle poche cose azzeccate stavolta dal maestro francese, che è pure venuto un po' a noia con questa convinzione che un film non debba avere un inizio e tantomeno un finale. Pare più un vezzo che una scelta ragionata, anche perché la sconclusionatezza si abbatte sull'intero film, che pure prende le mosse da scandali finanziari veri e ne mette in scena uno verosimile. Forse. Se Chabrol fosse minimamente interessato a far capire di che cosa si parla.

L'unica cosa chiara da subito è che il signor Humeau (François Berléand), presidente di un gruppo che si presume a partecipazione statale, dati i legami a doppi fili coi politici e i ripetuti riferimenti al settore pubblico, usava i soldi dell'azienda per viziare una giovane amante.

Ma è solo il primo dei filoni di un'inchiesta condotta dal combattivo pubblico ministero Jeanne Charmant Killmann (una bravissima, e quando mai no, Isabelle Huppert), che si allargherà tanto da coinvolgere sempre più nomi e sempre più eccellenti, da provocare attentati e sotterfugi, da far precipitare la vita privata del giudice e di chi le sta vicino.

Come dice il titolo, la sensazione di potenza che pare impadronirsi della Killmann è l'aspetto che a Chabrol interessa di più. Eppure nel corso della narrazione trova solo parziali evidenze. E il precipitare delle circostanze pare essere decisamente prevalente.

L'aspetto di denuncia, dal canto suo, è così raffazzonato, svogliato, da non essere decisamente il mezzo migliore per raggiungere lo scopo, se pure ve ne fosse uno in tal senso. Forse in Francia c'era bisogno lo stesso di un film così, perché ci si lamenta di scarsa vena per il film squisitamente politico.

Per stessa ammissione di Chabrol, però, questo non lo è e, sulle medesime tematiche, vale forse la pena piuttosto recuperare "Arriva la bufera" di Daniele Luchetti, che tredici anni fa le affrontò con superiore ispirazione.

La frase: te la puoi tenere la mia gratifica. Usala per comprarti le palle

Da vedere: per una grande Huppert, che non basta però a lasciare il segno

   
Ultimo aggiornamento:07-10-2006
 
   
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