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"Babel": espugnabile torre di lingue, linguaggi e distanze nel mondo globalizzato

A tre anni da "21 grammi" torna Inarritu, ancora col suo classico modo di raccontare, di intrecciare storie attraverso il montaggio "spezzettato"
di Alfredo Ranavolo
Forse un giorno il modo di narrare di Alejandro Gonzalez Inarritu verrà a noia. Per ora no. Per ora fa grandi film, densi di una forza narrativa e una lucidità di cui pochi sono capaci in un cinema dove narrare delle storie è sempre meno sovente in primo piano.

"Babel" è un fil corale, multicontinentale e multietnico, dove il regista messicano intreccia storie distanti migliaia di chilometri ma che sono, in qualche modo, tutte legate l'una all'altra. Qualche volta con dei fili così sottili che hanno il sapore di una piccola forzatura. Ma poco importa, perché in fondo più del pretesto per intrecciarle conta ogni storia di per se. Ricca, profonda, curata nei dettagli.

Vediamo di andare con ordine. Cosa che, come da tradizione, Inarritu non fa, scegliendo di montare il suo racconto non già in base a rigido susseguirsi degli eventi, ma in modo che le sequenze possano al meglio assecondare la crescita di pathos di ogni sngola vicenda.

Il tutto parte da un vecchio fucile, che viene venduto a un pastore marocchino. Per uno stupido gioco i figli provano a mirare verso un pullman. E colpiscono Susan (Cate Blanchett), in vacanza col marito Richard (Brad Pitt) per tentare di superare il trauma di un bambino perduto.

Il ferimento di Susan non rimane senza conseguenze neanche a un continente di distanza. A San Diego Amelia (Adriana Barraza), tata degli altri due bambini della coppia si sta preparando alle nozze del figlio in Messico. Ma la tragedia si abbatte anche su di lei, perché il mancato ritorno dei padroni mette a rischio la sua presenza alla cerimonia. Deciderà di portarsi dietro i pargoli, ma dovrà assumersi pure tutte le conseguenze di tale gesto.

In Giappone, intanto, Chieko (Rinko Kikuchi), si fa espellere dalla sua partita di pallavolo, giocata da una squadra particolare: tutta formata da ragazze sordomute. Chieko non ha superato il trauma del suicidio della madre e vive con difficoltà il rifiuto del suo handicap da parte dei ragazzi e la sua conseguente verginità

Quello che sembra l'episodio più distante (il legame c'è, ma si scoprirà più avanti) è esemplificativo per comprendere il titolo. "Babel", infatti, gioca buona parte del suo fascino sull'uso di tante lingue: inglese (che diventa italiano nella versione per le nostre sale), spagnolo, arabo, giapponese. E di tanti linguaggi, compreso quello dei sordomuti e quello privo di rumori del mondo visto da Chieko.

Inarritu, con lo sceneggiatore Arriaga, forma una coppia ben affiatata che sa raccontare, indagare, mettere di fronte all'ineluttabile e alla fallibilità dell'uomo.

La frase: (amica di Chieko) È di malumore perché nessuno ancora se l'è scopata
(Chieko) mi scopo tuo padre e mi passa il malumore
(il tutto in amerslan, il linguaggio dei sordomuti)

Da vedere: perché è il cinema di chi ha voglia di fare cinema, sfruttando quello che il mezzo sa offrire

   
Ultimo aggiornamento:03-11-2006
 
   
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