| Le
donne di Almodovar: mai luogo comune è stato così distante
da un luogo comune. Così vive, così forti, così vere.
Anche nel feuilletton più paradossale.
di Giorgio Maimone
Almodovar
è un grande. Non credo che ci sia bisogno di affermarlo. Ma la
sensazione emerge di continuo in "Volver": nell'osservare le
inquadrature, la direzione delle attrici, il dipanarsi della storia. Persino
il lento e barocco contrasto di una colonna sonora iper-realista all'interno
di un film che parla di fantasmi, di ritorni, di vita e di morte e, come
quasi sempre, di donne.
Le "donne di Almodovar" sono un luogo comune che oramai
sa citare anche il più sprovveduto degli spettatori. Luogo comune
senz'altro, ma altrettanto senz'altro vero in questo film dove gli uomini
semplicemente non esistono o, quando esistono, tanto nel film quanto nella
storia, sono destinati a figure meschine di violenti, truffatori o inetti.
Sono le donne il motore del mondo e Carmen Maura, Penelope Cruz, Lola
Dueñas, Blanca Portillo e la giovane Yohana Cobo, nonché
le decine di comprimarie non citate, ma importantissime per dare la cifra
corale del film, sembrano saperlo perfettamente e interpretarlo con convinzione.
"La
maggior difficoltà di “Volver” - scrive lo stesso Almodovar
sul sito del film - è consistita nello scrivere la sua sinossi.
I miei film sono sempre più difficili da raccontare e da riassumere
in poche righe". E se sono difficili per lui, immaginiamo per gli
altri! Comunque "Volver" è un gioco di specchi, in cui
una realtà di tanti anni prima sembra destinata a ripetersi, in
modo imperfetto, nel salto di generazioni. "Volver", sostiene
sempre il regista "é una commedia drammatica" e infatti
appartiene ai mondi opposti di entrambi le categorie. In grado di passare
dal riso all'emozione, dalla commozione allo sberleffo ironico nel giro
della stessa scena.
Ma il cambio di registro non è mai forzato, non stride. Con un
gioco di straniamento che potrebbe avere qualcosa di brechtiano, i personaggi
di Almodovar riescono a entrare e a uscire con facilità dal proprio
ruolo, non risparmiandosi di premere sui pedali di entrambi di registri.
Più paradossale Lola Dueñas che crede con facilità
di vivere col fantasma della madre (ma è la madre in carne ed ossa),
più realistica (ma anche meno duttile) Penelope Cruz, per cui si
sono sprecati paralleli con le italiane Sophia Loren e Anna Magnani, citata
esplicitamente nel film. Semplicemente superba Carmen Maura che torna
dopo 17 anni a lavorare con Pedro Almodovar dopo i film indimenticabili
che hanno dato a entrambi successo negli anni '80.
E
se questo di Carmen Maura è il "ritorno" che prima si
percepisce, l'intero film per Pedro Almodovar è nato sotto il segno
del ritorno: il ritorno nella Mancha, da cui era fuggito da giovane diretto
a Madrid (" e Volver è senza dubbio, è il mio film
più strettamente mancego per il linguaggio, i costumi, i patios,
la sobrietà delle facciate, le strade lastricate"), il ritorno
al tema della maternità "come origine della vita e della finzione",
il ritorno alla commedia dopo un film duro e faticato come "La mala
educacion", il ritorno all'universo femminile "e naturalmente,
il ritorno a mia madre".
Il risultato è un film, come sempre, eccessivo e sopra le righe,
eppure pregno di pietà e di sentimento, dove il regista mette in
fila con passione estrema singole immagini che da sole valgono la visione:
il funerale della zia, i cortili e le case del paese manchego, ricco di
vento e perciò di centrali eoliche e "del numero di pazzi
più alto di tutto il territorio spagnolo", ma anche gli indugi
sul decolté di Penelope Cruz, le scene di cucina, il lavaggio dei
piatti, la solidarietà tra le donne, la veglia funebre, la scena
iniziale dove un paese intero si ritrova al cimitero per pulire le tombe
spazzate dal vento. E molte di queste scene sono ripresa dall'alto, con
l'aggiunta di un effetto sull'effetto.
E' il miglior film di Almodovar? Difficile da dire. Ma senz'altro uno
dei più riusciti, di quelli che dimostrano che la mano del regista
non si è appesantita e il suo occhio non si è appannato.
Dice Pedro che con questo film, che peraltro è risultato uno de
più facili che abbia mai girato, è riuscito ad elaborare
"un lutto che dovevo superare, un lutto indolore (come quello del
personaggio della vicina Agustina). Non so, ho come colmato un vuoto,
mi sono congedato da qualcosa (la mia giovinezza?) che non avevo ancora
abbandonato e dovevo farlo". E nel farlo ha voluto rendere omaggio
"ai riti sociali che vivono le persone del mio paese relativamente
alla morte e ai defunti. I defunti non muoiono mai". Per
farlo ha dovuto recuperare la "pazienza" e combattere l'ansia
e per un regista "la pazienza è più importante del
talento". Applausi, orecchie e musica! Come direbbe Gianni Brera.
Come si riserva ai toreri nell'arena.
La frase: "Adesso vai, che sennò mi commuovo.
E i fantasmi non piangono"
Da vedere:
Se vi piace il cinema, se vi piace vedere un maestro al lavoro, se vi
piace ridere e commuovervi pensando alla vita, alla morte e altre sciocchezze
che ci ruotano intorno.
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