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"La stella che non c'è": per Amelio la Cina non è così vicina. Italiani brava gente

Un film di buone intenzioni e poco più, che riesce nell'impresa, quasi impossibile, di rendere antipatico Castellitto. Grande protagonista la Cina. Grande assente il film.
di Giorgio Maimone
Già ci avevano detto che questo film è piaciuto molto a Rutelli e questo doveva metterci in apprensione. Sfortunamente non ci abbiamo dato peso e siamo andati ugualmente a vedere il nuovo film di Amelio, uno dei registi più sopravvalutati della "nuova generazione". Non avessimo avuto la fortuna di inaugurare la stagione 2006/2007 con "Radio America" di Altman, avremmo concluso che la stagione partiva sotto i peggiori auspici.

Insomma, diciamocela tutta, ci sono spunti e idee nel film di Amelio che avrebbero anche potuto dare luogo a uno sviluppo drammaturgico migliore. Non vengono sfruttati né sviluppati. Peggio ancora: rimangono solo sulla carta delle dichiarazioni contenute nella rassegna stampa. O nelle critiche di quei critici (tanti) abituati a fare recensioni spulciando solo le cartelle stampa e, a volte, evitando anche di guardare il film. Che è una boiata pazzesca!

Alla base del film sta un libro di Ermanno Rea, "La dismissione", dedicato al tema attuale delle fabbriche che chiudono, vengono smantellate e trasferite all'estero. E questo c'è anche nel film. In mezzo a questa situazione c'è un manutentore, addetto alla cura dell'altoforno (Castellitto, e chi sennò?), che "soffre" di una forma di quasi totale dedizione al lavoro, di un amore sconfinato per la macchina e, forse, pare, dovrebbe-essere-così-ma-nel-film-non-si-vede, del rimpianto per la "mitica" classe operaia che non esiste più. Spinto da queste sue grandi passioni, il manutentore Castellitto parte per la Cina, di sua iniziativa, per portare un pezzo modificato che dovrebbe evitare guai futuri all'altoforno.

Ovviamente il manutentore non parla il cinese, ma riesce comunque a farsi capire, non ha problemi né paure, né perplessità alcuna a viaggiare in un Paese dove nessuno conosce l'italiano (e nemmeno sanno esattamente dove stia l'Italia), pochissimi l'inglese e tutte le scritte sono in un alfabeto che non può né leggere né interpretare. Ma, vi diranno i critici severi, i personaggi austeri (chiedo scusa a vossia!), che tutto il film ha forte valore di metafora; quindi il fatto che dal punto di vista logico sia una cagata non deve sorprendervi.

Eppure, visto che di sole metafore un film non lo si fa, Amelio pensa bene di fare incontrare a Castellitto a Pechino un'interprete cinese di italiano, la stessa che era venuta in Italia con la missione incaricata di comprare l'altoforno e alla quale Castellitto, in occasione del primo incontro aveva fatto fare una figura di merda e perdere il lavoro. Lei, buona come il pane o segretamente innamorata o forse biecamente interessata ai soldi (di un manutentore?) o ancora e più probabilmente scema e basta, accetta di accompagnarlo in un viaggio ignoto per la Cina interna a cercare questo mitico altoforno smarrito. Insomma, non un ago, ma la Cina è ben più grande di un pagliaio!

Come è perfino logico pensare. l'altoforno a lungo non si trova e il viaggio resta un pretesto per osservare da vicino la Cina più profonda e per ripercorrere un itinerario di formazione dell'interprete cinese. Nel momento in cui verrà trovata la fabbrica è naturale scoprire che il pezzo di ricambio non serviva più, perché i cinesi ne avevano già fatti a centinaia uguali. Già. Naturale, no? Ma nella mente del razzista Castellitto (il suo personaggio, intendo) questa possibilità non poteva affacciarsi. Lui era illuminato dalla missione da compiere. Restano sempre i dubbi di chi abbia dato a un disoccupato (visto che la fabbrica non c'era più che cosa poteva manutenere?) i soldi per la missione, i visti e le autorizzazioni necessarie.

Ma nonostante quanto detto il film riesce a dipanarsi per la sua sonnolenta ora e mezza in modo quasi sopportabile, fino al piano sequenza di 5 minuti sulla faccia di Castellitto, che all'improvviso scoppia a piangere. Intollerabile! Ma perché? Che senso ha? Amelio non ce lo spiega. Castellitto forse nemmeno lo sa, impegnato a rendere l'immagine di un Alberto Sordi aggiornato in salsa duemila: l'italiano maleducato e volgare, ma col cuore d'oro, destinato a lasciare nel mondo una traccia melodorante del suo passaggio. Quasi quanto il nostro ex premier, vi ricordate? Quello delle corna nelle foto, delle barzellette e delle bandane.

" La stella che non c'è" (il riferimento del titolo è alle stelle della bandiera cinese, ma nel film è un passaggio molto sfocato) è un film bicipite. La trama della storia flette molto spesso e non tiene dal punto di vista drammaturgico, ma, in compenso, il film nel film, la storia della Cina com'è e come sta diventando, di questo enorme termitaio di gente in azione frenetica e di veloce (e catastrofica) mutazione del paesaggio e della vita stessa, è un qualcosa di straziante. Amelio, in questo, ma solo in questo, è abile: non sceglie decisamente una teoria da mostrare. Molto spesso resta uno sguardo neutro. Uno sguardo allucinante, ma anche perché riprende realtà allucinanti. Interessante vedere la Cina dall'interno. Ma non bastava allora un documentario?


La frase: "Italiano? Sono come gli iraniani?"

Da vedere: Per la Cina. In tutti i suoi aspetti. Immagini che la Cina non sia solo questo, ma di sicuro è anche questo. E cosa diventerà resta una grossa ingognita per tutti. Chissà perché non ho belle aspettative ...

   
Ultimo aggiornamento: 10-09-2006
 
   
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