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"Nuovo Mondo": in nave verso l'Oscar? Sensibilità pittorica, talento indubbio

Emanuele Crialese si conferma grande regista, firmando un affresco collettivo che fruga nelle memoria della nostra storia, quando non eravamo noi "da questa parte del mare"
di Giorgio Maimone
Lo si sapeva, già lo si diceva. Con "Respiro" non era certo passato sotto silenzio per gli osservatori. E lo sbarco a Venezia di quest'anno era già avvenuto sotto i migliori auspici. Da lì in poi tutto facile: Leone speciale per il film rivelazione della Mostra, premio istituito in tutta fretta per compensarlo del Leone d'oro mancato, candidatura italiana per l'Oscar e buone chance di essere considerato al momento del voto dei soci dell'Academy Awards, anche per il tema trattato.

Per una di quelle strane coincidenze della vita, il film più interessante di questo scorcio di stagione e uno dei dishi più interessanti del 2006, uscito a sua volta in autunno, parlano dello stesso tema e con la stessa ottica. Si parla di migranti, ma visti in ottica rovesciata. Ossia, quando (oh non poi così tanto tempo fa: le ultime migrazioni italiane datano agli anni '50) erano gli italiani a dover lasciare la loro terra per tentare la sorte, una vita migliore, il pane, oltre il mare. O almeno oltre confine.

E se fosse solo una canzone?
Solo sgelato "Da questa parte del mare" può dare il meglio di sè. Un meglio che è tanto! Il disco è bellissimo, è un'opera intensa appassionata e partecipata. Forse troppo appassionata e troppo partecipata, per dare luogo al capolavoro (segue)

"Da questa parte del mare" di Gianmaria Testa e "Nuovo Mondo" di Crialese hanno almeno questo in comune. Ma oltre a questo un modo sommesso, discreto ed educato di sollevare il tema. Un'eleganza formale che non scade mai in estetica compiacente. La grazia di giocare coi dettagli per raccontare il mondo. Tema proprio dei poeti.

La storia del film parla della famiglia siciliana dei Mancuso che, ai primi del Novecento, decide di lasciare la Sicilia per puntare verso il Nuovo Mondo, dove ci sarà pane e lavoro per tutti. Una terra promessa dove le ciliegie saranno grosse come angurie, i polli come mucche, i soldi cresceranno sugli alberi e si nuoterà in fiumi di latte. Salvatore Mancuso è il capofamiglia che trascina con sé i suoi due figli maschi e la propria madre (la moglie è morta anni prima). Vendono gli animali per pagarsi il viaggio e gli abiti per il viaggio e vanno, su un carretto siciliano, trainato da un mulo, fino al porto di Palermo.

Dopo le prime scene scabre e dure, in una Sicilia pietrosa e montuosa, scelta come territorio di partenza dei Mancuso, da questo punto in poi il film diventa collettivo. Non è più solo la famiglia Mancuso che si sposta, ma un intero popolo. E non sono nemmeno solo gli italiani, come poi vedremo all'arrivo a Ellis Island, centro di smistamento degli immigrati in America a inizio secolo. In questa sorta di "Quarto Stato in movimento" non perderemo di vista le singole vicende dei quattro Mancuso e della misteriosa americana Luce/Lucy (Charlotte Gainsburg, la figlia del grande Serge e di Jane Birkin) che a loro si è aggregata per avere il permesso di partire alla volta degli Stati Uniti.

I Mancuso sono analfabeti e poveri, ma non privi di risorse. Soprattutto Salvatore, il padre (un bravissimo Vincenzo Amato), duro serio e concentrato. Deciso fino al punto di decidere di seppellirsi a metà per convincere sua madre a partire con lui, dinitoso sempre ("Dobbiamo andare in America vestiti come principi!") e ingegnoso, come quando nei test di ingresso negli Stati Uniti, anziché completare un puzzle in orizzontale lo sviluppa in verticale, spiegandolo pure.

Altro personaggio di spicco è la madre di Salvatore, interpretata magistralmente da Aurora Quattrocchi, donna "medica", curatrice di affanni fisici e di cuore, refrattaria al "Nuovo Mondo", fino al punto da scegliere di non superare i test di ingresso e di essere rispedita in Italia. E quando le spiegano che i test servono per scegliere chi accettare e chi no nel Nuovo Mondo, le risponde serafica: "E chi siete? Dominiddio?".

Il tema potrebbe essere poltico, ma Crialese sceglie una strada "non politica" per raccontare il suo apologo. Una strada immaginativa, pittorica, con brevi slanci onirici. Dove, a volte, i personaggi assumono fissità e pose da quadro, soprattutto i personaggi di sfondo, per dare risalto alla scena in primo piano. Memorabile la visione, ripresa dall'alto, della partenza della nave dal porto di Palermo. Un mare di folla che si divide lentamente, tra chi parte e chi resta, accmpagnati dalla stessa fissità. Tocchi di grande cinema. Così come il finale in cui i protagonisti, quelli rimasti in America, si allontanano nuotando nel latte, fino allo scorrere dei titoli di coda.

Grande spettacolo, ma con scarso dispendio di mezzi. Quasi tutto girato in interni, tranne le scene iniziali tra le pietre della Sicilia. Il grosso del film si svolge o sulla nave (nella pancia della nave, perché come dice De Gregori "la terza classe che costa dolore e spavento ... che quando piove si può star dentro / ma col bel tempo veniamo fuori") o all'interno di Ellis Island. New York non si vede mai. Neanche all'arrivo in porto, che avviene in una fitta nebbia.

Per Crialese tra l'altro l'immigrazione non è tema nuovo: il suo debutto assoluto "Once we were Stranges" del 1997 raccontava dell'amicizia di due immigrati, uno italiano e uno indiano che vivevano a New York. Se proprio si vuole trovare un limite al film (e non si vuole) si potrebbe pensare che difficilmente gli americani saranno stati così gentili, pazienti e comprensivi con gli stranieri in arrivo. Ma la strada per vincere un Oscar potrebbe anche passare da questi dettagli.

La frase: la madre, uscendo per la prima volta sul ponte della nave a guardare l'Oceano: "Niente alberi, niente case. Non c'è niente!"

Da vedere: Per conoscere meglio la nostra storia e cercare di capire quella degli altri. Perché c'è sempre qualcuno che si trova "da questa parte del mare".

   
Ultimo aggiornamento: 10-09-2006
 
   
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