| Un
film "inglesissimo" del regista di "Manhattan" che
rinuncia ai suoi vizi e vezzi e mette in scena una sofisticata trama giallo-nera.
La sfida è vinta. Un film intelligente.
di Giorgio Maimone
Non
si ride. Ma si pensa. E non è poco. Non è un film che, finita
l'ultima scena, ci si scrolla via e si prosegue oltre. No, "Match
Point" resta dentro, ti disturba e ti costringe a interrogarti. Sui
personaggi e le loro motivazioni. Sulla necessità della scelte.
Sul destino o moira, strana bestia inafferrabile e crudele, quasi come
una pallina da tennis che finisce lungo la linea. Dentro o fuori? Se è
dentro è un match point, se invece è finita fuori hai perso.
Il protagonista del film, Chris (il bravo Jonathan Rhys-Meyers)
è un ex tennista professionista che, ancora giovane, decide di
uscire dal circuito che non gli corrisponde, per dedicarsi ad altro nella
vita. Inizia, tanto perché in qualche modo si deve sempre iniziare,
da maestro di tennis in un club esclusivo della ricca borghesia londinese.
Ma non ci vuole molto a capire che il giovane è attrezzato per
fare strada.
Curioso,
colto e gentile, di origine popolare, irlandese, apparentemente onesto
e retto ("mio padre mi ha insegnato tutto") Chris si annuncia
dalla prime scene leggendo Dostojevskij ("Delitto e castigo")
e la citazione, come altre sparse nel film, non è casuale. Arrampicatore
sociale per vocazione e physique du role Chris riesce da subito a fare
amicizia con Tom (Matthew Goode), un giovanotto della
Londra bene, che, scoprendolo appassionato d'opera, lo invita a teatro,
introducendolo così nella sua famiglia (gli Hewett, padre madre
e sorella) che sarà essenziale per lo sviluppo dell'azione.
In
questa famiglia infatti Chris trova un amico, una moglie (Chloe, la sorella
di Tom; una convincente e "in parte" Emily Mortimer),
un lavoro, una posizione sociale invidiabile e perfino una giovane amante,
Nola (Scarlett Johansson), che, al tempo della sua prima
apparizione è fidanzata dI Tom. Tranne un fugace rapporto carnale
sotto la pioggia nella casa di campagna degli Hewett il rapporto tra loro
si sviluppa solo la fine della storia tra Nola e Tom.
Non è finito invece il rapporto tra Chloe e Chris che si sono nel
frattempo sposati e cercano in tutti i modi di fare un figlio, soprattutto
per l'insistenza di Chloe che ne vorrebbe addirittura tre. Il figlio con
Chloe non arriva, ma arriva invece, imprevisto, un figlio con Nola. La
pirandelliana vicenda si chiude in noir: Chris minacciato nel suo welfare
dalle pretese di chiarimento di Nola, la uccide, eliminando così
anche il figlio che portava in grembo. Ennesimo sberleffo del caso: immediatamente
dopo l'omicidio sua moglie resta incinta.
Il match point arriva a questo punto, benché sospettato dalla polizia
(come killer Chris è inesperto e pasticcione) il protagonista viene
scagionato grazie a una serie di circostanze favorevoli. E nessuno sospetterà
neanche il suo coinvolgimento. Delitto senza castigo quindi.
Come in "Crimini e misfatti" vi diranno. In
parte. Ma i due film non hanno niente più che l'assunto finale
in comune e un disperato nichilismo di fondo. Il film non fa ridere, non
gronda di battute, ma allinea personaggi credibili e situazioni realistiche,
per quanto schematizzate e limitate alla upper class londinese. Niente
musica americana, ma arie d'opera. Niente nevrosi e vezzi e vizi alleniani,
ma un cast di tutto rispetto. Nessuna concessione alla platea, ma un film
rigoroso, dove non tutto torna come in un perfetto teorema hitchcockiano
ma torna a sufficienza per non lasciare smagliature nella trama. Insomma,
non capolavoro, parola che si spreca, ma un lavoro intelligente e di gran
classe.
La frase: "Succede, in un match di tennis, che la
palla sfiori la sommità della rete e, per un quarto di secondo,
possa andare da un a parte o dall'altra. Con un po' di fortuna, vinci.
Ma può anche ricadere dalla tua parte, e allora perdi".
Da vedere:
per la nostalgia dei film fatti a mano e non a macchina, senza effetti
speciali e con un copione strutturato da seguire.
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