| Ingenuità
e piccoli crimini di un giovane regista alle prese con un romanzo molto
stratificato. Un compito superiore alle forza di Michele Soavi. E di Alessio
Boni
di Giorgio Maimone
Giogio
Pellegrini, attivista di estrema sinistra, è costretto a rifugiarsi
in America Latina dopo aver ucciso un guardiano notturno che si trovava
nel posto sbagliato al momento sbagliato. Arruolato in un commando di
guerriglieri, non impara che un'unica regola: sopravvivere, a qualunque
costo. Ma Pellegrini vuole tornare in Italia, anche se questo significa
tradire i suoi stessi compagni di lotta, chiunque essi siano.
Da qui in poi, fino alla fine, non ci saranno che tradimenti
nella vita di Giorgio Pellegrini. Uno che forse ha iniziato a uccidere
per sbaglio, poi ha continuato perché provava piacere e infine
perché non poteva più farne a meno: un infame a 360 gradi
senza mai alcun accenno di redenzione. Se il libro è un libro "maledetto",
di quelli che ti fanno star male a leggerlo e che, per tutta la durata
sei in bilico tra il chiuderlo ed elevarlo alla gloria degli importali,
il film purtroppo non riesce a seguirne le tracce.
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Carlotto è
inquietante. Ed è ovvio che faccia saltare sulla sedia i borghesi
tranquilli che si accostano a un libro come si accosterebbero a una
pastiglia. (segue) |
Tanta
buona volontà, ma Alessio Boni (Giorgio Pellegrini)
riesce a essere "carogna" forse solo in certi momenti con lo
sguardo. Appena parla il castello crolla. Tanta buona e buonissima volontà,
tanto studio, tanti intensi primi piani sul volto bello e bellissimo e,
tutto sommato, anche abbastanza espressivo, drammatico per definizione
e attraversato da un tormento naturale, come avveniva ne
"La meglio gioventù". Ma recitare è un'altra
cosa. Servono purtroppo per lui, anche le parole. E qui il difetto è
doppio: il copione taglia e banalizza i passagi e Boni non riesce a caricare
le frasi dell'intenzione giusta, forse penalizzato oltre misura da una
vocetta gentile non in carattere con "l'infame". Resta il fatto,
come spiega il regista in un'intervista, che Boni è stato l'unico
attore pronto ad accettare una parte così sgradevole.
Di
tutt'altra portata, ma era lecito aspettarselo, il contributo di Michele
Placido (commissario Anedda), semplicemente perfetto nel ruolo
del commissario della Digos assolutamente corrotto e senza scrupoli che,
dal ritorno in Italia in poi, resta l'unico punto di riferimento di Pellegrini,
sostituendo quel vuoto assoluto di amici, parenti e persino conoscenti
che Pellegrini si è costruito intorno, riuscendo a sporcare ogni
rapporto in cui ha avuto l'occasione di imbattersi. Tutti nel film (e
nel libro) sono migliori di lui.
Anche il commissario Anedda che, seppure con metodi tutti suoi, almeno
degli obiettivi da raggiungere li ha. E Placido inventa al personaggio
tutta una serie di microvolgarità e di scoppi di cattiveria incontrollati
che ne fanno una figura, senz'altro minore nell'economia del film, ma
in grado di imporsi. D'altra parte se i grandi attori non li prendi per
questo ... E a questo proposito resta il dubbio su quale sia stato il
motivo di prendere Carlo Cecchi, grandissimo attore teatrale
napoletano, per fargli interpretare il ruolo dell'avvocato/politico veneto.
Cinque battute in tutto e nessuna memorabile. Mah? Certo che le dice bene
le sue battute: è Carlo Cecchi! Ma perché sprecarlo così?
Possiamo pure tirare un rigo senza alcuna perplessità sulla presenza
nel cast di Isabella Ferreri, famme fatale dotata di ampio decolté,
su cui si accentrato le attenzioni e la passione insana di Giorgio Pellegrini.
Presenza abbastanza scontata e non di sicuro nobilità da una recitazione
di stampo televisivo. Resta nella memoria solo un bel flash di nudo. Un
po' poco no, per definire un'attrice?
Arriviamo,
perché la recensione ce lo impone, al regista. Michele
Soavi. E qui cadono tutte le critiche che ancora non avevamo
riservato a interpreti non sempre all'altezza. Al di là di alcune
libertà prese sul testo (tagliare molto corto sul periodo dell'esilio
di Pellegrini, facendoci vedere poco di come nasce una carogna, sostituire
una canzone della Caselli con un'altra nella scena dell'assassinio finale,
sorvolare sulla lunga strada del recupero della rispettabilità)
ci sono proprio ingenuità di regia che non bisognerebbe mai compiere:
l'uso del rallenty. Peccato capitale! Come si fa a non percepirlo come
espediente pubblicitario ormai svuotato dall'uso?
Si dirà: era al rallenty la scena finale di Zabriskie Point di
Antonioni. Sì, ma era Antonioni, ed era il 1969. E sotto suonavano
da dio i Pink Floyd. Nel 2006 all'interno di uno scannatoio di puttane
con sotto musica qualunque l'uso del rallenty fa cagare!
Poi la scena finale della morta della "fidanzata per bene" di
Pellegrini è tirata oltre ogni limite sopportabile, inutilmente
e riempiendola disimboli inesistenti e confusi. Quasi tre minuti di agonia
ma senza che ci sia possibilità che succeda alcunché, chiedendo
all'attrice, Alina Nedelea, una giovane peraltro per
la prima volta sullo schermo, una prova interpretativa che non potrebbe
stare nelle corde di Francesca Bertini e rinunciando invece al cinico
dialogo del libro, in cui Pellegrini confessa alla sua noiosissima sposa
che l'ha deliberatamente avvelenata e che sta per morire.
Peccati scusabili in un giovane, ma Michele Soavi non è giovane,
né alle prime armi. Ex allievo di Dario Argento e autore di horror-thriller
come "Deliria" del 1987, "La chiesa" del 1989 e soprattutto
"Dellamorte Dellamore" scritto con Tiziano Sclavi e in qualche
modo vicino al mondo di Dylan Dog del 1994. Da lì 12 anni di televisione
e filmati pubblicitari che non possono non aver lasciato il segno.
Un brutto film quindi, in cui Carlotto non dovrebbe averci messo le mani,
per fortuna sua. D'altra parte sulla sceneggiatura ci hanno lavorato a
dieci mani (anche Soavi). A loro scusante il fatto che il libro conteneva
trame per riempire almeno 5 film diversi. Ma in questo caso, se si facesse
un buon lavoro, si dovrebbe scegliere e tagliare. Qui si è solo
accorciato. Peccato, un'occasione persa. Speriamo che i prossimi approdi
al cinema di Carlotto, uno dei migliori scrittori di noir contemporanei,
siano più felici. Avremo modo di vederlo presto: in preparazione
"L’oscura immensità della morte"
a cui sta lavorando Davide Ferrario. Un titolo e un regista che danno
grande affidamento.
La frase: "La mia corona era la più grande.
Sul nastro avevo fatto scrivere "Arrivederci amore ciao". Non
mi era venuto in mente altro".
Da vedere:
per capire come un ottimo libro può risultare banalizzato dal cinema.
Leggere è meglio. Quasi sempre.
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