Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.
















Presentazioni & Concerti

I Têtes de Bois all'Auditorium di Roma, 8 maggio 2006
Testo e foto di Stefano Nobile

È partito dalla magnifica sala Petrassi dell’Auditorium di Roma l’AvanTour dei Têtes de Bois, che nei mesi a venire toccherà lo Stivale in lungo e il largo. Il progetto è quello di raccontare al pubblico la vita di fabbrica; l’occasione i 100 anni dalla data di nascita della CGIL.

Al pubblico romano i Têtes de Bois si presentano con un biglietto da visita capace di sdilinquire anche gli animi più sospettosi: Non si può essere seri a diciassette anni, su testo di Arthur Rimbaud, è una delle prove più convincenti della vitalità della canzone d’autore italiana.

A seguire, la prima parte dello spettacolo si dipana sui passati successi del gruppo: Dott. De Rossi, Io sono allegro, gli omaggi al Leo Ferrè de L’albatross, Jolie Môme e Gli anarchici, fino al tentativo di coinvolgere il pubblico nel ritornello de Le rane. È a quel punto che si capisce che in sala non c’è un gran feeling: molti spettatori rimangono imbalsamati con l’espressività dei pesci in acquario e Andrea Satta, il front-man del gruppo romano, vede vanificare i suoi sforzi di viraggio su un registro scherzoso. Quando poi i contenuti si fanno ancora più seri, gli umori di una parte degli spettatori diventano palesemente più scuri.

Aperta dalla splendida Avanti pop che dà il titolo anche all’album di prossima uscita, la seconda sezione del concerto è in gran parte incentrata sul tema del lavoro in fabbrica, a recuperare ancora una volta un tema sul quale, negli anni recenti, è stata già riportata la nostra attenzione da Daniele Sepe, Riccardo Milani, Ascanio Celestini e molti altri. Il palcoscenico viene lasciato a Ulderico Pesce, attore lucano che racconta il chiave umoristica i drammi della vita di fabbrica.

Poco dopo, sullo schermo che fa da sfondo al gruppo, i bellissimi disegni e gli acquarelli che avevano incorniciato il concerto fino a quel momento lasciano il posto alle immagini delle cariche della Polizia allo stabilimento Fiat di Melfi, nel 2004. Furono i 21 giorni di resistenza che forse hanno segnato il canto del cigno della classe operaia in Italia. La chitarra di Maurizio Pizzardi, la batteria di Lorenzo Gentile, il basso di Carlo Amato, le tastiere di Angelo Pelini e la tromba di Luca De Carlo pulsano in accompagnamento a quelle immagini inequivocabili e terribili.

Ci sarebbe da aspettarsi uno scroscio di applausi e invece si capisce che il pubblico è diviso. Comincio a pensare che qualcuno tra i presenti abbia letto in cartellone il nome dei Têtes de Bois e li abbia scambiati per i parenti poveri dei Noir Desir, gruppo d’oltralpe approdato alle cronache per una brutta storia di omicidio che per meriti pentagrammatici. Gli applausi sono pochini. La ragazza seduta alla mia sinistra, smisurati tacchi a spillo e capelli acconciati di fresco dal parrucchiere, rimane inamidata in una condizione vegetativa da narcolettica. Dietro di me c’è tutt’altro che un consumarsi le mani per applaudire uno spettacolo meritevole.

Prima comincio a sospettare di essere attorniato da una tribù di ipoglicemici, poi mi tornano alla mente le parole del Moretti de Il caimano: «chi vuole sapere, sa già tutto ma chi non vuole vedere o sapere non ci prova nemmeno». L’arrivo in sala di Francesco Di Giacomo, leader del Banco del Mutuo Soccorso, spezza i minuti di silenzio imposti dalle immagini vintage di un treno con un solo vagone, ma non è sufficiente ad allentare parte della tensione, né La canzone del ciclista, con tanto di equilibrista in monociclo a caracollare sul palcoscenico, sembra stabilire quell’atmosfera complice alla quale ci hanno abituato i concerti dei TdB.

Il tempo per tre bis, con Vomito a riportare il binario dello spettacolo su una dimensione più goliardica, poi tutti a casa. Alla fine qualcuno, minacciato dagli undici bis scherzosamente annunciati da Satta, si lascia andare in un euforico “Finalmente liberi!”. A quel punto mi convinco che nella sala Petrassi come a Zagarolo ci siano due Italie: quella che – come i Nostri – nel paese della provincia romana organizza da anni Stradarolo, un bellissimo festival multimediale, e quella degli odontotecnici impostori à la Stefano Ricucci, che partono alla scalata di tutto lo scalabile, alla faccia di chi è costretto ad arrivare alla fine del mese a colpi di fatica e sudore. Segno evidente che lo spirito anarchico e visionario dei Têtes de Bois non può essere imbrigliato nel recinto paludato di un auditorium.

08-05-2006
HOME