È
partito dalla magnifica
sala Petrassi dell’Auditorium
di Roma l’AvanTour
dei Têtes de Bois,
che nei mesi a venire
toccherà lo Stivale
in lungo e il largo. Il
progetto è quello
di raccontare al pubblico
la vita di fabbrica; l’occasione
i 100 anni dalla data
di nascita della CGIL.
Al pubblico romano i Têtes
de Bois si presentano
con un biglietto da visita
capace di sdilinquire
anche gli animi più
sospettosi: Non
si può essere seri
a diciassette anni,
su testo di Arthur
Rimbaud, è
una delle prove più
convincenti della vitalità
della canzone d’autore
italiana.
A seguire, la prima parte
dello spettacolo si dipana
sui passati successi del
gruppo: Dott.
De Rossi, Io sono allegro,
gli omaggi
al Leo Ferrè
de
L’albatross, Jolie
Môme e
Gli anarchici,
fino al tentativo di coinvolgere
il pubblico nel ritornello
de Le rane.
È a quel punto
che si capisce che in
sala non c’è
un gran feeling: molti
spettatori rimangono imbalsamati
con l’espressività
dei pesci in acquario
e Andrea Satta,
il front-man del gruppo
romano, vede vanificare
i suoi sforzi di viraggio
su un registro scherzoso.
Quando poi i contenuti
si fanno ancora più
seri, gli umori di una
parte degli spettatori
diventano palesemente
più scuri.
Aperta dalla splendida
Avanti pop
che dà il titolo
anche all’album
di prossima uscita, la
seconda sezione del concerto
è in gran parte
incentrata sul tema del
lavoro in fabbrica, a
recuperare ancora una
volta un tema sul quale,
negli anni recenti, è
stata già riportata
la nostra attenzione da
Daniele Sepe,
Riccardo Milani, Ascanio
Celestini e molti
altri. Il palcoscenico
viene lasciato a Ulderico
Pesce, attore
lucano che racconta il
chiave umoristica i drammi
della vita di fabbrica.
Poco
dopo, sullo schermo che
fa da sfondo al gruppo,
i bellissimi disegni e
gli acquarelli che avevano
incorniciato il concerto
fino a quel momento lasciano
il posto alle immagini
delle cariche della Polizia
allo stabilimento Fiat
di Melfi, nel 2004. Furono
i 21 giorni di resistenza
che forse hanno segnato
il canto del cigno della
classe operaia in Italia.
La chitarra di Maurizio
Pizzardi, la
batteria di Lorenzo
Gentile, il basso
di Carlo Amato,
le tastiere di Angelo
Pelini e la tromba
di Luca De Carlo
pulsano in accompagnamento
a quelle immagini inequivocabili
e terribili.
Ci sarebbe da aspettarsi
uno scroscio di applausi
e invece si capisce che
il pubblico è diviso.
Comincio a pensare che
qualcuno tra i presenti
abbia letto in cartellone
il nome dei Têtes
de Bois e li abbia scambiati
per i parenti poveri dei
Noir Desir,
gruppo d’oltralpe
approdato alle cronache
per una brutta storia
di omicidio che per meriti
pentagrammatici. Gli applausi
sono pochini. La ragazza
seduta alla mia sinistra,
smisurati tacchi a spillo
e capelli acconciati di
fresco dal parrucchiere,
rimane inamidata in una
condizione vegetativa
da narcolettica. Dietro
di me c’è
tutt’altro che un
consumarsi le mani per
applaudire uno spettacolo
meritevole.
Prima comincio a sospettare
di essere attorniato da
una tribù di ipoglicemici,
poi mi tornano alla mente
le parole del Moretti
de Il caimano:
«chi vuole sapere,
sa già tutto ma
chi non vuole vedere o
sapere non ci prova nemmeno».
L’arrivo in sala
di Francesco Di
Giacomo, leader
del Banco del
Mutuo Soccorso,
spezza i minuti di silenzio
imposti dalle immagini
vintage di un
treno con un solo vagone,
ma non è sufficiente
ad allentare parte della
tensione, né La
canzone del ciclista,
con tanto di equilibrista
in monociclo a caracollare
sul palcoscenico, sembra
stabilire quell’atmosfera
complice alla quale ci
hanno abituato i concerti
dei TdB.
Il tempo per tre bis,
con Vomito
a riportare il binario
dello spettacolo su una
dimensione più
goliardica, poi tutti
a casa. Alla fine qualcuno,
minacciato dagli undici
bis scherzosamente annunciati
da Satta, si lascia andare
in un euforico “Finalmente
liberi!”. A quel
punto mi convinco che
nella sala Petrassi come
a Zagarolo ci siano due
Italie: quella che –
come i Nostri –
nel paese della provincia
romana organizza da anni
Stradarolo,
un bellissimo festival
multimediale, e quella
degli odontotecnici impostori
à la Stefano
Ricucci, che
partono alla scalata di
tutto lo scalabile, alla
faccia di chi è
costretto ad arrivare
alla fine del mese a colpi
di fatica e sudore. Segno
evidente che lo spirito
anarchico e visionario
dei Têtes de Bois
non può essere
imbrigliato nel recinto
paludato di un auditorium.