Non
è facile maneggiare la memoria. Ancor di più,
quando è collettiva. La musica dei Pink Floyd
è vera e propria memoria collettiva. E tuttavia
non si riduce a questo: essa vive un presente reso
ancora più vivo e luminoso dai mille rivoli
che ha sparso in quanti, oggi, si cimentano con il
rock esteso (dove per rock esteso intendo la forma
classica del rock estesa a tante contaminazioni sonore
da negare in radice la forma-canzonetta).
Gli stessi Pink Floyd versione Gilmour non hanno saputo
presidiare al rito di memoria collettiva loro riguardante.
I loro concerti erano spettacolari, ma sbilenchi.
Carrozzoni di effetti speciali senza una trama che
li giustificasse. La chitarra di Gilmour, la sua voce
morbida, qualche recupero dal passato, e poi tanti
effetti, anche virtuosistici. Ma non era un viaggio.
Un vero e proprio viaggio, invece, sta regalando Roger
Waters con il suo ultimo giro di concerti.
Lo Stadio Olimpico di Roma (non tutto, solo la curva
sud) si riempie di persone di vario tipo, e diventa
un coacervo generazionale: da chi è nato con
la colonna sonora del "Live at Pompei"
a chi, con questo live, ci ha consumato interi giradischi
a chi, il live at Pompei, lo può ricordare
solo per sentito dire, anzi sentito ascoltare.
Una chitarra distorta, seguita da una batteria possente,
annuncia l’inizio.
Roger Waters è lì, sul palco, a recitare
la parte del cantante dai modi nazisti e insofferenti,
in “In the flesh”,
salvo poi subito far cadere la maschera ed esibire,
attraverso “Mother”,
tutte le sue insicurezze ed inquietudini.
Poi, comincia il vero e proprio viaggio ed ogni curva
nasconde pieghe pericolose e malinconiche.
“Set the controls for the heart
of the sun” avvolge il pubblico
e lo precipita in una galleria di immagini e video
da far rabbrividire: lo schermo gigante proietta vecchie
immagini dei Pink Floyd, in formazione completa, con
Barrett e Gilmour, correre allegri in prati di grano.

“Shine on you crazy diamond”
e “Wish you were here”
sono vere e proprie invocazioni a Syd Barrett. E mentre
lo vedi lì, sullo schermo, bellissimo, sognante
e stralunato, non puoi non pensare al destino baro,
che lo stesso Waters ha riassunto come solo un inglese
poteva fare: “Senza Syd niente sarebbe potuto
iniziare. Con lui niente sarebbe potuto proseguire”.
Tutto è cominciato con lui, con il
suo genio infantile e chiaroscuro.
Al tempo del concerto Syd Barrett viveva ancora, lontano
dai clamori, a Cambridge, grasso e sconvolto, dimentico
di un passato che invece mezzo mondo ricorda e celebra.
Poco tempo dopo se ne volò lontano, forse a
riprendere il suo senno smarrito sulla luna.
Il concerto è imperniato sui due temi principali
che hanno attraversato tutta l’opera di Waters:
il ricordo-rielaborazione dell’amico Syd e l’urlo
disperato e indignato contro ogni forma di guerra.
A pochi chilometri dal luogo del concerto è
sepolto il padre di Waters, nel cimitero militare
inglese di Anzio, morto proprio lì, durante
la seconda guerra mondiale, e mai conosciuto dal figlio.
Le canzoni tratte da “The final cut”,
Southampton Dock e una
bellissima The Fletcher Memorial Home,
ricordano questi eventi e l’insana tirannia
di gente come Stalin, Hitler, Breznev, Osama Bin Laden,
Bush, Tatcher ecc. ecc.: tutta gente da rinchiudere
in un geriatrico-manicomio e a cui applicare la “final
solution” da essi stessi predicata.
Waters è corrosivo, ironico e disperato.
I testi scritti da solista (così va anche interpretato
“The final cut”, album solo formalmente
intestato ai Pink Floyd ma, in realtà, da considerare
il primo vero album solista di Waters) alternano urla
a riflessioni sommesse. La musica segue i testi, senza
slanci eccessivi, come in “Perfet sense”
dove si immagina uno stadio in cui si segue una battaglia
tra sommergibili: uno dei momenti più intensi
del concerto stesso.
Viene anche proposta una nuova canzone, dove si ricorda
la guerra nel Libano, presentata con vignette stile
Diabolik.
Ma la musica ritorna presto padrona.
Sveglie che trillano, registratori di cassa impazziti,
voci fuori campo, elicotteri minacciosi: inizia la
seconda parte del concerto, tutta dedicata alla riproposizione
dell’album che, nella storia del rock, ha venduto
di più, The dark side of the moon.
Un album che riassume molto bene tutte le anime floydiane:
da quella psichedelica (Any colour you
like e On the run)
a quella rock-cantautorale (Eclipse
e Time) a quella rock con
venature blues (Money) a
quella finto-rilassata (Breathe)
a quella rock-immaginifica (Us and them),
tipicamente espressa dal quattro quarti lento che,
ormai, è un vero e proprio marchio di riconoscimento
doc.
Il suono quadrifonico esalta gli effetti sonori e
avvolge il pubblico in una onda sonora il cui reflusso,
garantisco, durerà per vari giorni, nella mente
di chi c’era.
Waters non canta tutte le canzoni di questo album:
conscio che le parti vocali originariamente cantate
da Gilmour non si addicono affatto alla sua voce tagliente,
lascia il microfono alle coriste o al chitarrista,
e si dedica per intero a suonare il basso.
Lo schermo proietta immagini sognanti e inquietanti:
cervelli che si formano dal nulla, gli spazi immensi
dello spazio, la corsa e le nevrosi dell’uomo
moderno (che questo è il tema dell’album)
verso non si sa bene cosa. Il pubblico è stimolato
a continue sinapsi. Un viaggio allucinogeno senza
stupefacenti.
Con
i bis si torna da dove si era partiti: The
Wall.
Una breve rassegna di mattoni del muro: la guerra,
l’educazione repressiva, i disastri sentimentali.
Un recupero emozionato di Vera: Does anybody here
remember Vera Lynn? … Does anybody else in here
feel the way I do? Qualcuno si ricorda di vera
Lynn? … qualcuno qui si sente come mi sento
io? chiede sconsolato Waters, poi seguito a ruota
dalle fanfare di Bring the boys back home,
quanto mai attuale.
Il rito di memoria collettiva si chiude con un canto
altrettanto collettivo, su Another brick
in the wall part II e Comfortably
numb: “and I have become comfortably
numb", ed ora sono diventato piacevolmente
insensibile.
Il concerto si chiude e lascia una piacevole sensazione,
invece, di ipersensibilità e di risveglio:
uscire dal mondo visivo-sonoro che ci ha avvolto per
quasi tre ore non è facile, perché tutto
quello che circonda sembra veramente poco, e banale,
se confrontato con le parti oscure che ancora non
conosciamo.
Ecco cosa rimane, una gran voglia di andare alla ricerca
di quel che non si pratica ancora. L’estensione
delle possibilità come via d’uscita dalla
banalità del quotidiano, e delle guerre.