Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.
















Presentazioni & Concerti

Roger Waters a Roma Stadio Olimpico
di Vincenzo Greco

Non è facile maneggiare la memoria. Ancor di più, quando è collettiva. La musica dei Pink Floyd è vera e propria memoria collettiva. E tuttavia non si riduce a questo: essa vive un presente reso ancora più vivo e luminoso dai mille rivoli che ha sparso in quanti, oggi, si cimentano con il rock esteso (dove per rock esteso intendo la forma classica del rock estesa a tante contaminazioni sonore da negare in radice la forma-canzonetta).

Gli stessi Pink Floyd versione Gilmour non hanno saputo presidiare al rito di memoria collettiva loro riguardante. I loro concerti erano spettacolari, ma sbilenchi. Carrozzoni di effetti speciali senza una trama che li giustificasse. La chitarra di Gilmour, la sua voce morbida, qualche recupero dal passato, e poi tanti effetti, anche virtuosistici. Ma non era un viaggio.

Un vero e proprio viaggio, invece, sta regalando Roger Waters con il suo ultimo giro di concerti.
Lo Stadio Olimpico di Roma (non tutto, solo la curva sud) si riempie di persone di vario tipo, e diventa un coacervo generazionale: da chi è nato con la colonna sonora del "Live at Pompei" a chi, con questo live, ci ha consumato interi giradischi a chi, il live at Pompei, lo può ricordare solo per sentito dire, anzi sentito ascoltare.
Una chitarra distorta, seguita da una batteria possente, annuncia l’inizio.

Roger Waters è lì, sul palco, a recitare la parte del cantante dai modi nazisti e insofferenti, in “In the flesh”, salvo poi subito far cadere la maschera ed esibire, attraverso “Mother”, tutte le sue insicurezze ed inquietudini.
Poi, comincia il vero e proprio viaggio ed ogni curva nasconde pieghe pericolose e malinconiche.

“Set the controls for the heart of the sun” avvolge il pubblico e lo precipita in una galleria di immagini e video da far rabbrividire: lo schermo gigante proietta vecchie immagini dei Pink Floyd, in formazione completa, con Barrett e Gilmour, correre allegri in prati di grano.

“Shine on you crazy diamond” e “Wish you were here” sono vere e proprie invocazioni a Syd Barrett. E mentre lo vedi lì, sullo schermo, bellissimo, sognante e stralunato, non puoi non pensare al destino baro, che lo stesso Waters ha riassunto come solo un inglese poteva fare: “Senza Syd niente sarebbe potuto iniziare. Con lui niente sarebbe potuto proseguire”.

Tutto è cominciato con lui, con il suo genio infantile e chiaroscuro.
Al tempo del concerto Syd Barrett viveva ancora, lontano dai clamori, a Cambridge, grasso e sconvolto, dimentico di un passato che invece mezzo mondo ricorda e celebra. Poco tempo dopo se ne volò lontano, forse a riprendere il suo senno smarrito sulla luna.

Il concerto è imperniato sui due temi principali che hanno attraversato tutta l’opera di Waters: il ricordo-rielaborazione dell’amico Syd e l’urlo disperato e indignato contro ogni forma di guerra.
A pochi chilometri dal luogo del concerto è sepolto il padre di Waters, nel cimitero militare inglese di Anzio, morto proprio lì, durante la seconda guerra mondiale, e mai conosciuto dal figlio.

Le canzoni tratte da “The final cut”, Southampton Dock e una bellissima The Fletcher Memorial Home, ricordano questi eventi e l’insana tirannia di gente come Stalin, Hitler, Breznev, Osama Bin Laden, Bush, Tatcher ecc. ecc.: tutta gente da rinchiudere in un geriatrico-manicomio e a cui applicare la “final solution” da essi stessi predicata.

Waters è corrosivo, ironico e disperato.
I testi scritti da solista (così va anche interpretato “The final cut”, album solo formalmente intestato ai Pink Floyd ma, in realtà, da considerare il primo vero album solista di Waters) alternano urla a riflessioni sommesse. La musica segue i testi, senza slanci eccessivi, come in “Perfet sense” dove si immagina uno stadio in cui si segue una battaglia tra sommergibili: uno dei momenti più intensi del concerto stesso.
Viene anche proposta una nuova canzone, dove si ricorda la guerra nel Libano, presentata con vignette stile Diabolik.

Ma la musica ritorna presto padrona.
Sveglie che trillano, registratori di cassa impazziti, voci fuori campo, elicotteri minacciosi: inizia la seconda parte del concerto, tutta dedicata alla riproposizione dell’album che, nella storia del rock, ha venduto di più, The dark side of the moon.
Un album che riassume molto bene tutte le anime floydiane: da quella psichedelica (Any colour you like e On the run) a quella rock-cantautorale (Eclipse e Time) a quella rock con venature blues (Money) a quella finto-rilassata (Breathe) a quella rock-immaginifica (Us and them), tipicamente espressa dal quattro quarti lento che, ormai, è un vero e proprio marchio di riconoscimento doc.
Il suono quadrifonico esalta gli effetti sonori e avvolge il pubblico in una onda sonora il cui reflusso, garantisco, durerà per vari giorni, nella mente di chi c’era.

Waters non canta tutte le canzoni di questo album: conscio che le parti vocali originariamente cantate da Gilmour non si addicono affatto alla sua voce tagliente, lascia il microfono alle coriste o al chitarrista, e si dedica per intero a suonare il basso.

Lo schermo proietta immagini sognanti e inquietanti: cervelli che si formano dal nulla, gli spazi immensi dello spazio, la corsa e le nevrosi dell’uomo moderno (che questo è il tema dell’album) verso non si sa bene cosa. Il pubblico è stimolato a continue sinapsi. Un viaggio allucinogeno senza stupefacenti.

Con i bis si torna da dove si era partiti: The Wall.
Una breve rassegna di mattoni del muro: la guerra, l’educazione repressiva, i disastri sentimentali. Un recupero emozionato di Vera: Does anybody here remember Vera Lynn? … Does anybody else in here feel the way I do? Qualcuno si ricorda di vera Lynn? … qualcuno qui si sente come mi sento io? chiede sconsolato Waters, poi seguito a ruota dalle fanfare di Bring the boys back home, quanto mai attuale.
Il rito di memoria collettiva si chiude con un canto altrettanto collettivo, su Another brick in the wall part II e Comfortably numb: “and I have become comfortably numb", ed ora sono diventato piacevolmente insensibile.

Il concerto si chiude e lascia una piacevole sensazione, invece, di ipersensibilità e di risveglio: uscire dal mondo visivo-sonoro che ci ha avvolto per quasi tre ore non è facile, perché tutto quello che circonda sembra veramente poco, e banale, se confrontato con le parti oscure che ancora non conosciamo.

Ecco cosa rimane, una gran voglia di andare alla ricerca di quel che non si pratica ancora. L’estensione delle possibilità come via d’uscita dalla banalità del quotidiano, e delle guerre.

16-06-2006
HOME