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Presentazioni & Concerti

Max Manfredi all'Auditorium di Roma, 28 maggio 2006
Testo e foto di Stefano Nobile

All'ennesimo appuntamento dedicato dall'Auditorium Parco della Musica alla Generazione X della canzone d'autore italiana il 28 maggio 2006 è di scena Max Manfredi.
Genovese doc, 50enne, Max è una figura del tutto eterodossa rispetto al panorama cantautorale nostrano. Defilato, pochissimo incline all'autopromozione, eufemisticamente "riflessivo" tra la pubblicazione di un disco e l'altro al punto da aprire di continuo scommesse con l'oblio del suo pubblico, Max Manfredi porta sul palco della Mecca musicale capitolina il suo repertorio vagamente retrò, percorso da echi di musica antica, rimandi al fado, citazioni blues, atmosfere mediterranee, impronte caraibiche e una cifra cantautorale che si muove tra la tradizione della scuola genovese e vaghe somiglianze con il quasi dimenticato Stefano Rosso.

L'opzione artistica fuori dal tempo e dagli schemi si riverbera anche sui suoni: l'impostazione classica nell'imbracciatura della chitarra, con il pollice tenuto rigorosamente dietro il manico, tradisce un approccio colto allo strumento, così come la scelta di non avvalersi di una sezione ritmica, colloca il cantautore genovese sideralmente lontano da ogni vaga suggestione rock. I suoi comprimari sono il fido Marco Spiccio alle prese con pianoforte, cori e controcanti, Fabrizio Ugas, che alterna chitarre e bouzouki, e il giovanissimo Filippo Gambetta all'organetto.

Nel primo quarto d'ora della serata sul palco c'è anche Daniele Sepe. Il sassofonista di Soccavo fa un uso dello strumento talmente lontano dall'approccio musicale di Manfredi da riuscire a inserirsi sul tappeto musicale dei quattro soltanto per brevi frammenti improvvisati di chiara matrice jazz. L'apparizione del musicista partenopeo all'Auditorium lascia la netta sensazione che si sia trattato più di uno specchietto per le allodole che di un progetto di collaborazione nel quale sia visibile una minima prospettiva di continuazione.

Con l'allontanamento di Sepe se ne vanno anche le opportunità di modernizzare un repertorio inguaribilmente vintage e vagamente aristocratico, sottolineato vocalmente da quell'accenno di rotacismo con cui Manfredi inevitabilmente accompagna i suoi testi spesso ricercati ("D’estate senti frinire un fax di qualche ufficio assorto: ansia o maccaja nella zona buia di un angiporto").

Passano così in rassegna l'apocalittica I segni della fine, il Fado del dilettante, le canzoni condite da richiami folcloristico-antropologici come Il molo dei greci, Tabarca, Le storie del porto di Atene, La fiera della Maddalena e Il regno dellefate, quelle di dichiarato impegno civile come Cattedrali e Tra virtù e degrado prima di arrivare ai bis di Caterina e della divertente satira in chiave country-folk su quello "sport estremo che è viaggiare su TrenItalia" (sono parole dello stesso Manfredi) di Kukuwok.

Tra una canzone e l'altra Max prova a scherzare con gli spettatori, ironizza sulla sua professionalità, spiega la genesi di qualche canzone, incappa in un lapsus rivelatore ("ci congeliamo... ehm... ci congediamo da voi con quest'ultima canzone") prima di lasciare il suo pubblico di devoti, non più di una sessantina di persone.

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Bello il concerto di Max Manfredi all’Auditorium a Roma.
Bello come poche cose belle si sentono oggi nell’obsoleto ed auto-referenziale panorama della musica d’autore italiana.
E molto interessante la partecipazione di Daniele Sepe, specialmente ne ”I segni della Fine” ed “Azulejos”
La musica di Max non è “vagamente retrò” e tanto meno Sepe uno “specchietto per le allodole” in grado di “modernizzare” una musica che, a mio modo (ma non unico viste i moltissimi riconoscimenti, premi ed articoli di elogi di professionisti del settore) di vedere, nessuno ha ancora suonato in Italia.
Certo, la musica di Max è fuori dagli schemi e dal tempo perché le storie e le musiche di Max Manfredi non seguono il tempo od uno schema, ma la struttura artistica delle loro ambientazioni, come nella realizzazione di film dalla stupenda colonna sonora. Ed in questo ambito Daniele Sepe si inserito con grande abilità e professionalità.
Se poi per schemi e tempo devo pensare all’ultimo lavoro di Ivano Fossati, ben venga chi decide di rimanerne fuori. Riguardo ai testi: non li definirei aristocratici, quanto ottimamente scritti in italiano, dove rime od assonanze non sono mai banali od espresse per riempire un vuoto angolo musicale. Anche di questo, a parte sporadici casi, si sente la mancanza in Italia.
“Il regno delle fate” è un bell’esempio di come si possano fare canzoni giocando con le melodie e le parole non per puro esercizio linguistico, ma per colorare la mente di che ascolta e renderne più piacevole la comprensione.
Ottime anche le esecuzioni di Ugas, Spiccio e Gambetta ad intarsiare un lavoro che pochi saprebbero tenere così cucito in “filigrana”. Un pochino si è sentita la mancanza di un contrabbasso, vero, ma se questo serve a mantenere “sideralmente lontane” le sonorità rock, buona anche questa scelta.
Max Manfredi non è un rocker. Per altro, basta ascoltare i primi due dischi per capire che Max ha fatto una scelta di suoni molto più adatti alle sue canzoni: “Via G. Byron poeta” di Live in Blu mantiene il senso che fece innamorare Amilcare Rambaldi con suoni molto lontani dalla prima edizione.
Così, in queste considerazioni, mi sento di non condividere minimamente il suo articolo pubblicato su Bielle riguardo all'appuntamento romano di Max Manfredi.
Se poi, in chiusura, scrive di una “sessantina di persone”, allora mi viene proprio il dubbio che abbiamo visto due concerti diversi.
Li si parlava di oltre duecento.
Cordialità
Cristiano Angelini

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Non ho avuto la fortuna di assistere al recente concerto romano di Max Manfredi, ma conosco assai bene, da molto tempo, il suo "repertorio": una frequentazione varia e assidua. Ho quindi letto e riletto il suo articolo con molta attenzione e confesso di essere rimasto piuttosto disorientato da alcune affermazioni che vorrebbero caratterizzare il repertorio di Manfredi come "inguaribilmente vintage e vagamente aristocratico". Ho sempre provato simpatia per "La Brigata Lolli" e, anche per questo, la prego di voler estendere questa mia breve riflessione ai suoi lettori.
Temo che, purtroppo, sia sempre più facile oggi scambiare per aristocratiche e ricercate (quindi volutamente élitarie) ricerche ed espressioni artistiche che, invece, avvertono l'esigenza e la necessità di mantenere in vita il potere creativo della parola. Nelle canzoni di Manfredi il formale non è mai fine a se stesso, puro gioco sintattico, ma rimanda continuamente a una rete di significati che coinvolgono e commuovono, spesso in modo sorprendente, di volta in volta diverso, mai del tutto atteso. È proprio per questo che le sue canzoni non diventano mai trite (altro che "repertorio vintage"): nuovi percorsi e lontani orizzonti si delineano a ogni nuovo ascolto. Parole antiche e neologismi si alternano su passaggi musicali da brivido, che durano spesso lo spazio di un attimo, perfettamente inseriti tra canto e parola: questa non è aristocratica ricercatezza, tensione élitaria, ma difesa dalla barbarie culturale che si esercita anche nell'impoverimento della lingua, nella devastante e pervasiva azione del linguaggio pubblicitario che moltiplica sogni e bisogni e sottrae frantasia e creatività.
Anche quella nota finale "non più di una sessantina di persone", detta così, mi sembra un po' stonata: sia perché amici romani mi avevano parlato di ben altri numeri, sia perché, se è vero che Manfredi non smuove masse da stadio, è anche vero che esiste ormai, e stabile nel tempo, un consistente pubblico che raramente lascia posti vuoti nei suoi concerti (e io, mi creda, ne ho seguiti davvero molti).
La ringrazio per l'attenzione e la saluto cordialmente
Domingo Paola

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Mi piace che si apra un dibattito su uno degli autori a cui sono più affezionato, sia in termini artistici che affettivi e alcolici - anche se ormai da questo punto di vista gli allievi hanno ampiamente superato il maestro. Comunque.
il veemente e articolato commento dell'amico Cristiano Angelini all'articolo sul concerto romano di Max mi fa venire in mente quei nobili signori d'altri tempi che s'ergono, a spada sguainata, in difesa del proprio paladino macchiato d' oltraggio.
Detto che il critico ha piena legittimità nell'esprimere il proprio punto di vista - ch'è soggettivo e ha il diritto/dovere d'esserlo - mi rendo sempre più conto che Max Manfredi, o lo ami alla follia, con la fatica dell'irrazionale (di cuore e di stomaco) e quella del razionale, con l'attenzione alla cura del verso e del suono della parola, oppure si fa difficoltà a comprenderlo e, spesso, ad apprezzarlo. Non so se Stefano Nobile conosca a fondo il lavoro di Max, la sua scrittura, i suoi dischi, se abbia avuto occasione di vederlo all'opera in altre esibizioni, anche meno formali.
Tengo a precisare che scrivo senza aver assistito all'evento romano ma, conoscendo bene Max e i suoi sgherri (Maspi, Filippo e Ugas), non faccio fatica a immaginare l'andamento del concerto.
Peraltro trovo interessante sentire voci "contro" (anche e soprattutto nei miei riguardi, ovviamente) perchè mi portano di forza a uscire dal mio punto di vista che, con malcelata superbia, tendo a tramutare da personale a universale. E nel mio personale/universale (e certamente anche in quello del buon Cristiano) Max è in qualche modo un intoccabile. Come si fa a criticare uno che scrive "se la porti in una pensione coi versetti di Eugenio Montale - dove la sera i vecchi giocano a tennis e le agavi se la passano male" oppure "e nel business dell'apocalissi nell'Ignoranza Fatta Scaltra, un dancing da chiamare «Eclissi» ci sembrò un'idea come un'altra", o ancora "sono spaesato come un souvenir" e mi fermo qui per non intasare il sito.
Però, però non tutti abbiamo la stessa pancia, la stessa sensibilità a certe suggestioni, soprattutto legate a un essere di Genova che ci distingue e in qualche modo ci isola anche.
che dire? Io sono a favore delle voci contro che mettano in discussione le mie certezze artistiche. Certezze artistiche che mi portano a sostenere: Max non si discute, si ama.
cordialmente
Federico Sirianni

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Ho ascoltato Max in più di un’occasione, dalla registrazione dell’album “Live in blu” a Milano con la formazione “La Staffa” al completo, fino alla serata al Matatu in compagnia dell’amico fidato Marco Spiccio e non ho mai avvertito la sensazione di ascoltare un “repertorio inguaribilmente vintage e vagamente aristocratico”, almeno se per “vintage” si vuol intendere qualcosa di “datato” e ad “aristocratico” si voglia attribuire un significato di tipo “elitario”.
Se per “vintage” si vuol invece intendere, quello che è il suo vero significato vale a dire vendemmia o anche semplicemente raccolto o più vagamente annata, ecco allora il vendemmiare è un qualcosa che si ripete ogni anno, ma che allo stesso tempo si rinnova ogni anno, si arricchisce, si affina, proprio come la musica di Max Manfredi, per il quale brani composti anni addietro si rinnovano nelle esecuzioni successive, si arricchiscono di spezie e di profumi, pronti a darci nuove sensazioni.
Analogamente definire “aristocratico” il repertorio di Max, restringendolo in maniera esclusiva ad un’elite e quindi precludendo il gran pubblico penso sia un’eresia, invece può essere vero il ritenere l’intera opera di Max Manfredi raffinata, caratterizzata da un uso attento della parola, al suo significato ed uso letterario, senza mai scadere nella banalità e neppure nella volgarità della retorica.
Nell’articolo di Nobile si parla anche di “echi di musica antica, rimandi al fado, citazioni blues, atmosfere mediterranee, impronte caraibiche” e penso che non sia sbagliato il segnalare queste presenze, semmai è discutibile l’attribuire loro un senso di “retrò”, di sguardo volutamente ancorato al passato.
In tal senso ritengo siano emblematici del rapporto tra Max e il futuro, con ciò che è inevitabilmente e anagraficamente più giovane di lui, questi versi tratti dall’inarrivabile “Regno delle fate”, in cui Max parlando dei giovani “tecnologici” canta: “se gli dicessi che li odio chi lo sa se mi potrebbero capire ma se gli urlassi in faccia che li amo chi lo sa se mi starebbero a sentire”.
Viene segnalato nell’articolo anche come il mondo musicale di Max, sia “sideralmente lontano da ogni vaga suggestione rock”, ma è forse un male? Ci siamo uniformati al modo di concepire il mondo di Celentano in cui o si è rock o si è lenti?
Non penso che la musica debba essere per forza legata all’influenza del rock per essere “moderna”, esiste una “modernità” del classico, è esemplare in tal senso il disco “Archivio Postumia” di Marco Ongaro che scritto ormai quindi anni fa, è da ritenersi un “classico” per stile, da divenire così opera “immortale” è perciò sempre moderna.
Prima di congedarmi, vorrei accennare alla canzone Kukuwok , ho avuto la fortuna di ascoltarla un paio di volte, ma non me la ricordo proprio come una “divertente satira in chiave country-folk”, mi è rimasto nel cuore un senso di struggente malinconia, di luoghi lontani, di tempi lontani, di un qualcosa irrimediabilmente andato un po’ come il nostro vissuto.
Non dico nulla in merito al numero dei presenti alla serata, sia perché mi sembrerebbe di entrare nelle polemiche sui partecipanti alle manifestazioni di piazza tra sindacati e prefetture, sia perché i meriti artistici non si misurano in base alle vendite o alle presenze, altrimenti occorrerebbe premiare, alla Mostra del cinema di Venezia, i film dei fratelli Vanzina…
Fabio Antonelli

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Entusiasmante, riflessivo e coinvolgente.
Sono questi i tre aggettivi che mi sento di utilizzare per descrivere il concerto di Max Manfredi all’auditorium di Roma.
Fin dalle prime canzoni Max e i suoi musici si sono animati e hanno saputo trasformare egregiamente la loro folgorante sinergia in emozioni che hanno sedotto, e in maniera sempre crescente, entusiasmato la platea.
Questo grazie anche alla partecipazione di Daniele Sepe (altro che specchietto...) che è riuscito, da grande musicista qual è, a dare un contributo interessantissimo ai primi pezzi sia da un punto di vista timbrico e melodico (grazie alle sue mirabolanti improvvisazioni), sia da un punto di vista agogico-dinamico, come nel pezzo “I segni della fine”, dove i cinque, in conclusione del pezzo, hanno dato sfoggio di tutta la loro bravura in un crescendo strumentale travolgente.
Un concerto riflessivo perché Max, a mio avviso, attraverso i suoi testi, dice e lascia dire, intende e lascia intendere, non riprende ma fotografa, non racconta ma dipinge.
Coinvolgente, infine, perché la sua musica è puramente madrigalistica (forse è per questo vagamente retrò o meglio antica?) e cioè atta a rappresentare in musica il testo, aderente alle parole, e come tale, creatrice di atmosfere eterogenee, appassionanti e trasognate. In questo modo ogni canzone è un mondo a sé, un unicum di musica e parole che nel caso di Max Manfredi, siano esse di facile o difficile manifattura, arrivano sempre in maniera semplice e diretta come l’immagine di un film. E per far questo Max si serve di diversi linguaggi musicali assimilati e fusi in un linguaggio originale: il suo.
Bè, signori, se questa non è arte.
E per capire ciò basta ascoltare, come è avvenuto per me a Roma, ( dovere di cronaca: ero seduto in quinta, sesta fila da cui ho potuto notare ben più di sessanta persone) Tabarca, Fado del dilettante, I segni della fine, Cattedrali, Le storie del porto di Atene, per citarne alcune, le cui esecuzioni hanno messo in luce la bravura e la grandezza di un Cantautore con la C maiuscola.
Per tutto ciò, e per quanto non detto, mi sento di condividere a pieno la replica di Cristiano Angelini e le successive ad una critica, a quanto sembra, tutt’altro che obiettiva ma densa di personale trasporto emozionale...
Ciò che mi consola, infine, è che spesso il genio non viene compreso e lo stesso, in questo caso, mi sembra accada per quel “geniaccio”, così come lo definì Amilcare Rambaldi, di Max Manfredi.
Meno male c’è sempre qualcuno capace di capirlo e in tal modo di apprezzarlo.
Cordiali saluti.
Marco Deriu.

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Non ho avuto il piacere (perché di piacere si tratta) di assistere al concerto di Max Manfredi tenutosi all’Auditorium di Roma il 28 maggio scorso, quindi non è su questo specifico evento che intendo intervenire. Ma siccome ho assistito ad altri concerti del cantautore genovese e ne conosco bene l’intera produzione artistica, mi arrogo temerariamente il diritto di fornire un minuscolo contributo ad una serena discussione intorno alla figura di un personaggio del quale mi pare non si sia detto ancora abbastanza e non sempre in maniera adeguata.
Se c’è un tratto che rende Max Manfredi un unicum nel flaccido panorama musicale italiano, è l’essere inafferrabile da parte di chi è abituato a ragionare per schemi o per classi stilistiche da “storia della musica leggera” formato tascabile. Inutile quindi affannarsi a chiuderlo in gabbia. Così come è fuorviante parametrare il peso specifico di Max, come di qualunque artista, alla “visibilità” o abilità nell’autopromozione: è vero, Max Manfredi non è una macchina mietitrebbia con cui fare man bassa di concerti o cd a ciclo continuo, ma è questo un limite, un difetto? Non credo proprio, anzi penso che mantenere la distanza di sicurezza da tutti quegli squallidi meccanismi che proiettano verso il “grande successo” sia il migliore presupposto per lavorare in piena autonomia intellettuale e morale: del resto, se l’unità di misura del valore di un artista andasse individuata nel numero di persone che lo riconoscono per strada, sull’olimpo musicale dovremmo collocare tanta gente che in realtà di artistico ha ben poco da esprimere. La questione dunque non è questa, ma un’altra.-
La questione è che, se andiamo a guardare alla sostanza, alla fin fine gli artisti si riducono a due categorie: quelli che non hanno nulla da dire, anche se spesso quel “nulla” riescono a tesaurizzare e quelli che qualcosa da dire ce l’hanno. E, per quanto mi riguarda, avere qualcosa da dire significa soprattutto possedere la capacità di suscitare e trasmettere emozioni. Ebbene, Max Manfredi ha questo di speciale: suscita e trasmette emozioni, sa stregare l’ascoltatore con le sue storie, talvolta con incedere visionario, talaltra con la magia della affabulazione, non di rado con ironia sottile e raffinata; il tutto condito con musica elegantemente elaborata e nel contempo rilassante, di cui si coglie un marchio di fabbrica inconfondibile. E poi con Max Manfredi l’ascoltatore non si annoia mai, vi pare poco? Difficile dunque trovarne di altri che come lui riescano così bene nel complicato tentativo di coniugare qualità e fruibilità; altri ce ne sono, naturalmente, ma parliamo di quei cantautori che hanno fatto grande la canzone d’autore italiana: se un paragone dobbiamo proprio cercare, questo è l’unico che assegna a Max il posto che merita, come d’altronde aveva intuito uno che di certe cose un po’ se ne intendeva, tale Fabrizio De Andrè…
Nessuna polemica, dunque, con chi forse preferirebbe un Max Manfredi più politicamente corretto, ma solo l’esigenza di affermare che Max ci va bene così com’è e che anzi, se di colpo dovesse decidere di diventare l’animale domestico che non è, chi scrive sarebbe il primo a cancellarsi dalla lista dei suoi irriducibili “devoti”.-
Cordiali saluti
G. Mario Perrone

29-05-2006
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