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Concerti

"Cantautori in Villa": Bruno Lauzi
di Antonio Piccolo

Dopo il concerto di ieri sera viene da chiedersi cosa sia Bruno Lauzi: forse più di un uomo – sicuramente non un “piccolo uomo” -, più probabilmente una forza della natura. Stanco e spossato per il parkinson, senza la sua ben nota folta capigliatura a causa della chemioterapia, va avanti per la sua strada e lo fa con la dignità e la qualità di uno che “artista” non smetterà mai di esserlo. Ci scherza e ci ride per tutto il concerto, con un’auto-ironia penetrante e un senso dell’umorismo inequivocabile. «Sono quarantasette anni che faccio questo mestiere. Benché la vita cerca di mettermi degli impacci sul cammino, io insisto e vado avanti: voglio vedere chi la vince!».

È arte quella che è sul palco della Villa Campolieto ad Ercolano (Na), dove c’è la seconda edizione della rassegna “Cantautori in Villa” - nell’ambito della 19ª edizione del Festival delle Ville Vesuviane -, diretta da Enrico De Angelis e Désirée Lombardi del Club Tenco. Il maestro Lauzi si esibisce dopo i La Crus e ripercorre tutti i suoi vecchi successi, cominciando dal cantautoriale “Il poeta”, passando per “Ritornerai” e “Mary oh Mary”, i brani di Battisti e di Paolo Conte, per finire con “Piccolo uomo” (che si cambia in “Piccola donna”, poiché cambia il soggetto cantante). È accompagnato con amore e dedizione da Raniero Gasparri al pianoforte e alle tastiere, Lauro Ferrarini alle chitarre e Lello Accardo al basso.

Lauzi è toccante, divertente, interessante. Colto e come al solito bastian contrario, unicamente coinvolgente.

Toccante, perché la sua debolezza non gli impedisce di essere espressivo. Benché la sua voce abbia un volume più basso del solito, il suo timbro è inconfondibile.

Divertente, grazie al suo umorismo genovese che esplode attraverso le barzellette, battute sulle differenze di costume fra ieri ed oggi e sulla propria malattia (esempio: «Quando mi chiedono come va la malattia, ho già la risposta incorporata: così così», e mostra la mano che gli trema).

Interessante, perché - in questa sorta di antologia che ripropone - racconta aneddoti curiosi e singolari. Pensare per esempio che Lucio Battisti gli sconsigliava di incidere “E penso a te” perché «i giovani vogliono altro, questa canzone gna fa’». O al dialogo fra Paolo Conte, allora avvocato di Lauzi, e Lauzi stesso: «Vendi dischi tu?» (Conte). «Pochi» (Lauzi). «Allora, non vendere per non vendere, almeno divertiamoci» (Conte). E “Onda su onda” fu.

Alla fine, il pubblico si lascia andare in applausi scroscianti e gli chiede il bis. Dietro le quinte ha solo una cosa da dire, mentre si regge al suo bastone: «Sono stanco». Ma i suoi occhi esprimono soddisfazione e dicono, ancora una volta: “Vado avanti”.

11-07-2006
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