Appena
uscito “Giallo elettrico”, si sono sentiti
commenti del genere “finalmente Garbo è
tornato”.
Niente di più falso. Informatevi: Garbo non
è tornato, perché non se n’è
mai andato.
Non andare in televisione, non prestarsi a recite
in stile “Music farm” o a squallidi siparietti
tipo “Meteore” ha significato per Garbo
affermare, ancora di più, il fatto che è
un musicista, e non uno strano animale televisivo
da esibire a chi, peraltro, della musica poco gli
importa: “Davanti a proposte di partecipare
a programmi come Music farm mi sembra poco carino
dire un no secco; il mio no consiste nel chiedere
80mila euro, così il discorso si chiude, e
io torno a fare quello che mi piace fare: lavorare
sulla musica”.
Ora Gialloelettrico va in tour e parte da Roma. Il
primo concerto della tournèe, che inizialmente
doveva tenersi allo Zoobar, si è svolto al
Rashomon. Un cambio di location che, soprattutto perchè
avvenuto a pochi giorni dal concerto, non ha certo
giovato: molti neanche hanno saputo di questa improvvisa
variazione.
Il Rashomon è un locale che si trova al quartiere
Garbatella, e Garbo ci ironizza su: “Bhè,
Garbo non poteva che suonare alla Garbatella”.
Nella intervista pre-concerto, opportunamente tramutata
in cena, scherzando su questa coincidenza, si immagina
persino di poter ricavare un testo, da destinare alle
filastrocche poviane, in cui far suonare i vari cantanti
in posti che hanno assonanza con i loro cognomi: “Fossati
alle fosse Ardeatine, De Gregori in via Gregoriana,
Dalla in Via dalla, anzi, in dalla via…”.
Ma veniamo al concerto. 
Racconto questo per dare l’idea del clima di
cordialità e informalità che da subito
si è creato con Garbo e con i musicisti che
lo accompagnano in questo tour: Ramòn, dei
Fluo, e gli Ottodix
Dopo l’apertura della serata affidata agli Elettronoir,
sono proprio gli Ottodix (Alessandro Zannier e Mauro
Franceschini) ad aprire il set di Garbo, con “Cuore/Coscienza”,
un loro brano, ancora inedito, che prosegue un discorso
musicale già iniziato con “Corpomacchina”,
il loro ultimo lavoro. Un gruppo da seguire e che
si pone sul solco prepotentemente tracciato dai Depeche
Mode, ma con una originalità tutta italiana,
a partire dai testi, nervosi e notturni.
A ruota, aggiuntosi Ramòn, dei Fluo, segue
“Cose veloci”, uno degli hit storici di
Garbo, iniziata dalla voce di Zannier e poi proseguita
da Garbo, nel frattempo entrato in scena.
Il set è completamente elettronico: gli arrangiamenti
sono molto raffinati e meriterebbero un'acustica migliore
di quella assicurata dal locale. Gli stessi musicisti
più volte richiamano il fonico per ristabilizzare
i volumi delle casse spia. Ma in sala la resa sonora
del concerto è comunque buona.
L’atmosfera che si crea da subito ricorda certe
sospensioni in cui la mente vaga, cullata da un magma
sonoro veloce e penetrante.
Garbo è un vero e proprio animale da palcoscenico,
istrionico e carismatico. Gestisce, anche con ironia,
una situazione logisticamente difficile a causa di
difficoltà tecniche indipendenti dalla sua
volontà. “Ma secondo te gente come Venditti
o De Gregori avrebbero comunque suonato, tra i fischi
della cassa spia ed altre difficoltà che ci
sono state?” mi dice a fine concerto. E io penso
che in effetti il vero artista è anche quello
che riesce a fare di necessità virtù
e va avanti comunque, in modo coerente, senza vizi
schizzinosi e con umiltà (il tratto più
distintivo dei veri artisti).
E quel che deve arrivare, arriva.
La voce di Garbo, in perfetta forma, si armonizza
appieno con gli arrangiamenti: sembra, a tratti, una
prosecuzione delle sonorità usate. Il discorso
elettronico, che ammanta di sé tutto “Giallo
elettrico”, viene ancora più sviluppato.
In particolare, quello che funziona è il mix,
ben riuscito, tra le fredde sonorità elettroniche
e il calore della voce di Garbo.
Il concerto prosegue con “Io e te” e “Il
fiume”: l’aria si fa ancora più
elettrica. Mi chiedo perché, tra il pubblico,
siano in pochi a ballare: non sarebbe stato male coordinarsi,
con una più liberata fisicità, al magma
elettrico proveniente dal palco.
Si diceva dell’autoironia.
In “Quanti anni hai” Garbo finge di voler
rimorchiare una ragazza tra il pubblico ma, cavolo,
lei non ci sta. Ci sta, invece, l’amica (sempre
per scherzo..?..). E io penso a come sia bello prendersi
un po’ in giro, e faccio la differenza con la
seriosità di certi artisti, che quando cantano
sembrano quasi porsi come una sorta di incarnazione
del Verbo, sentendosi , e venendo trattati dai loro
fan, come veri e propri vati. Garbo, invece, scherza
sugli anni che passano, sul fiato che manca (e non
è neanche vero), sul fatto che “io non
miglioro, neanche quando m’innamoro”.
Segue “Onda elettrica”, il primo singolo
dell’album, la continuazione ideale di “Vorrei
regnare”: si respira in entrambi i pezzi la
stessa voglia di cambiamento e la stessa esigenza
di non piegarsi a regole imposte da altri.
A metà concerto gli Ottodix propongono un altro
loro nuovo brano, “Vedova nera”, che fa
aumentare la curiosità intorno al loro prossimo
lavoro.
Riprende, poi, Garbo, con un suo classico, “A
Berlino…va bene”,e a me viene il nodo
in gola, ripensandomi bambino, neanche 9 anni, con
il 33 giri di questo brano in mano, felice che i miei
genitori me lo avessero regalato, con l’ansia
di tornare a casa e metterlo su. Certi regali veramente
non si scordano mai.
In “Vorrei regnare” Garbo abbandona per
un attimo l’ironia e manifesta tutto il suo
istinto anarchico e il suo scetticismo sulla attuale
finta democrazia: “Non andate a votare. Tanto
non cambia nulla”.
Il discorso è delicato. Garbo stesso è
consapevole delle possibili strumentalizzazioni che
potrebbero derivarne.
Dopo, infatti, mi dice “Guarda, io vorrei che
alle elezioni nessuno, proprio nessuno, vada a votare.
Potrebbe essere l’unico, vero forte segnale
di nausea che questa classe politica ci provoca, se
è vero che ne siamo schifati”.
È una provocazione: è un modo per dire
che la democrazia, quella vera, non alberga certo
qui, in questa melassa oligarchica che sta imprigionando
l'Italia. Il ragionamento, portato alle estreme conseguenze,
porta Garbo a rifiutare persino la presa per il culo
elettorale: “Tanto non cambia nulla. Ormai,
la situazione è sfuggita di mano. Persino chi
crede di poter avere in mano i destini del mondo,
in realtà, non li ha”.
Personalmente, non credo che la soluzione sia non
andare a votare: ma questo è un altro discorso.
In quello che dice Garbo a tratti, sembra che risuonino
certi slogan del punk: No future! : “Ho una
visione pessimistica del futuro, quasi apocalittica.
Per me non c’è futuro. Mi dolgo io stesso
di questa sensazione. Vorrei non averla. Ma ce l’ho:
sarà che non sopporto più certe ipocrisie
e certi meccanismi insensati”.
Il discorso porta alla scelta che Garbo ha compiuto
da tempo di non piegarsi alle logiche di mercato delle
grandi major discografiche: “Ho sempre cercato
di avere un forte controllo sulle cose che faccio.
È l'unico modo per rimanere integri. Il controllo
totale, poi, non sempre puoi averlo. Per esempio,
stasera noi non controllavamo la resa sonora di quanto
suonavamo”.
Una scelta che ha avuto un costo, in termini di visibilità
e di notorietà, ma che ha senz’altro
pagato in termini di coerenza e di passione: chi segue
Garbo da anni lo sa, e gli è riconoscente:
“Certi compromessi possono pure avere un ritorno
di popolarità. Ma alla fine sputtanano anni
di lavoro”.
Il concerto si chiude con “Radioclima”,
la canzone che è valso a Garbo il Premio della
critica al Festival di Sanremo 1984.
“Forse qualcosa rimane” recita un verso
di questo brano. Rimane, di questa serata, una sensazione
certamente positiva: è stata trasmessa energia,
a dispetto dei malfunzionamenti tecnici. La lezione
del punk è forse ancora valida: 'fanculo la
tecnica, chi ha qualcosa da dire riesce comunque a
dirla. Ma deve essere forte. E la voce di Garbo ancora
lo è: forte e chiara.
Rimane la soddisfazione dei vecchi e nuovi fan di
Garbo. Uno di loro mi dice: “Per me è
ancora il numero uno. Se fosse nato a Londra, a quest'ora
eravamo in un palasport”.
Rimane la sensazione che a Garbo si debba un certo
debito di riconoscenza. Non è un caso che nel
video di Onda elettrica compaiano molti suoi amici
musicisti, di una o due generazioni successive alla
sua: da Andy, dei Bluvertigo, a Boosta, dei Subsonica,
a Luca Urbani. Lo stesso Morgan firma il testo di
"Andarsene".
Giallo elettrico, in effetti, può costituire
un'ottima consolazione proprio per gli orfani dei
Bluvertigo: ma è bene sappiano, se non lo sanno
già, che Garbo è da tempo che è
su questa strada.
E rimane un sogno, irrealizzabile, una sorta di mia
curiosità personale, a cui ripensavo tornando
a casa: un incontro impossibile tra l'ultimo Battisti
e Garbo. Due mondi apparentemente lontanissimi: eppure,
secondo me, vicini. Due percorsi che avrebbero potuto
incrociarsi. Cosa sarebbe successo, a livello di sonorità
elettroniche?
Ma torniamo alla realtà, che vede un buon numero
di concerti da fare, da Napoli a Cuneo, passando per
Massa Carrara e Cagliari (informazioni dettagliate
su www.garbo.net). E, mai stanco (da buon comasco),
Garbo già pensa al nuovo disco, che proseguirà
la trilogia dei colori, iniziata con Blu: “Voglio
prendermi tutta la calma che la realizzazione, esaltante
ma anche faticosa, di un album come Giallo elettrico
richiede. Ma so già che il tema dominante del
prossimo lavoro sarà il bianco. Per ora è
solo un'idea, a livello embrionale. Ma vorrei proprio
trasmettere un senso di trasparenza con le nuove canzoni
che devo ancora scrivere”.