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Presentazioni & Concerti

Garbo a Roma: l'artista che non è tornato (perché non se n'era andato)
di Vincenzo Greco

Appena uscito “Giallo elettrico”, si sono sentiti commenti del genere “finalmente Garbo è tornato”.
Niente di più falso. Informatevi: Garbo non è tornato, perché non se n’è mai andato.

Non andare in televisione, non prestarsi a recite in stile “Music farm” o a squallidi siparietti tipo “Meteore” ha significato per Garbo affermare, ancora di più, il fatto che è un musicista, e non uno strano animale televisivo da esibire a chi, peraltro, della musica poco gli importa: “Davanti a proposte di partecipare a programmi come Music farm mi sembra poco carino dire un no secco; il mio no consiste nel chiedere 80mila euro, così il discorso si chiude, e io torno a fare quello che mi piace fare: lavorare sulla musica”.


Ora Gialloelettrico va in tour e parte da Roma. Il primo concerto della tournèe, che inizialmente doveva tenersi allo Zoobar, si è svolto al Rashomon. Un cambio di location che, soprattutto perchè avvenuto a pochi giorni dal concerto, non ha certo giovato: molti neanche hanno saputo di questa improvvisa variazione.

Il Rashomon è un locale che si trova al quartiere Garbatella, e Garbo ci ironizza su: “Bhè, Garbo non poteva che suonare alla Garbatella”. Nella intervista pre-concerto, opportunamente tramutata in cena, scherzando su questa coincidenza, si immagina persino di poter ricavare un testo, da destinare alle filastrocche poviane, in cui far suonare i vari cantanti in posti che hanno assonanza con i loro cognomi: “Fossati alle fosse Ardeatine, De Gregori in via Gregoriana, Dalla in Via dalla, anzi, in dalla via…”.

Ma veniamo al concerto.
Racconto questo per dare l’idea del clima di cordialità e informalità che da subito si è creato con Garbo e con i musicisti che lo accompagnano in questo tour: Ramòn, dei Fluo, e gli Ottodix
Dopo l’apertura della serata affidata agli Elettronoir, sono proprio gli Ottodix (Alessandro Zannier e Mauro Franceschini) ad aprire il set di Garbo, con “Cuore/Coscienza”, un loro brano, ancora inedito, che prosegue un discorso musicale già iniziato con “Corpomacchina”, il loro ultimo lavoro. Un gruppo da seguire e che si pone sul solco prepotentemente tracciato dai Depeche Mode, ma con una originalità tutta italiana, a partire dai testi, nervosi e notturni.

A ruota, aggiuntosi Ramòn, dei Fluo, segue “Cose veloci”, uno degli hit storici di Garbo, iniziata dalla voce di Zannier e poi proseguita da Garbo, nel frattempo entrato in scena.
Il set è completamente elettronico: gli arrangiamenti sono molto raffinati e meriterebbero un'acustica migliore di quella assicurata dal locale. Gli stessi musicisti più volte richiamano il fonico per ristabilizzare i volumi delle casse spia. Ma in sala la resa sonora del concerto è comunque buona.
L’atmosfera che si crea da subito ricorda certe sospensioni in cui la mente vaga, cullata da un magma sonoro veloce e penetrante.

Garbo è un vero e proprio animale da palcoscenico, istrionico e carismatico. Gestisce, anche con ironia, una situazione logisticamente difficile a causa di difficoltà tecniche indipendenti dalla sua volontà. “Ma secondo te gente come Venditti o De Gregori avrebbero comunque suonato, tra i fischi della cassa spia ed altre difficoltà che ci sono state?” mi dice a fine concerto. E io penso che in effetti il vero artista è anche quello che riesce a fare di necessità virtù e va avanti comunque, in modo coerente, senza vizi schizzinosi e con umiltà (il tratto più distintivo dei veri artisti).

E quel che deve arrivare, arriva.
La voce di Garbo, in perfetta forma, si armonizza appieno con gli arrangiamenti: sembra, a tratti, una prosecuzione delle sonorità usate. Il discorso elettronico, che ammanta di sé tutto “Giallo elettrico”, viene ancora più sviluppato. In particolare, quello che funziona è il mix, ben riuscito, tra le fredde sonorità elettroniche e il calore della voce di Garbo.

Il concerto prosegue con “Io e te” e “Il fiume”: l’aria si fa ancora più elettrica. Mi chiedo perché, tra il pubblico, siano in pochi a ballare: non sarebbe stato male coordinarsi, con una più liberata fisicità, al magma elettrico proveniente dal palco.

Si diceva dell’autoironia.
In “Quanti anni hai” Garbo finge di voler rimorchiare una ragazza tra il pubblico ma, cavolo, lei non ci sta. Ci sta, invece, l’amica (sempre per scherzo..?..). E io penso a come sia bello prendersi un po’ in giro, e faccio la differenza con la seriosità di certi artisti, che quando cantano sembrano quasi porsi come una sorta di incarnazione del Verbo, sentendosi , e venendo trattati dai loro fan, come veri e propri vati. Garbo, invece, scherza sugli anni che passano, sul fiato che manca (e non è neanche vero), sul fatto che “io non miglioro, neanche quando m’innamoro”.

Segue “Onda elettrica”, il primo singolo dell’album, la continuazione ideale di “Vorrei regnare”: si respira in entrambi i pezzi la stessa voglia di cambiamento e la stessa esigenza di non piegarsi a regole imposte da altri.
A metà concerto gli Ottodix propongono un altro loro nuovo brano, “Vedova nera”, che fa aumentare la curiosità intorno al loro prossimo lavoro.

Riprende, poi, Garbo, con un suo classico, “A Berlino…va bene”,e a me viene il nodo in gola, ripensandomi bambino, neanche 9 anni, con il 33 giri di questo brano in mano, felice che i miei genitori me lo avessero regalato, con l’ansia di tornare a casa e metterlo su. Certi regali veramente non si scordano mai.
In “Vorrei regnare” Garbo abbandona per un attimo l’ironia e manifesta tutto il suo istinto anarchico e il suo scetticismo sulla attuale finta democrazia: “Non andate a votare. Tanto non cambia nulla”.
Il discorso è delicato. Garbo stesso è consapevole delle possibili strumentalizzazioni che potrebbero derivarne.
Dopo, infatti, mi dice “Guarda, io vorrei che alle elezioni nessuno, proprio nessuno, vada a votare. Potrebbe essere l’unico, vero forte segnale di nausea che questa classe politica ci provoca, se è vero che ne siamo schifati”.

È una provocazione: è un modo per dire che la democrazia, quella vera, non alberga certo qui, in questa melassa oligarchica che sta imprigionando l'Italia. Il ragionamento, portato alle estreme conseguenze, porta Garbo a rifiutare persino la presa per il culo elettorale: “Tanto non cambia nulla. Ormai, la situazione è sfuggita di mano. Persino chi crede di poter avere in mano i destini del mondo, in realtà, non li ha”.
Personalmente, non credo che la soluzione sia non andare a votare: ma questo è un altro discorso.
In quello che dice Garbo a tratti, sembra che risuonino certi slogan del punk: No future! : “Ho una visione pessimistica del futuro, quasi apocalittica. Per me non c’è futuro. Mi dolgo io stesso di questa sensazione. Vorrei non averla. Ma ce l’ho: sarà che non sopporto più certe ipocrisie e certi meccanismi insensati”.
Il discorso porta alla scelta che Garbo ha compiuto da tempo di non piegarsi alle logiche di mercato delle grandi major discografiche: “Ho sempre cercato di avere un forte controllo sulle cose che faccio. È l'unico modo per rimanere integri. Il controllo totale, poi, non sempre puoi averlo. Per esempio, stasera noi non controllavamo la resa sonora di quanto suonavamo”.

Una scelta che ha avuto un costo, in termini di visibilità e di notorietà, ma che ha senz’altro pagato in termini di coerenza e di passione: chi segue Garbo da anni lo sa, e gli è riconoscente: “Certi compromessi possono pure avere un ritorno di popolarità. Ma alla fine sputtanano anni di lavoro”.
Il concerto si chiude con “Radioclima”, la canzone che è valso a Garbo il Premio della critica al Festival di Sanremo 1984.

“Forse qualcosa rimane” recita un verso di questo brano. Rimane, di questa serata, una sensazione certamente positiva: è stata trasmessa energia, a dispetto dei malfunzionamenti tecnici. La lezione del punk è forse ancora valida: 'fanculo la tecnica, chi ha qualcosa da dire riesce comunque a dirla. Ma deve essere forte. E la voce di Garbo ancora lo è: forte e chiara.

Rimane la soddisfazione dei vecchi e nuovi fan di Garbo. Uno di loro mi dice: “Per me è ancora il numero uno. Se fosse nato a Londra, a quest'ora eravamo in un palasport”.

Rimane la sensazione che a Garbo si debba un certo debito di riconoscenza. Non è un caso che nel video di Onda elettrica compaiano molti suoi amici musicisti, di una o due generazioni successive alla sua: da Andy, dei Bluvertigo, a Boosta, dei Subsonica, a Luca Urbani. Lo stesso Morgan firma il testo di "Andarsene".
Giallo elettrico, in effetti, può costituire un'ottima consolazione proprio per gli orfani dei Bluvertigo: ma è bene sappiano, se non lo sanno già, che Garbo è da tempo che è su questa strada.

E rimane un sogno, irrealizzabile, una sorta di mia curiosità personale, a cui ripensavo tornando a casa: un incontro impossibile tra l'ultimo Battisti e Garbo. Due mondi apparentemente lontanissimi: eppure, secondo me, vicini. Due percorsi che avrebbero potuto incrociarsi. Cosa sarebbe successo, a livello di sonorità elettroniche?
Ma torniamo alla realtà, che vede un buon numero di concerti da fare, da Napoli a Cuneo, passando per Massa Carrara e Cagliari (informazioni dettagliate su www.garbo.net). E, mai stanco (da buon comasco), Garbo già pensa al nuovo disco, che proseguirà la trilogia dei colori, iniziata con Blu: “Voglio prendermi tutta la calma che la realizzazione, esaltante ma anche faticosa, di un album come Giallo elettrico richiede. Ma so già che il tema dominante del prossimo lavoro sarà il bianco. Per ora è solo un'idea, a livello embrionale. Ma vorrei proprio trasmettere un senso di trasparenza con le nuove canzoni che devo ancora scrivere”.

04-04-2006
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