Un
suono lancinante.
E poi dolce. Poi sinuoso.
Poi ancora lancinante.
E poi introspettivo. E
poi pieno. E poi freddo.
E poi sussurrato. E poi
colpito. E poi colpente.
E poi ancora lancinante.
E poi un suono che è
solo puro suono. Semplice.
Diretto.
E
poi misterioso. Sembra
perdersi, e invece lo
ritrovi, dietro l’angolo
che non t’aspetti.
E poi spedito. E poi malinconico.
E poi, di nuovo, lancinante.
E di nuovo sinuoso. E
poi geometrico. E poi
svariato. E poi spiazzante.
E poi consolante (quel
poco che basta). E poi
riflessivo. E poi potente.
E poi in ombra. E poi
di nuovo potente.
Jan Garbarek, entra tranquillo
in scena con una valigetta,
da dove estrae il suo
sassofono. E comincia
a poetare. Con un suono
lancinante. E poi dolce,
e poi sinuoso, e poi…..
Due ore e mezzo
di musica senza interruzioni.
Lampi di visioni
Un suono evocativo. Cinema
senza schermo. Racconti
senza parole. Facce senza
attori.
Libertà.
Ognuno, tra il pubblico,
poteva farsi trascinare
dove voleva.
Il copione non c’era.
Ognuno ne aveva uno per
sé.
Garbarek ha tessuto, nota
dopo nota, una ragnatela
in cui, una volta entrati,
il mondo è apparso,
come poche volte, puro
suono.
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Un
cortocircuito tra musica e
visioni intime: un reciproco
essere al servizio l’una
delle altre
Un rito collettivo, eppure
profondamente individuale,
dove ognuno ha pensato e immaginato
cose diverse. E’ raro
che in un concerto non ci
siano schemi, anche emozionali,
prestabiliti.
E invece con Garbarek ci si
immerge subito nel suono.
Il mondo che ci circonda,
finché lui suona, va
in secondo piano per poi tornare,
arricchito di una colonna
sonora pregiata, e tutta personale.
Gli altri compagni di viaggio
musicale vere e proprie colonne
di uno scenario a più
tinte: Eberhard Weber
al basso, Rainer Brüninghaus
al piano e Manu Katché
alle percussioni.
Ognuno con qualcosa
di importante da dire
Mai una ripetizione. Mai un
soffermarsi troppo su fraseggi
che funzionano. Un viaggio
lungo ed affascinante, dove
si alternano curve e lunghe
strade dritte: senza che la
noia abbia ingresso. Anche
quando, forse unica pecca,
in alcuni assoli dei singoli
strumenti il virtuosismo ha
preso un po’ troppo
la mano.
Il sax di Garbarek ha preso
per mano il pubblico, non
in modo dispotico. Anzi. E’
uno dei pochi jazzisti che
riesce a mettersi al servizio
del pubblico e delle sue visioni.
Quando suona Garbarek niente
è imposto dal suo suono.
L’ascoltatore ha un
ruolo profondamente attivo:
deve sapersi fare trascinare,
e deve sapere utilizzare,
con la propria sensibilità
ed immaginazione, quei molteplici
mondi che, contemporaneamente,
quel sax apre e squaderna.
Una sfida fisica. Un assurdo
riuscito. La dimostrazione,
ennesima - che solo l’arte
sa dare - che la realtà
materiale è solo una
piccola parte della realtà
reale.
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