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Presentazioni & Concerti

Jan Garbarek a Roma - Auditorium Parco della Musica - 23 aprile
Il poeta col sassofono
di Vincenzo Greco

Un suono lancinante.
E poi dolce. Poi sinuoso. Poi ancora lancinante. E poi introspettivo. E poi pieno. E poi freddo. E poi sussurrato. E poi colpito. E poi colpente.
E poi ancora lancinante. E poi un suono che è solo puro suono. Semplice. Diretto.

E poi misterioso. Sembra perdersi, e invece lo ritrovi, dietro l’angolo che non t’aspetti. E poi spedito. E poi malinconico.
E poi, di nuovo, lancinante. E di nuovo sinuoso. E poi geometrico. E poi svariato. E poi spiazzante. E poi consolante (quel poco che basta). E poi riflessivo. E poi potente. E poi in ombra. E poi di nuovo potente.

Jan Garbarek, entra tranquillo in scena con una valigetta, da dove estrae il suo sassofono. E comincia a poetare. Con un suono lancinante. E poi dolce, e poi sinuoso, e poi…..

Due ore e mezzo di musica senza interruzioni. Lampi di visioni

Un suono evocativo. Cinema senza schermo. Racconti senza parole. Facce senza attori.
Libertà.
Ognuno, tra il pubblico, poteva farsi trascinare dove voleva.
Il copione non c’era. Ognuno ne aveva uno per sé.
Garbarek ha tessuto, nota dopo nota, una ragnatela in cui, una volta entrati, il mondo è apparso, come poche volte, puro suono.

Un cortocircuito tra musica e visioni intime: un reciproco essere al servizio l’una delle altre

Un rito collettivo, eppure profondamente individuale, dove ognuno ha pensato e immaginato cose diverse. E’ raro che in un concerto non ci siano schemi, anche emozionali, prestabiliti.
E invece con Garbarek ci si immerge subito nel suono. Il mondo che ci circonda, finché lui suona, va in secondo piano per poi tornare, arricchito di una colonna sonora pregiata, e tutta personale.
Gli altri compagni di viaggio musicale vere e proprie colonne di uno scenario a più tinte: Eberhard Weber al basso, Rainer Brüninghaus al piano e Manu Katché alle percussioni.

Ognuno con qualcosa di importante da dire

Mai una ripetizione. Mai un soffermarsi troppo su fraseggi che funzionano. Un viaggio lungo ed affascinante, dove si alternano curve e lunghe strade dritte: senza che la noia abbia ingresso. Anche quando, forse unica pecca, in alcuni assoli dei singoli strumenti il virtuosismo ha preso un po’ troppo la mano.
Il sax di Garbarek ha preso per mano il pubblico, non in modo dispotico. Anzi. E’ uno dei pochi jazzisti che riesce a mettersi al servizio del pubblico e delle sue visioni.
Quando suona Garbarek niente è imposto dal suo suono. L’ascoltatore ha un ruolo profondamente attivo: deve sapersi fare trascinare, e deve sapere utilizzare, con la propria sensibilità ed immaginazione, quei molteplici mondi che, contemporaneamente, quel sax apre e squaderna.
Una sfida fisica. Un assurdo riuscito. La dimostrazione, ennesima - che solo l’arte sa dare - che la realtà materiale è solo una piccola parte della realtà reale.

10-05-2006
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