Dopo
l’entusiasmante rassegna “Cantautori in
villa” - tenutasi ad Ercolano nel luglio 2005
-, il Club Tenco continua la sua collaborazione con
la Provincia di Napoli portando con sé la sua
schiera di artisti con stili e storie diverse. Dal
6 all’8 gennaio è andata in scena, nel
Teatro Tenda di Ottaviano, la rassegna - diretta da
Enrico De Angelis e Désirée Lombardi
- “Donne, bandiere e bande”. In un territorio
- quello campano - dove fermenta la cultura, ma quasi
mai viene supportata e valorizzata, il Club Tenco
rappresenta un faro luminoso dagli effetti apprezzabilissimi,
visti e considerati i mezzi.
DONNE
Prima serata tutta al femminile, proprio il giorno
della befana.
Apre la rassegna Cristina Donà,
chitarra e voce bellissima. Con l’aria di una
folk-singer e l’immediatezza che offre l’intimità
della sua esibizione, presenta alcuni pezzi tratti
dal suo ultimo album a partire da “In fondo
al mar”, che decisamente spicca insieme a “Nel
mio giardino”. Se come autrice (e purtroppo
ce ne sono poche, chissà perché) non
è folgorante, come interprete si lascia ricordare
a lungo.
Prosegue la sanguigna Pietra Montecorvino
con una band di quattro elementi ed è
un viaggio straordinario su un ponte che va da Napoli
e arriva nei paesi arabi. E, infatti, il suo bellissimo
album da cui prende interpretazioni (musicali e vocali)
ricercate di “Maruzzella”, “Guaglione”,
“Luna rossa”, “Dove sta Zazà”
o “Sud” (che già cantò nel
film “F.F.S.S” di Arbore) si chiama “Napoli
mediterranea”.
E’ la volta di Petra Magoni e Ferruccio
Spinetti degli Avion Travel. Solo per la
loro coraggiosa proposta musicale di una voce (Magoni)
accompagnata unicamente da un contrabbasso (Spinetti)
meriterebbero applausi. Ma ricevono diversi applausi
per le loro capacità tecniche, tanto per quanto
concerne il contrabbasso - che non fa sentire la mancanza
di un complesso - tanto per la forza e l’intensità
della voce. Petra Magoni, con la sua magnetica aria
da bambina dispettosa, è capace di accostare
in un modo addirittura inconcepibile per l’immaginazione
delle note acutissime o bassissime come le pare e
piace, sventrando ogni canzone e riproponendola in
una luce tutta nuova e personale (che dire di “Non
arrossire”?). Pur aggiungendo che, talvolta,
è stata criticabile la scelta delle cover.
Chiude la serata la ben nota Teresa De Sio,
accolta con calore dal pubblico. Reduce dal fortunato
ultimo disco, ripropone il suo repertorio con passione
e il supporto di una variegata band di cinque elementi.
In molti casi entusiasmante, commovente in “Quando
turnammo a nascere”, esclusi i frequenti momenti
fastidiosi di una sbandierata napoletanità
un po’ facile. Da riportare la bellissima immagine
che fa da introduzione alla canzone “A sud!
A sud!”: “immaginate due tribù
nel deserto, una con il pozzo e una senza: una vuole
la pace; l’altra…vuole l’acqua!”.
BANDIERE
Seconda serata (patrocinata dalla Fondazione De André)
interamente dedicata al ricordo di Faber, con la riproposta
di tre dischi interi con la sua firma.
Apre Vittorio De Scalzi, ex New Trolls,
che canta e ripresenta “Senza orario, senza
bandiera” del 1968: primo concept album della
storia della musica italiana, con musiche sue e testi
scritti da De André insieme al poeta Riccardo
Mannerini. Emozionante e coinvolgente, tanto per le
sue qualità vocali che per gli arrangiamenti
rock (“in quegli anni avevo i Beatles nelle
orecchie e nel cuore”, dichiara De Scalzi),
non particolarmente complicati ma - anzi -, proprio
nella loro genuinità, orecchiabili e piacevoli.
Disco assolutamente d’avanguardia per l’epoca,
la sensazione nel riascoltarlo è quasi mistica.
Il pubblico, alla fine del set, consacra De Scalzi
con un inatteso e meritato successo.
Segue Morgan con il suo remake di
“Non al denaro, non all’amore né
al cielo” del 1971, pubblicato recentemente.
L’artista, presentatosi in quartetto, ha finalmente
cambiato atteggiamento e mette mano sul serio agli
arrangiamenti dei pezzi originali (differentemente
che nel disco, dove ha quasi solamente sostituito
la sua voce a quella di Faber sui vecchi arrangiamenti
di Nicola Piovani). Non per questo, però, risulta
lodevole. I pezzi sono privati della loro identità
spirituale, il canto ha delle modifiche puramente
estetiche e non dettate da un senso, “Un giudice”
pseudo-dance è addirittura inascoltabile. Pur
non disprezzando le avanzate tecniche d’avanguardia,
ma del tutto fine a sé stesse.
Dopodichè è la volta del maestro Mauro
Pagani, che ripropone il suo (stupendo) “Creuza
de mä 2004”. Augurando una buona serata
“ma anche un buon anno che fa sempre bene, sperando
che ci siano meno facce di merda in giro”, ridà
vita allo storico capolavoro della musica italiana,
riproducendone le atmosfere con fedeltà, ma
anche creatività. Il piede prende vita da solo
ai pezzi ritmati, mentre lo sguardo è ipnotizzato
all’interpretazione di un’intensissima
“Sidun”, il cui teatro è la vicenda
palestinese, come tiene a sottolineare. Se proprio
non si rivive la magia del disco è perché
da supporto a Pagani ci sono solo tre musicisti anziché
tutta la squadra che è solito accompagnarlo.
Finale della serata divertente e travolgente con un
memorabile duetto Pagani-De Scalzi
che improvvisano “Don Raffaè”.
BANDE
Dell’ultima serata sono protagoniste due band.
Il primo set è affidato ai Farabrutto,
che eseguono pezzi tratti dal loro album “Alzare
la voce” (più un inedito in chiusura),
carichi di sonorità rock più o meno
leggero, senza invenzioni singolari, ma curate. Senza
contare l’attenzione rivolta ai loro (rabbiosi)
testi.
La seconda (e, grazie al cielo, lunghissima) parte
vede protagonisti i quattro svitati della Banda
Osiris che, considerando l’apprezzamento
del pubblico, sono stati i sovrani assoluti dell’intera
rassegna. Continuatori e decisi innovatori del filone
lanciato dai Gufi, poliedrici e preparati musicisti,
colti, leggeri, atletici, infinitamente comici, portano
a livelli onirici l’incontro fra musica e cabaret.
Mettono di mezzo Vivaldi, Mozart, Beethoven, la musica
araba, Renato Carosone e tanti altri, tenendo per
quasi due ore il pubblico inchiodato sulla sedia,
che li interrompe con ripetuti e scroscianti applausi.
A dir poco geniali.
Bis in compagnia dei Farabutto con una versione napoletana
di “Stand by me”.