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Presentazioni & Concerti

"Donne, bandiere e bande": tre serate d'autore a Napoli
di Antonio Piccolo

Dopo l’entusiasmante rassegna “Cantautori in villa” - tenutasi ad Ercolano nel luglio 2005 -, il Club Tenco continua la sua collaborazione con la Provincia di Napoli portando con sé la sua schiera di artisti con stili e storie diverse. Dal 6 all’8 gennaio è andata in scena, nel Teatro Tenda di Ottaviano, la rassegna - diretta da Enrico De Angelis e Désirée Lombardi - “Donne, bandiere e bande”. In un territorio - quello campano - dove fermenta la cultura, ma quasi mai viene supportata e valorizzata, il Club Tenco rappresenta un faro luminoso dagli effetti apprezzabilissimi, visti e considerati i mezzi.

DONNE
Prima serata tutta al femminile, proprio il giorno della befana.
Apre la rassegna Cristina Donà, chitarra e voce bellissima. Con l’aria di una folk-singer e l’immediatezza che offre l’intimità della sua esibizione, presenta alcuni pezzi tratti dal suo ultimo album a partire da “In fondo al mar”, che decisamente spicca insieme a “Nel mio giardino”. Se come autrice (e purtroppo ce ne sono poche, chissà perché) non è folgorante, come interprete si lascia ricordare a lungo.

Prosegue la sanguigna Pietra Montecorvino con una band di quattro elementi ed è un viaggio straordinario su un ponte che va da Napoli e arriva nei paesi arabi. E, infatti, il suo bellissimo album da cui prende interpretazioni (musicali e vocali) ricercate di “Maruzzella”, “Guaglione”, “Luna rossa”, “Dove sta Zazà” o “Sud” (che già cantò nel film “F.F.S.S” di Arbore) si chiama “Napoli mediterranea”.

E’ la volta di Petra Magoni e Ferruccio Spinetti degli Avion Travel. Solo per la loro coraggiosa proposta musicale di una voce (Magoni) accompagnata unicamente da un contrabbasso (Spinetti) meriterebbero applausi. Ma ricevono diversi applausi per le loro capacità tecniche, tanto per quanto concerne il contrabbasso - che non fa sentire la mancanza di un complesso - tanto per la forza e l’intensità della voce. Petra Magoni, con la sua magnetica aria da bambina dispettosa, è capace di accostare in un modo addirittura inconcepibile per l’immaginazione delle note acutissime o bassissime come le pare e piace, sventrando ogni canzone e riproponendola in una luce tutta nuova e personale (che dire di “Non arrossire”?). Pur aggiungendo che, talvolta, è stata criticabile la scelta delle cover.

Chiude la serata la ben nota Teresa De Sio, accolta con calore dal pubblico. Reduce dal fortunato ultimo disco, ripropone il suo repertorio con passione e il supporto di una variegata band di cinque elementi. In molti casi entusiasmante, commovente in “Quando turnammo a nascere”, esclusi i frequenti momenti fastidiosi di una sbandierata napoletanità un po’ facile. Da riportare la bellissima immagine che fa da introduzione alla canzone “A sud! A sud!”: “immaginate due tribù nel deserto, una con il pozzo e una senza: una vuole la pace; l’altra…vuole l’acqua!”.

BANDIERE
Seconda serata (patrocinata dalla Fondazione De André) interamente dedicata al ricordo di Faber, con la riproposta di tre dischi interi con la sua firma.
Apre Vittorio De Scalzi, ex New Trolls, che canta e ripresenta “Senza orario, senza bandiera” del 1968: primo concept album della storia della musica italiana, con musiche sue e testi scritti da De André insieme al poeta Riccardo Mannerini. Emozionante e coinvolgente, tanto per le sue qualità vocali che per gli arrangiamenti rock (“in quegli anni avevo i Beatles nelle orecchie e nel cuore”, dichiara De Scalzi), non particolarmente complicati ma - anzi -, proprio nella loro genuinità, orecchiabili e piacevoli. Disco assolutamente d’avanguardia per l’epoca, la sensazione nel riascoltarlo è quasi mistica. Il pubblico, alla fine del set, consacra De Scalzi con un inatteso e meritato successo.

Segue Morgan con il suo remake di “Non al denaro, non all’amore né al cielo” del 1971, pubblicato recentemente. L’artista, presentatosi in quartetto, ha finalmente cambiato atteggiamento e mette mano sul serio agli arrangiamenti dei pezzi originali (differentemente che nel disco, dove ha quasi solamente sostituito la sua voce a quella di Faber sui vecchi arrangiamenti di Nicola Piovani). Non per questo, però, risulta lodevole. I pezzi sono privati della loro identità spirituale, il canto ha delle modifiche puramente estetiche e non dettate da un senso, “Un giudice” pseudo-dance è addirittura inascoltabile. Pur non disprezzando le avanzate tecniche d’avanguardia, ma del tutto fine a sé stesse.

Dopodichè è la volta del maestro Mauro Pagani, che ripropone il suo (stupendo) “Creuza de mä 2004”. Augurando una buona serata “ma anche un buon anno che fa sempre bene, sperando che ci siano meno facce di merda in giro”, ridà vita allo storico capolavoro della musica italiana, riproducendone le atmosfere con fedeltà, ma anche creatività. Il piede prende vita da solo ai pezzi ritmati, mentre lo sguardo è ipnotizzato all’interpretazione di un’intensissima “Sidun”, il cui teatro è la vicenda palestinese, come tiene a sottolineare. Se proprio non si rivive la magia del disco è perché da supporto a Pagani ci sono solo tre musicisti anziché tutta la squadra che è solito accompagnarlo.
Finale della serata divertente e travolgente con un memorabile duetto Pagani-De Scalzi che improvvisano “Don Raffaè”.

BANDE
Dell’ultima serata sono protagoniste due band.
Il primo set è affidato ai Farabrutto, che eseguono pezzi tratti dal loro album “Alzare la voce” (più un inedito in chiusura), carichi di sonorità rock più o meno leggero, senza invenzioni singolari, ma curate. Senza contare l’attenzione rivolta ai loro (rabbiosi) testi.

La seconda (e, grazie al cielo, lunghissima) parte vede protagonisti i quattro svitati della Banda Osiris che, considerando l’apprezzamento del pubblico, sono stati i sovrani assoluti dell’intera rassegna. Continuatori e decisi innovatori del filone lanciato dai Gufi, poliedrici e preparati musicisti, colti, leggeri, atletici, infinitamente comici, portano a livelli onirici l’incontro fra musica e cabaret. Mettono di mezzo Vivaldi, Mozart, Beethoven, la musica araba, Renato Carosone e tanti altri, tenendo per quasi due ore il pubblico inchiodato sulla sedia, che li interrompe con ripetuti e scroscianti applausi. A dir poco geniali.
Bis in compagnia dei Farabutto con una versione napoletana di “Stand by me”.

 

Dal vivo, Salumeria della Musica: 11-10-2005
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