Tra
le canzoni che non ho potuto ascoltare la sera del
30 marzo 2002, ci sono quelle de Les Ondes Martenot.
Le Onde Martenot sono uno stranissimo strumento musicale
simile al theremin; e Les Ondes Martenot sono il gruppo
musicale più stralunato che mi sia stato dato
di conoscere. Un po’ viareggini, un po’
livornesi, hanno vinto una volta un Premio Ciampi
(quello vero, non quello di “Resurrezione”)
per la migliore cover con una versione da brividi
di “Madonnina del Duemila”. Dicevo che
non ho potuto ascoltarle, le loro canzoni; eppure
avevo fatto di tutto per farceli venire, budello d’eva.
Telefonate, incontri totalmente ubriachi nella hall
del teatro La Guardia, e-mail. Accettarono con piacere.
Di tutto. C’era Max Manfredi. C’era Alessio
Lega. Andrea Parodi. C’erano quasi tutti.
Soltanto che il sottoscritto aveva appena urtato contro
un bivio della vita e se ne stava steso su un pavimento
con dentro tutto l’alcool del mondo; aveva fatto
solo in tempo a cercare di cantare “Il natale
è il ventiquattro” e poi era crollato.
Gli avevano azionato la leva dello scambio, che poi
è quella che è approdata qui, questa
sera, a quattro anni di distanza meno pochi giorni.
“A disfarsi, a farsi, a ridisfarsi” viene
da una poesia. La poesia l’ho scritta io che
ero un ragazzino di sedici o diciassett’anni,
una poesia che ho perso definitivamente proprio la
sera del 30 marzo 2002. Stava nel vecchio computer
di Livorno. Il vecchio computer di Livorno è
stato formattato con tutto quel che c’era dentro.
Soltanto poche cose le ho potute ricuperare. Delle
altre restano frammenti nella memoria, disiecta membra,
lacerti di ricordi (tanto per fare il verso al “Nome
della Rosa”).
E’ un po’ quello che potrebbe essere il
motto di tutta la mia vita; ma della vita di chi non
lo è, del resto. Onde di sovvenimenti come
Onde Martenot. Non li ho mai più sentiti. Mi
è rimasto un cd del tutto artigianale che mi
avevano regalato. Un cd contenente cinque canzoni
bizzarre e bellissime, “Abbi pazienza”,
“Benedetto Noè che fe’ la vigna”,
la cover di Madonnina del Duemila, e poi la fantasmagorica
“Abbulibirbi umani”, di cui ebbe a parlare
anche Giorgio Maimone su “Bielle”, se
non erro (usando il mio stesso termine: “stralunata”).
L’ho sempre ascoltato pochissimo, quel cd. Come
fosse qualcosa che mi riportava alla mente quella
giornata, quella serata che pure sarebbe del tutto
errato dire che non avrei mai voluto vivere. Tutto
il contrario. Bisognava viverla.
Bisogna vivere ogni cosa, anche se poi in gran parte
sei costretto a fartela raccontare. Così, ad
esempio, mi hanno raccontato che Les Ondes Martenot
arrivarono trovandosi in mezzo al marasma più
completo e a un’atmosfera da tagliare col coltello,
senza capirci assolutamente niente.
Erano arrivati a cose già accadute. A me, probabilmente,
mi videro steso a terra con una tizia che mi carezzava
la testa. Mi hanno pure detto che erano quasi spaventati.
E non li ho più sentiti, no.
Presi un treno, quella notte. Visto che ho parlato
di scambio, è del tutto logico che avessi preso
un treno. Però di quel treno, magari, ne parlerò
un’altra volta. Stasera, invece, voglio continuare
con Les Ondes Martenot.
Perché sono tornato a casa e mi sono tornati
a mente; e allora ho preso il cd e me lo sono riascoltato.
In quattro anni sarà sì e no la quinta
volta che lo faccio, forse nemmeno. Mi sono chiesto
se esistessero ancora. Se suonassero ancora. Google
era lì che occhieggiava. Esistono. Esistono
eccome. Ci sono anche le facce e me li ricordo tutti,
a partire da Leonardo Palmerini che era quello che
mi aveva dato il numero di telefono e che chiamavo
sempre per dirgli di venire alla Piola del Nessie,
la Piola dedicata a un ragazzo che si era impiccato
pochi mesi prima, il 25 novembre 2001, proprio in
quel locale ed al quale avevo regalato una grammatica
polacca. Un ragazzo che era un mio amico. Michele,
si chiamava.
Esistono e suonano ancora come e quando loro pare.
Hanno un sito: http://www.lesondesmartenot.it.
Si presentano così:
“Bisognerebbe spiegare il motivo della scelta
della nostra linea musicale e lirica, un po’
antica un po’ moderna. Forse una forte influenza
è determinata dal luogo da cui proveniamo,
che aldilà delle sue particolarità contestuali,
in generale è mediterraneo. Dall’aver
vissuto l’adolescenza negli anni ottanta, con
una sensibilità ed un amor proprio particolari,
profondamente attenti alla drammaticità e all’ironia
del cinema neorealista, con tutti i suoi personaggi
contraddittori, particolari, con una sensibilità
adolescenziale. Alzarsi col sole, a sei anni e guardare
la televisione, ma poi vendemmiare, vivere, ascoltare,
trovare serio, veramente commosso Julio Iglesias,
riposarsi dopo questo tentativo di giustizia imparziale
ascoltando finalmente Conte, De Andrè, Piero
Ciampi, immedesimarsi con Mina, scellerarsi con Patty
Pravo, impelagarsi anche con altri, più difficili
da salvare, e avere la nonna che ti canta le sue canzoni,
della resistenza e dell’amore. Les Ondes Martenot
nascono nel 1999 dal rinnovato desiderio, comune a
tutti i suoi componenti, di esibirsi e confezionare
canzoni. Dopo diverse esperienze e riflessioni ad
ognuno è piaciuto sedersi con gli altri e suonare,
guidati da uno slancio entusiastico-maturo colto al
pelo dell’età consentita.
L’esigua attività live è dovuta
ai motivi personali soliti, che danno comunque modo
al gruppo, almeno di scegliere i modi e i tempi per
sentirsi a proprio agio.”
Hanno
fatto altre canzoni dopo quelle cinque, Les Ondes
Martenot. Sul sito ci sono. E’ possibile leggerne
i testi ed ascoltarle (http://www.lesondesmartenot.it/4.htm);
vi consiglio di farlo se vi va e se avete tre quarti
d’ora di tempo. Ma che domanda, poi. Il tempo
c’è sempre. Basta prenderselo. Basta
riprenderselo, per questa e ogni altra cosa. Poi,
magari, si dirà che non ne valeva la pena;
ma bisogna dirlo sempre dopo, non prima. I titoli
delle canzoni de Les Ondes Martenot valgono già
da soli una visita al sito. C’è una canzone
dedicata a Charles Bukowski che si chiama “La
sera che io e Massimo ubriachi vedemmo morire un cane”.
Ce n’è un’altra, che si chiama
“Editoriale”, che è presentata
come una “canzone di anarchia dedicata a Fabrizio
de André”, che parla di Caino e Abele
e che si apre con una frase di Alexander Langer: “Vorrei
continuare ad apprezzare gli altri e ad esserne apprezzato
senza secondi fini. Forse anche per questo converrà
tenersi lontano da ogni esercizio del potere”.
Anche Langer si è ammazzato, già.
E poi c’è anche una canzone che si chiama
“In segreto bestemmio”. Di questa vorrei
riportare il testo per intero. Per farlo mi tocca
prima salvare un’immagine .gif scritta in caratteri
minuscoli, e poi ricopiarla dopo averla ingrandita
a dismisura. Lo hanno fatto apposta, quei pazzi. Ne
sono certo. Per accedere a quel che scrivono bisogna
sudarsela, dio cane (in segreto, e a volte nemmeno
tanto in segreto, bestemmio anch’io. Quanto
ho bestemmiato quella sera là, lo sa solo iddìo.).
Fa così: In segreto bestemmio con la lingua
salata.
E poi mi asciugo la bocca con il fuoco che schiocca
nel bidone degli inferi.
Troppo difficile per te scovarmi ora in questo anelito
d’anfratti e di clausura.
Intento io son a pisciarmi l’anima.
In segreto bestemmio ahi invidia, ahi lussuria.
Spegnete la luce gendarmi degl’inferi di lato
marcisce nel vetro ogni gloria.
Dalla parte del buio mi corico incline al dolor.
M’annicchio nell’umido giaciglio d’erba
putrida baldoria di fumo e sgomento in segreto bestemmio
e bestemmio così: Segue una tonnellata di incomprensibili
bestemmie ad libitum. Magari mi sbaglio. Ma niente
mi toglie dalla testa, dopo aver letto il testo e
averla ascoltata con le sue atmosfere e le sue musicalità
da Tom Waits, di avergliela almeno in parte ispirata.
Proprio quella sera. Certo, sicuramente mi sbaglio.
Non è neppure che sia un desiderio, e magari
mi hanno semplicemente rimosso e parlano di chissà
chi e di chissà cosa.
Dimenticavo: tra i progetti che Les Ondes Martenot
stanno portando avanti ce n’è uno che
si chiama “La vita agra”.