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Deliri & Sbiellature

Ascoltando Les Ondes Martenot
di Riccardo Venturi

Tra le canzoni che non ho potuto ascoltare la sera del 30 marzo 2002, ci sono quelle de Les Ondes Martenot. Le Onde Martenot sono uno stranissimo strumento musicale simile al theremin; e Les Ondes Martenot sono il gruppo musicale più stralunato che mi sia stato dato di conoscere. Un po’ viareggini, un po’ livornesi, hanno vinto una volta un Premio Ciampi (quello vero, non quello di “Resurrezione”) per la migliore cover con una versione da brividi di “Madonnina del Duemila”. Dicevo che non ho potuto ascoltarle, le loro canzoni; eppure avevo fatto di tutto per farceli venire, budello d’eva. Telefonate, incontri totalmente ubriachi nella hall del teatro La Guardia, e-mail. Accettarono con piacere. Di tutto. C’era Max Manfredi. C’era Alessio Lega. Andrea Parodi. C’erano quasi tutti.
Soltanto che il sottoscritto aveva appena urtato contro un bivio della vita e se ne stava steso su un pavimento con dentro tutto l’alcool del mondo; aveva fatto solo in tempo a cercare di cantare “Il natale è il ventiquattro” e poi era crollato. Gli avevano azionato la leva dello scambio, che poi è quella che è approdata qui, questa sera, a quattro anni di distanza meno pochi giorni.

“A disfarsi, a farsi, a ridisfarsi” viene da una poesia. La poesia l’ho scritta io che ero un ragazzino di sedici o diciassett’anni, una poesia che ho perso definitivamente proprio la sera del 30 marzo 2002. Stava nel vecchio computer di Livorno. Il vecchio computer di Livorno è stato formattato con tutto quel che c’era dentro. Soltanto poche cose le ho potute ricuperare. Delle altre restano frammenti nella memoria, disiecta membra, lacerti di ricordi (tanto per fare il verso al “Nome della Rosa”).
E’ un po’ quello che potrebbe essere il motto di tutta la mia vita; ma della vita di chi non lo è, del resto. Onde di sovvenimenti come Onde Martenot. Non li ho mai più sentiti. Mi è rimasto un cd del tutto artigianale che mi avevano regalato. Un cd contenente cinque canzoni bizzarre e bellissime, “Abbi pazienza”, “Benedetto Noè che fe’ la vigna”, la cover di Madonnina del Duemila, e poi la fantasmagorica “Abbulibirbi umani”, di cui ebbe a parlare anche Giorgio Maimone su “Bielle”, se non erro (usando il mio stesso termine: “stralunata”). L’ho sempre ascoltato pochissimo, quel cd. Come fosse qualcosa che mi riportava alla mente quella giornata, quella serata che pure sarebbe del tutto errato dire che non avrei mai voluto vivere. Tutto il contrario. Bisognava viverla.
Bisogna vivere ogni cosa, anche se poi in gran parte sei costretto a fartela raccontare. Così, ad esempio, mi hanno raccontato che Les Ondes Martenot arrivarono trovandosi in mezzo al marasma più completo e a un’atmosfera da tagliare col coltello, senza capirci assolutamente niente.
Erano arrivati a cose già accadute. A me, probabilmente, mi videro steso a terra con una tizia che mi carezzava la testa. Mi hanno pure detto che erano quasi spaventati. E non li ho più sentiti, no.

Presi un treno, quella notte. Visto che ho parlato di scambio, è del tutto logico che avessi preso un treno. Però di quel treno, magari, ne parlerò un’altra volta. Stasera, invece, voglio continuare con Les Ondes Martenot.
Perché sono tornato a casa e mi sono tornati a mente; e allora ho preso il cd e me lo sono riascoltato. In quattro anni sarà sì e no la quinta volta che lo faccio, forse nemmeno. Mi sono chiesto se esistessero ancora. Se suonassero ancora. Google era lì che occhieggiava. Esistono. Esistono eccome. Ci sono anche le facce e me li ricordo tutti, a partire da Leonardo Palmerini che era quello che mi aveva dato il numero di telefono e che chiamavo sempre per dirgli di venire alla Piola del Nessie, la Piola dedicata a un ragazzo che si era impiccato pochi mesi prima, il 25 novembre 2001, proprio in quel locale ed al quale avevo regalato una grammatica polacca. Un ragazzo che era un mio amico. Michele, si chiamava.

Esistono e suonano ancora come e quando loro pare. Hanno un sito: http://www.lesondesmartenot.it. Si presentano così:
“Bisognerebbe spiegare il motivo della scelta della nostra linea musicale e lirica, un po’ antica un po’ moderna. Forse una forte influenza è determinata dal luogo da cui proveniamo, che aldilà delle sue particolarità contestuali, in generale è mediterraneo. Dall’aver vissuto l’adolescenza negli anni ottanta, con una sensibilità ed un amor proprio particolari, profondamente attenti alla drammaticità e all’ironia del cinema neorealista, con tutti i suoi personaggi contraddittori, particolari, con una sensibilità adolescenziale. Alzarsi col sole, a sei anni e guardare la televisione, ma poi vendemmiare, vivere, ascoltare, trovare serio, veramente commosso Julio Iglesias, riposarsi dopo questo tentativo di giustizia imparziale ascoltando finalmente Conte, De Andrè, Piero Ciampi, immedesimarsi con Mina, scellerarsi con Patty Pravo, impelagarsi anche con altri, più difficili da salvare, e avere la nonna che ti canta le sue canzoni, della resistenza e dell’amore. Les Ondes Martenot nascono nel 1999 dal rinnovato desiderio, comune a tutti i suoi componenti, di esibirsi e confezionare canzoni. Dopo diverse esperienze e riflessioni ad ognuno è piaciuto sedersi con gli altri e suonare, guidati da uno slancio entusiastico-maturo colto al pelo dell’età consentita.
L’esigua attività live è dovuta ai motivi personali soliti, che danno comunque modo al gruppo, almeno di scegliere i modi e i tempi per sentirsi a proprio agio.”

Hanno fatto altre canzoni dopo quelle cinque, Les Ondes Martenot. Sul sito ci sono. E’ possibile leggerne i testi ed ascoltarle (http://www.lesondesmartenot.it/4.htm); vi consiglio di farlo se vi va e se avete tre quarti d’ora di tempo. Ma che domanda, poi. Il tempo c’è sempre. Basta prenderselo. Basta riprenderselo, per questa e ogni altra cosa. Poi, magari, si dirà che non ne valeva la pena; ma bisogna dirlo sempre dopo, non prima. I titoli delle canzoni de Les Ondes Martenot valgono già da soli una visita al sito. C’è una canzone dedicata a Charles Bukowski che si chiama “La sera che io e Massimo ubriachi vedemmo morire un cane”. Ce n’è un’altra, che si chiama “Editoriale”, che è presentata come una “canzone di anarchia dedicata a Fabrizio de André”, che parla di Caino e Abele e che si apre con una frase di Alexander Langer: “Vorrei continuare ad apprezzare gli altri e ad esserne apprezzato senza secondi fini. Forse anche per questo converrà tenersi lontano da ogni esercizio del potere”. Anche Langer si è ammazzato, già.

E poi c’è anche una canzone che si chiama “In segreto bestemmio”. Di questa vorrei riportare il testo per intero. Per farlo mi tocca prima salvare un’immagine .gif scritta in caratteri minuscoli, e poi ricopiarla dopo averla ingrandita a dismisura. Lo hanno fatto apposta, quei pazzi. Ne sono certo. Per accedere a quel che scrivono bisogna sudarsela, dio cane (in segreto, e a volte nemmeno tanto in segreto, bestemmio anch’io. Quanto ho bestemmiato quella sera là, lo sa solo iddìo.). Fa così: In segreto bestemmio con la lingua salata.
E poi mi asciugo la bocca con il fuoco che schiocca nel bidone degli inferi.
Troppo difficile per te scovarmi ora in questo anelito d’anfratti e di clausura.
Intento io son a pisciarmi l’anima.
In segreto bestemmio ahi invidia, ahi lussuria.
Spegnete la luce gendarmi degl’inferi di lato marcisce nel vetro ogni gloria.
Dalla parte del buio mi corico incline al dolor.
M’annicchio nell’umido giaciglio d’erba putrida baldoria di fumo e sgomento in segreto bestemmio e bestemmio così: Segue una tonnellata di incomprensibili bestemmie ad libitum. Magari mi sbaglio. Ma niente mi toglie dalla testa, dopo aver letto il testo e averla ascoltata con le sue atmosfere e le sue musicalità da Tom Waits, di avergliela almeno in parte ispirata. Proprio quella sera. Certo, sicuramente mi sbaglio. Non è neppure che sia un desiderio, e magari mi hanno semplicemente rimosso e parlano di chissà chi e di chissà cosa.
Dimenticavo: tra i progetti che Les Ondes Martenot stanno portando avanti ce n’è uno che si chiama “La vita agra”.

30-03-2006
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