Sono
le quattro del mattino.
Interno, roof dell'Ariston,
Sanremo. Stefano Bollani
è al pianoforte,
Ellade Bandini è
alla batteria, Petra Magoni
e Lucilla Galeazzi al
microfono. In piedi, tra
i tavoli del ristorante
del tradizionale dopofestival,
non mi sento affatto a
bordo di una nave in bonaccia,
o meglio, di una rassegna
sul viale del tramonto,
come pare (concediamo
il beneficio del dubbio
perché i giornalisti
spesso travisano....)
abbia detto, nei giorni
scorsi, Massimo Bubola
riferendosi al Tenco.
L'euforia che respiro
attorno a me è
quella di chi ha la consapevolezza
di aver portato a casa
una bella vittoria. La
vittoria numero 31, forse
una delle più delicate
nella storia del Club
e della rassegna.
Tre rose
Tre serate e tre esibizioni
che già da sole
avrebbero valso la pena
di imboccare l'autostrada
dei Fiori. Samuele
Bersani giovedì,
Caparezza
venerdì, Vinicio
Capossela sabato.
Come a dire: talento,
intelligenza, spettacolo,
qualità musicale.
Samuele si conferma un
cantautore con la c maiuscola,
uno che ormai non ha più
bisogno di scrollarsi
da dosso l'etichetta del
ragazzo promettente. E'
già nella fase
in cui mantiene. Caparezza
è un ciclone di
energia, capace di unire
impegno e giocosità,
di essere dissacrante
senza cadere nel predicatorio.
E capace di non lasciare
dubbi sul fatto che anche
il suo rap è canzone
d'autore (alla faccia
di chi la considera barbosa
e sempre uguale). Capossela,
in stato di grazia, che
la sorte la mantenga ancora
a lungo, istrione meravigliosamente
sopra le righe.
Ora: non ditemi che non
basterebbe questo trio
per scrollare le spalle
di fronte a evocati viali
del tramonto. Ma perché
accontentarsi?
Sperimentiamo,
gente
Aleggiava, nei comunicati
del club, nelle conferenze
stampa, nelle presentazioni
di Antonio Silva, una
sorta di excusatio non
petita a volte esplicita,
a volte implicita. "Signori,
abbiamo rischiato. Abbiamo
chiamato un sacco di sconosciuti,
forse avremo molti posti
vuoti, forse molti dei
nostri tradizionali ascoltatori
non capiranno....".
Punto primo: posti vuoti
se ne sono visti pochi.
Tanto per dire che il
coraggio a volte premia.
E che cavolo. Il pubblico:
avrà apprezzato
a volte più a volte
meno. Ma ha avuto la possibilità,
volendo, anche, di criticare.
Cosa che se si fosse scelto
di seguire strade più
facili, non sarebbe potuta
accadere. Giusto? Fatto
sta che sul palco dell'Ariston
si sono voluti invitare
artisti o gruppi che innovano
la tradizione cantautoriale.
Sperimentando nuove strade.
E' il filo che lega Morgan,
Bugo,
Patrizia Laquidara,
Quintorigo,
Lomé,
Maler,
Maurizio Ponziani,
Simone Cristicchi,
Petra Magoni &
Ferruccio Spinetti.
Sperimentano. Gli esiti?
Buoni, ottimi, disastrosi.
Ci inoltriamo nello scivoloso
territorio dei gusti...
Quel che è certo
è che in tutti
i casi (o quasi) il lavoro
di ricerca c'è,
il pallino di stare sulla
scena con ricette innovative
anche. Dicevo dei gusti:
io terrei molto d'occhio
Maler, per esempio. Che
ha voce e stoffa per crescere
(con o senza Fiorello,
che, trasmettendo una
sua canzone in radio,
gli ha aperto le porte
alla pubblicazione di
un cd, potenza dello star
system...). Non scommetterei
su Maurizio Ponziani (pronto
a ricredermi). Non inserirei
Bugo nella categoria canzone
d'autore (perché
a mio personalissimo parere
c'è differenza
tra testi demenziali e
testi dementi...). Mi
sono lasciato stupire
da Cristicchi, che ha
stoffa da teatrante, con
monologhi sulla realtà
dei manicomi alternate
alle sue "matte"
canzoni. Ecco cosa volevo
dire: se abbiamo potuto
scrivere, nelle nostre
cronache, di Maler, Bugo,
Lomé ecc. è
merito del Tenco numero
31.
Ancorati
alle radici
Oh, poi, intendiamoci,
il Tenco deve essere sempre
il Tenco. E quindi ci
è voluto l'omaggio
a Bruno Lauzi.
Sono pronto a scommettere
sull'uscita del disco
con le interpretazioni
degli artisti che si sono
alternati sul palco. Ho
sentito cose strepitose
(in alcuni casi i punti
più alti delle
esibizioni). E ci è
voluto Gino Paoli,
che con malinconica ironia
ha canticchiato (dopo
quattro brani di Lauzi)
"son rimasto
qui da solo al bar, gli
altri sono tutti andati
via..." Ci è
voluta Lucilla
Galeazzi, a ricordarci
che la tradizione popolare
è un serbatoio
inesauribile di bellezza
(e anche di ispirazione,
visto che Lucilla è
diventata anche autrice
in proprio traendo linfa
da quel serbatoio). Ci
sono voluti le immancabili
vette che sempre il Tenco
raggiunge con gli ospiti
internazionali (Noa
e Willy de Ville).
C'è voluto il contorno
goliardico dei dopofestival,
dell'infermeria e quello
culturale degli eventi,
incontri, presentazioni
di libri. Tutti sempre
affollati e partecipati.
Se questo è il
viale del tramonto dev'essere
un viale molto molto lungo.
Alberato di talento e
lastricato di intelligenza.
Un viale del tramonto
che quasi sembra un'alba...
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