Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.
















Deliri & Sbiellature

Come il volo di un piccione:
Sanremo arriva alla frutta (o al Dolce?)

di Giorgio Maimone

La mia sfera di cristallo si è offuscata e assomiglia stranamente alla sfera di pelle di porco dentro la quale Gianni Mura a inizio campionato di calcio strologa sull’esito del campionato stesso. Su 8 finalisti ne ho azzeccati quattro: tre erano scontati e uno era molto probabile, Non ho considerato che in periodo di influenza aviaria incombente, una canzone sui piccioni potesse essere interpretata come un atto di rottura dirompente. E ben mi sta. Così come non ho pensato che le canzoni raffinate al Festival hanno sempre vita corta: per cui fuori Ron, una delle due belle canzoni rimaste, fuori Nicky Nicolai a cui non è bastato il pianismo liquido di Giovanni Allevi e gli svolazzi jazz del marito Di Battista al sax, fuori L’Aura che sarà giovane ma è molto molto più brava di Dolcenera. Vanno in finale Povia e Zarrillo per gli uomini, i Nomadi e Zero assoluto per i gruppi, Dolcenera e Anna Tatangelo per le donne e Riccardo Maffoni e Simone Cristicchi per i giovani.

Ora, se Sanremo avesse una logica dovrebbe vincere Cristicchi, l’unico dotato di personalità e bella canzone contemporaneamente. Sul versante opposto, diametralmente opposto, sta Anna Tatangelo: niente personalità e brutta canzone. La si ricorderà per la frangetta. Ma a Sanremo, tanto per intenderci il posto dove bocciarono “Il ragazzo della via Gluck”, la logica non è mai stata di casa e così, trascurando i comprimari come Riccardo Maffoni, Zarrillo, la Tatangelo, gli Zero Assoluto (ma la loro canzone vale un po’ di più: diciamo un “1 assoluto”!) per la vittoria finale non restano che in tre: o Dolcenera, la superfavorita, o quel piccione di Povia o i Nomadi. La mia palla di porco personale mi dice Povia: quindi se avete qualcosa da spendere in scommesse puntate sugli altri due. Ma, salvo sorprese da parte di Cristicchi (per cui sprecherò l’sms di televoto) il podio a quei tre non dovrebbe scappare. Abbiamo anticipato il pronostico per la serata finale (e i quattro vincitori delle quattro sezioni) e non possiamo fare a meno di pensare che a Noa e Carlo Fava “debba” andare il premio della critica, che sennò non si capisce cosa ci stia a fare.

Adesso facciamo un passo indietro per guardare la serata di venerdì che, tutto sommato, sotto il punto di vista della musica ha offerto qualche spunto di interesse in più delle altre: il regolamento prevedeva che ieri sera gli artisti proponessero la propria canzone in una versione liberamente rivisitata (per una durata massima di tre minuti e mezzo), affiancati da artisti ospiti italiani e/o stranieri, che non potranno essere artisti in competizione in altre categorie o già previsti tra gli ospiti al Festival.. Così è andata: qualcuno se n’è giovato, qualcun altro meno, ma forse nessuno è stato penalizzato. Iniziano Michele Zarrillo con Tiziano Ferro: la distanza vocale tra i due è siderale e le voci non si amalgamano al meglio, ma il pezzo ne esce con una maggiore intensità rispetto alle serate precedenti. Seguono Povia e Francesco Baccini; l’ospite resta inizialmente tranquillo, poi entra nella seconda strofa ed effettivamente il duetto funziona, il brano vola più in alto di quanto riesca a fare il piccione in questione. Ragazzi, questa è una canzoncina da festival fatta con tutti i crismi! E Povia ne è anche l’autore. Un ritornello che resta dentro come inciso con la lametta, che non te lo scolli nemmeno dopo una doccia bollente: anzi, sotto la doccia continuerai a cantarla. Canzonetta vieta e frustra quanto volete, ma memorizzabile al volo. Mi piacerebbe sapere quanti sono in grado di andare in giro a cantare il brano di Dolcenera o dei Nomadi. Peccato per Povia che Baccini non ci sarà in finale.

In finale non andrà neanche Ron, nonostante la sua battaglia a favore della ricerca sulla sclerosi laterale amiotrofica e nonostante le tre-donne-tre che intervengono a dargli una mano sul palco: fissa dalla prima serata la bellissima e bravissima arpista Cecilia Chailly, quindi Tosca, con cui ha vinto un Festival di Sanremo qualche anno fa, e infine Loredana Berté, sempre più simile alla strega cattiva e a Biancaneve contemporaneamente. Quando c’è la Berté lo scandalo è in agguato: questa volta sono due. Un bacio in bocca a Ron a fine canzone e il coraggio di nominare sul palco dell’Ariston sua sorella Mia Martini (a cui è dedicato ora il premio della critica). Alex Britti è coraggioso: chiama a raccolta la sua vecchia banda la Alex Britti Blues Band, il cui bassista era Max Gazzé e, nonostante un disastroso blackout della sua pedaliera (e quindi privato del benché minimo effetto) va tranquillamente in diretta senza e fornisce una bella versione della sua piacevole canzone, purtroppo affogata nel marasma degli archi dell’orchestra.

Due note sull’orchestra si impongono: visto che c’è la si fa suonare sempre. Quasi fosse un obbligo sindacale. E così le canzoni finiscono affogate in una marmellata di archi e tendono ad assomigliarsi tutte. Non solo, ma per peggiorare la situazione non si sono mai visti tanti violini aggiunti sul palco come nella serata di venerdì. Applauso a Britti autore di una magnifica prestazione chitarristica … e quindi subito appiedato dalle giurie! Subito dopo un altro punto alto della serata: Roberto Vecchioni canta coi Nomadi. E’ l’unico motivo d’interesse di una canzone senza spina dorsale (oltre al fatto che il cantante dei Nomadi non è vestito da Bonzo). La personalità di Vecchioni emerge con tutto il suo carisma. Le parole diventano immediatamente più credibili se a pronunciarle è “il professore”. Peccato che alla fine Panariello non colga la richiesta di Vecchioni di far risentire “L’uomo che si gioca il cielo a dadi”, la canzone della sua unica presenza sanremese. Pippo Baudo non se la sarebbe persa. Gli Zero Assoluto cantano con Nicolò Fabi che non aggiunge né toglie nulla. Ridicola invece la presenza di Flavio Oreglio con gli SugarFree che si limita a raccontare la canzone che verrà cantata. Mah? Fa ridere, ma ha senso?

Non fanno nemmeno ridere Alberto Radius e Ricky Portera, due vecchie glorie del chitarrismo italiano che si dannano come matti per dare un senso alla canzone della Tatangelo, affannandosi su due chitarre acustiche a cui cercando di dare timbri battistiani, ma non c’è nulla da fare: la melodia si ribella e li sgroppa e l’orchestra, implacabile, li annega di archi. Nicki Nicolai è con Giovanni Allevi, pianista emergente e molto quotato, e il marito al sax, ma riesce persino a stonare. Fuori. Fa peggio Simona Bencini che, affiancata a Sarah Jane Morris affonda e lascia cantare praticamente tutta la canzone all’ospite, limitandosi a fare la corista. Fuori.

Resta Dolcenera che sceglie … di non aver bisogno di ospiti e si porta sul palco solo Maurizio Solieri che, in passato ha suonato con Vasco Rossi. Assolutamente ininfluente e con meno esito sulla serata del persistente rimmellone nero con cui la cantante si assicura la lacrima perenne sul viso. Lei canta forte e con personalità: la canzone è indegna! Quindi adatta per vincere a Sanremo.

Taciamo dei giovani che, in effetti, non meritano commenti visto che attorno all’una non se li è filati nessuno. Riccardo Maffoni passa per stanchezza, ma non è destinato a farsi ricordare e Simone Cristicchi, lo sappiamo tutti, perfino gli organizzatori, è tra i giovani per sbaglio. E però è proprio bravo. Tra qualche ora l’ardua sentenza: avrà visto giusto la mia palla di pelle di porco e quasi mezzo secolo dopo “Volare” toccherà ad un piccione alzarsi nel cielo di Sanremo?

Torna alla pagina di Sanremo

04-03-2006
HOME