La
mia sfera di cristallo si è offuscata e assomiglia
stranamente alla sfera di pelle di porco dentro la
quale Gianni Mura a inizio campionato di calcio strologa
sull’esito del campionato stesso. Su 8 finalisti ne
ho azzeccati quattro: tre erano scontati e uno era
molto probabile, Non ho considerato che in periodo
di influenza aviaria incombente, una canzone sui piccioni
potesse essere interpretata come un atto di rottura
dirompente. E ben mi sta. Così come non ho pensato
che le canzoni raffinate al Festival hanno sempre
vita corta: per cui fuori Ron, una delle due belle
canzoni rimaste, fuori Nicky Nicolai a cui non è bastato
il pianismo liquido di Giovanni Allevi e gli svolazzi
jazz del marito Di Battista al sax, fuori L’Aura che
sarà giovane ma è molto molto più brava di Dolcenera.
Vanno in finale Povia e Zarrillo per gli uomini, i
Nomadi e Zero assoluto per i gruppi, Dolcenera e Anna
Tatangelo per le donne e Riccardo Maffoni e Simone
Cristicchi per i giovani.
Ora, se Sanremo avesse una logica dovrebbe vincere
Cristicchi, l’unico dotato di personalità
e bella canzone contemporaneamente. Sul versante opposto,
diametralmente opposto, sta Anna Tatangelo:
niente personalità e brutta canzone. La si ricorderà
per la frangetta. Ma a Sanremo, tanto per intenderci
il posto dove bocciarono “Il ragazzo della
via Gluck”, la logica non è mai stata
di casa e così, trascurando i comprimari come
Riccardo Maffoni, Zarrillo, la Tatangelo,
gli Zero Assoluto (ma la loro canzone
vale un po’ di più: diciamo un “1 assoluto”!) per
la vittoria finale non restano che in tre: o Dolcenera,
la superfavorita, o quel piccione di Povia
o i Nomadi. La mia palla di porco
personale mi dice Povia: quindi se avete qualcosa
da spendere in scommesse puntate sugli altri due.
Ma, salvo sorprese da parte di Cristicchi (per cui
sprecherò l’sms di televoto) il podio a quei tre non
dovrebbe scappare. Abbiamo anticipato il pronostico
per la serata finale (e i quattro vincitori delle
quattro sezioni) e non possiamo fare a meno di pensare
che a Noa e Carlo Fava “debba” andare
il premio della critica, che sennò non si capisce
cosa ci stia a fare.
Adesso facciamo un passo indietro per guardare la
serata di venerdì che, tutto sommato, sotto il punto
di vista della musica ha offerto qualche spunto di
interesse in più delle altre: il regolamento prevedeva
che ieri sera gli artisti proponessero la propria
canzone in una versione liberamente rivisitata (per
una durata massima di tre minuti e mezzo), affiancati
da artisti ospiti italiani e/o stranieri, che non
potranno essere artisti in competizione in altre categorie
o già previsti tra gli ospiti al Festival.. Così è
andata: qualcuno se n’è giovato, qualcun altro meno,
ma forse nessuno è stato penalizzato. Iniziano Michele
Zarrillo con Tiziano Ferro: la distanza
vocale tra i due è siderale e le voci non si amalgamano
al meglio, ma il pezzo ne esce con una maggiore intensità
rispetto alle serate precedenti. Seguono Povia e Francesco
Baccini; l’ospite resta inizialmente tranquillo,
poi entra nella seconda strofa ed effettivamente il
duetto funziona, il brano vola più in alto di quanto
riesca a fare il piccione in questione. Ragazzi, questa
è una canzoncina da festival fatta con tutti i crismi!
E Povia ne è anche l’autore. Un ritornello che resta
dentro come inciso con la lametta, che non te lo scolli
nemmeno dopo una doccia bollente: anzi, sotto la doccia
continuerai a cantarla. Canzonetta vieta e frustra
quanto volete, ma memorizzabile al volo. Mi piacerebbe
sapere quanti sono in grado di andare in giro a cantare
il brano di Dolcenera o dei Nomadi.
Peccato per Povia che Baccini non ci sarà in finale.
In finale non andrà neanche Ron,
nonostante la sua battaglia a favore della ricerca
sulla sclerosi laterale amiotrofica e nonostante le
tre-donne-tre che intervengono a dargli una mano sul
palco: fissa dalla prima serata la bellissima e bravissima
arpista Cecilia Chailly, quindi Tosca,
con cui ha vinto un Festival di Sanremo qualche anno
fa, e infine Loredana Berté, sempre
più simile alla strega cattiva e a Biancaneve contemporaneamente.
Quando c’è la Berté lo scandalo è in agguato: questa
volta sono due. Un bacio in bocca a Ron a fine canzone
e il coraggio di nominare sul palco dell’Ariston sua
sorella Mia Martini (a cui è dedicato
ora il premio della critica). Alex Britti è coraggioso:
chiama a raccolta la sua vecchia banda la Alex
Britti Blues Band, il cui bassista era Max
Gazzé e, nonostante un disastroso blackout
della sua pedaliera (e quindi privato del benché minimo
effetto) va tranquillamente in diretta senza e fornisce
una bella versione della sua piacevole canzone, purtroppo
affogata nel marasma degli archi dell’orchestra.
Due note sull’orchestra si impongono: visto che c’è
la si fa suonare sempre. Quasi fosse un obbligo sindacale.
E così le canzoni finiscono affogate in una marmellata
di archi e tendono ad assomigliarsi tutte. Non solo,
ma per peggiorare la situazione non si sono mai visti
tanti violini aggiunti sul palco come nella serata
di venerdì. Applauso a Britti autore di una magnifica
prestazione chitarristica … e quindi subito appiedato
dalle giurie! Subito dopo un altro punto alto della
serata: Roberto Vecchioni canta coi
Nomadi. E’ l’unico motivo d’interesse di una canzone
senza spina dorsale (oltre al fatto che il cantante
dei Nomadi non è vestito da Bonzo). La personalità
di Vecchioni emerge con tutto il suo carisma. Le parole
diventano immediatamente più credibili se a pronunciarle
è “il professore”. Peccato che alla fine Panariello
non colga la richiesta di Vecchioni di far risentire
“L’uomo che si gioca il cielo a dadi”,
la canzone della sua unica presenza sanremese. Pippo
Baudo non se la sarebbe persa. Gli Zero Assoluto
cantano con Nicolò Fabi che non aggiunge
né toglie nulla. Ridicola invece la presenza di
Flavio Oreglio con gli SugarFree
che si limita a raccontare la canzone che verrà cantata.
Mah? Fa ridere, ma ha senso?
Non fanno nemmeno ridere Alberto Radius e
Ricky Portera, due vecchie glorie del chitarrismo
italiano che si dannano come matti per dare un senso
alla canzone della Tatangelo, affannandosi su due
chitarre acustiche a cui cercando di dare timbri battistiani,
ma non c’è nulla da fare: la melodia si ribella e
li sgroppa e l’orchestra, implacabile, li annega di
archi. Nicki Nicolai è con Giovanni
Allevi, pianista emergente e molto quotato,
e il marito al sax, ma riesce persino a stonare. Fuori.
Fa peggio Simona Bencini che, affiancata
a Sarah Jane Morris affonda e lascia
cantare praticamente tutta la canzone all’ospite,
limitandosi a fare la corista. Fuori.
Resta Dolcenera che sceglie … di non aver bisogno
di ospiti e si porta sul palco solo Maurizio
Solieri che, in passato ha suonato con Vasco
Rossi. Assolutamente ininfluente e con meno
esito sulla serata del persistente rimmellone nero
con cui la cantante si assicura la lacrima perenne
sul viso. Lei canta forte e con personalità: la canzone
è indegna! Quindi adatta per vincere a Sanremo.
Taciamo dei giovani che, in effetti, non meritano
commenti visto che attorno all’una non se li è filati
nessuno. Riccardo Maffoni passa per stanchezza, ma
non è destinato a farsi ricordare e Simone
Cristicchi, lo sappiamo tutti, perfino gli
organizzatori, è tra i giovani per sbaglio. E però
è proprio bravo. Tra qualche ora l’ardua sentenza:
avrà visto giusto la mia palla di pelle di porco e
quasi mezzo secolo dopo “Volare” toccherà
ad un piccione alzarsi nel cielo di Sanremo?
Torna
alla pagina di Sanremo