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Deliri & Sbiellature

Il Festival di Sanremo secondo Marco Ongaro
di Marco Ongaro

Non ho visto Sanremo: per scelta, da diverso tempo, non ho la tv.
Ma una notte, prima di coricarmi in una casa dove c'è la televisione, (una casa non mia) ho avuto la fortuna d'imbattermi nell’esibizione dei "giovani".

Sapevo che c'era un amico tra loro.
Uno che da ragazzino (ragazzino lui) mi ero ritrovato davanti proprio alla Fontana di Avesa, qui a Verona, in occasione di un concerto che avevo organizzato per Max Manfredi, credo nel 2001.
Riccardo Maffoni (questo è il nome del ragazzo) era venuto da Orzinuovi insieme al figlio dell'amico Mario Mantovani, Enrico, chitarrista che ora suona con professionisti importanti. Enrico Mantovani mi presenta questo ragazzo non molto alto che mi consegna un suo cd di provini.
Insomma, 'sto ragazzo mi dà il cd e su a casa mia (a quel tempo abitavo in montagna, abbastanza isolato ma spesso visitato da amici) si comincia ad ascoltarlo.
Chi lo trova divertente, proprio nel senso buffo del termine, e chi invece lo liquida con superiorità, in quanto clone di questo o quell'artista straniero.
Mi ribello quando qualcuno lo paragona a Ligabue (il cantante, non il pittore).
Mi ribello poiché come spesso capita si dimenticano gli archetipi a favore dei loro epigoni. C'è dello Springsteen, la qual cosa non me lo fa molto amare, ma c'è soprattutto Dylan, e questo fa scaturire in me e in Beppe Montresor una grande passione, sempre divertita, per il ragazzo in questione.
La cosa che di lui mi colpisce è la pronuncia delle parole.
Il ragazzo di Orzinuovi aveva elaborato una assimilazione del linguaggio folk americano tale da piegare la lingua italiana conferendole quegli stessi suoni con una naturalezza a mio parere miracolosa.
Non tutti quelli che passano a casa sono d'accordo, ma questo non ottiene certo di farmi cambiare idea.
Lo vedo un giorno perdere da Baudo un'eliminatoria per Sanremo dove invece è passata la Laquidara.
Baudo stesso usa parole straordinarie per il ragazzo, che rimane comunque eliminato.
Passano gli anni e ci troviamo a dividere lo stesso palco a L'Isola in collina, il ragazzo per primo, poi io con la Scorta e infine gli Stadio.
Mi piace anche in quell'occasione.
Suona una Fender Stratocaster, è passato al Dylan elettrico e non tradisce minimamente il talento ammirato fin dall'inizio, quello di masticare le parole italiane come se non lo fossero.
Le fa aderire a questa cazzo di musica americana su cui l'italiano ci sta così male, costringendoti alle tronche che sono scarse, porca vacca, scarseggiano da morire e dopo i più, i tu, i te, me, se, perché, poiché, “conciosiaccosacché” pietà, chissà, libertà, povertà, sei finito e non ti resta più niente da troncare, scusate lo sfogo!
Lui invece anche se canta te e me, anche se usa le piane e le sdrucciole su ballate d'oltreoceano non dà affatto l'idea che si tratti di una lingua inadatta alla musica che canta. Ecco, quella sera a Ricaldone mi ha confermato che ciò che mi piace di lui è questo: questo è il suo genio, secondo me.
Enrico, il figlio dell’amico Mario Mantovani mi ha fatto ascoltare una cover fatta da Maffoni, un brano che probilmente entrerà in un suo disco futuro.
Si tratta di "A me mi piace vivere alla grande" di Fanigliulo.
Ricky la interpreta in modo sublime.
L'ha completamente americanizzata, nel senso migliore del termine, semplificata, resa essenziale, folk. "E tu mi vieni a dire che ancora vuoi morire per amore" vibra del metallo della sua voce e risulta lancinante.
Quando l’ho visto a Sanremo l'altra sera, prima di coricarmi in questa “casa ospitale con tv”, mi son reso conto che ancora una volta la sua forza non è nella canzone che canta. Una canzone sua, semplice, senza snobismo intellettuale né disastrosi tentativi di apparire intelligente ad ogni costo, senza la superbia di voler significare "sono qui per caso, ma sono senz'altro superiore a questa rassegna".
Una canzone che dice, per quel che ne ricordo, che vuole andarsene fuori da qui, fuori dal mondo, semplice come le ballate a cui si rifa.
Niente che mi faccia sobbalzare sulla sedia.
Ma un moto d'affetto per questo ragazzo che insiste a piegare la lingua verso una deriva evidentemente tanto amata da permettergli di forgiare le parole apprese dalla madre trasformandole in qualcosa di diverso, di esclusivo, di dedicato unicamente alle canzoni (lo ascolto dire due parole e l'accento bresciano emerge prepotente, sì, il suo trattamento speciale è destinato unicamente alle canzoni).
E' vero, provo affetto per Ricky Maffoni e per la tenacia con cui insiste. Ci vuole talento per essere tanto tenaci.
Sono contento che abbia vinto tra i giovani.
Non me ne frega niente della canzone che cantava lui o che cantavano gli altri.
Non sono qui a parlare di bei testi o belle musiche.
Parlo di un percorso umano, di uno che secondo me un talento speciale ce l'ha, e ce l'ha proprio sul canto.
Bravo Ricky.

(Pensieri raccolti da Elisabetta Di Dio Russo)

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07-03-2006
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