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Deliri & Sbiellature

Il Festival di Sanremo visto dalla piazza
di Max Manfredi

Il Festiva di Sanremo è il trionfo dell'entropia: un enorme "indotto" col pretesto della gara canora. Pretesto oggi particolarmente assurdo: chi mai, e con che diritto, può scegliere canzoni e personaggi più rappresentativi di altri nell'ambito della musica leggera? Tralasciamo l'assenza (fisica, se non come autori) degli artisti ritenuti più importanti in quel settore particolarmente significativo, nella musica leggera, che viene chiamata "canzone d'autore".

Personalmente ho avuto l'impressione di una grande "chermessa", organizzata in modo un po' casuale. Da un lato è bello che, a fianco del certame canoro, fulcro del periodo, si sviluppino iniziative musicali diverse. Dall'altro bisognerebbe cercare meglio i referenti, ammesso che a Sanremo (città viziata, provinciale e culturalmente arretrata proprio nel suo humus) si trovino. Che si trovi, ad esempio, un posto adatto ad ospitare concerti "mirati" di canzone d'autore. D'altronde proprio la leggendaria patria e nave-scuola di cantautori, Genova, è scandalosamente priva di spazi in cui proporre concerti di questo tipo: spazi che cioè siano ospitali, adatti e... paganti. Molto più facile trovarli a Torino, Roma, Milano, o magari in cittadine come Asti o Pavia.

Il palco sulla piazza ha ospitato diversi performer. Il 4 marzo, quando ho cantato io, il tema obbligato era la Liguria e i suoi cantautori. Però c'era un po' di tutto, modelle che sfilavano, cantanti che eseguivano "cover"... e il pubblico variava a seconda degli orari, con picco intorno alle 20 (naturalmente dipendeva in parte anche dagli artisti presenti sul palco della piazza).

Davanti all'Ariston c'erano schiere di persone, ma infine il caos era minore di quanto ci si poteva aspettare. L'impressione, curiosa, era che la cittadina se ne fregasse alquanto del suo festival, come se avvenisse tutto all'interno della scatola televisiva, prima ancora che nel contenitore teatrale; come se anche i risultati, chi vinceva, chi perdeva, non rivestissero grande importanza. Sì, qualche applauso in più veniva tributato alla taggiasca (credo) Monia Russo, una giovanissima gloria locale che cantava anche in piazza. Ma alla fine il pubblico della piazza si divertiva di più ai ritmi marcati, trascinanti, e alle gag balneari dei Buio Pesto.

Per contro risultava difficile trovare un locale adatto ad ospitare un piccolo concerto di canzone d'autore (come il mio, o come gli altri organizzati dall'”Isola che non c'era”, rivista che si occupa di cantautori, come si dice oggi, a trecentosessanta gradi). Ad esempio, ieri io ho suonato in un bar piccolino, "inventato" per l'occasione, sostituendone un altro che non aveva gradito i concerti precedenti, e fortunatamente alcuni amici erano venuti apposta, altri li ho conquistati con le canzoni, altri - va detto - erano lì per bere e far due discorsi, NON per i concerti (ed io ed il mio contrabbassista abbiamo cominciato a suonare dopo un gruppo locale). Fra l'altro non c’era una tastiera, dentro il bar; e il pianista (Marco Spiccio) mordeva il freno ed il microfono, improvvisando vocalizzi e mimando le parti di strumenti che mancavano!

Tant'è, questa è la situazione. Personalmente lo ammetto, preferisco ambiti diversi, dove il pubblico è meno casuale, è costituito da appassionati, e anche l'accoglienza dell'artista è meno caotica e più precisa, dalla cena alla fonica. Un esempio: il mio penultimo concerto, a Udine. Ma anche certe serate estive indimenticabili, nel Salento.

Tornando al festival, ribadisco la mia impressione: le canzoni sono un pretesto. Attorno a loro si disegna un enorme indotto, che parte dagli sponsor ed arriva agli ospiti ed ai presentatori. Come succede in molte manifestazioni, Sanremo non è la causa efficiente, ma l'indice di un successo più o meno prevedibile.
Così come un termometro serve a misurare la febbre, non a fartela passare. Mi spiego?

Se sono al festival di Sanremo e se mi si dà un premio, anche di consolazione, è segno che esisto, che devo esistere, che sono programmato per esistere sul piano pubblico. Quanto poi questo mi faccia vendere dischi o mi faciliti nel trovare concerti, questo bisognerebbe chiederlo agli "addetti ai lavori". Ammesso che rispondano il vero.

Ma il profano, come etimologia vuole, rimane fuori dal tempio, dalla scatola, insomma; e chi è dentro la scatola sembra vivere una vita autonoma, dislocata, un po' come i nobili dell'aristocrazia francese si dedicavano alle loro feste, ai loro salamelecchi, ai loro vizi ed abitudini, ai loro frivoli rituali, prima di venire decapitati dalla tempesta rivoluzionaria.
(Pensieri raccolti da Elisabetta Di Dio Russo)

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05-03-2006
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