Il
Festiva di Sanremo è il trionfo dell'entropia: un
enorme "indotto" col pretesto della gara canora. Pretesto
oggi particolarmente assurdo: chi mai, e con che diritto,
può scegliere canzoni e personaggi più rappresentativi
di altri nell'ambito della musica leggera? Tralasciamo
l'assenza (fisica, se non come autori) degli artisti
ritenuti più importanti in quel settore particolarmente
significativo, nella musica leggera, che viene chiamata
"canzone d'autore".
Personalmente ho avuto l'impressione di una grande
"chermessa", organizzata in modo
un po' casuale. Da un lato è bello che, a fianco
del certame canoro, fulcro del periodo, si sviluppino
iniziative musicali diverse. Dall'altro bisognerebbe
cercare meglio i referenti, ammesso che a Sanremo
(città viziata, provinciale e culturalmente
arretrata proprio nel suo humus) si trovino. Che si
trovi, ad esempio, un posto adatto ad ospitare concerti
"mirati" di canzone d'autore. D'altronde
proprio la leggendaria patria e nave-scuola di cantautori,
Genova, è scandalosamente priva di spazi in
cui proporre concerti di questo tipo: spazi che cioè
siano ospitali, adatti e... paganti. Molto più
facile trovarli a Torino, Roma, Milano, o magari in
cittadine come Asti o Pavia.
Il palco sulla piazza ha ospitato diversi performer.
Il 4 marzo, quando ho cantato io, il tema obbligato
era la Liguria e i suoi cantautori. Però c'era
un po' di tutto, modelle che sfilavano, cantanti che
eseguivano "cover"... e il pubblico variava
a seconda degli orari, con picco intorno alle 20 (naturalmente
dipendeva in parte anche dagli artisti presenti sul
palco della piazza).
Davanti all'Ariston c'erano schiere di persone, ma
infine il caos era minore di quanto ci si poteva aspettare.
L'impressione, curiosa, era che la cittadina se ne
fregasse alquanto del suo festival, come se avvenisse
tutto all'interno della scatola televisiva, prima
ancora che nel contenitore teatrale; come se anche
i risultati, chi vinceva, chi perdeva, non rivestissero
grande importanza. Sì, qualche applauso in
più veniva tributato alla taggiasca (credo)
Monia Russo, una giovanissima gloria locale che cantava
anche in piazza. Ma alla fine il pubblico della piazza
si divertiva di più ai ritmi marcati, trascinanti,
e alle gag balneari dei Buio Pesto.
Per contro risultava difficile trovare un locale adatto
ad ospitare un piccolo concerto di canzone d'autore
(come il mio, o come gli altri organizzati dall'”Isola
che non c'era”, rivista che si occupa di cantautori,
come si dice oggi, a trecentosessanta gradi). Ad esempio,
ieri io ho suonato in un bar piccolino, "inventato"
per l'occasione, sostituendone un altro che non aveva
gradito i concerti precedenti, e fortunatamente alcuni
amici erano venuti apposta, altri li ho conquistati
con le canzoni, altri - va detto - erano lì
per bere e far due discorsi, NON per i concerti (ed
io ed il mio contrabbassista abbiamo cominciato a
suonare dopo un gruppo locale). Fra l'altro non c’era
una tastiera, dentro il bar; e il pianista (Marco
Spiccio) mordeva il freno ed il microfono, improvvisando
vocalizzi e mimando le parti di strumenti che mancavano!
Tant'è, questa è la situazione. Personalmente
lo ammetto, preferisco ambiti diversi, dove il pubblico
è meno casuale, è costituito da appassionati,
e anche l'accoglienza dell'artista è meno caotica
e più precisa, dalla cena alla fonica. Un esempio:
il mio penultimo concerto, a Udine. Ma anche certe
serate estive indimenticabili, nel Salento.
Tornando al festival, ribadisco la mia impressione:
le canzoni sono un pretesto. Attorno a loro si disegna
un enorme indotto, che parte dagli sponsor ed arriva
agli ospiti ed ai presentatori. Come succede in molte
manifestazioni, Sanremo non è la causa efficiente,
ma l'indice di un successo più o meno prevedibile.
Così come un termometro serve a misurare la
febbre, non a fartela passare. Mi spiego?
Se sono al festival di Sanremo e se mi si dà
un premio, anche di consolazione, è segno che
esisto, che devo esistere, che sono programmato per
esistere sul piano pubblico. Quanto poi questo mi
faccia vendere dischi o mi faciliti nel trovare concerti,
questo bisognerebbe chiederlo agli "addetti ai
lavori". Ammesso che rispondano il vero.
Ma il profano, come etimologia vuole, rimane fuori
dal tempio, dalla scatola, insomma; e chi è
dentro la scatola sembra vivere una vita autonoma,
dislocata, un po' come i nobili dell'aristocrazia
francese si dedicavano alle loro feste, ai loro salamelecchi,
ai loro vizi ed abitudini, ai loro frivoli rituali,
prima di venire decapitati dalla tempesta rivoluzionaria.
(Pensieri raccolti da Elisabetta Di Dio Russo)
Torna
alla pagina di Sanremo