Cristiano
mi ha fatto leggere l'articolo
"incriminato"
di questo Nobile. Fra
gli amici di Bielle non
lo conosco, del resto
non conoscerlo mi pare
peccato veniale; e corrisposto,
in quanto non pare, fra
le righe, che lui abbia
presente così bene
me ed il mio lavoro.
L'articolo è, se
non malevolo, ingeneroso.
Per fortuna la stessa
"democrazia"
virtuale che permette
all'articolista di scrivere,
vivaddio, quello che pare
a lui, sancisce anche
un diritto di replica.
Repliche come quella di
Cristiano, o altre che
magari arriveranno. Gente
che mi conosce e visita
il vostro sito. E, a scanso
di equivoci, si tratta
spesso sì di amici,
ma che tali sono diventati
DOPO avermi conosciuto
attraverso le canzoni.
Oppure con cui, grazie
alle mie canzoni, ci siamo
rincontrati.
Ma la replica non è
solo un diritto di chi
mi conosce; ben di più
lo è nei confronti
di chi, sia pure fra i
frequentatori delle Bielle,
NON mi conosce.
A leggere l'articolo di
Nobile, infatti, a ben
pochi verrebbe voglia
di muoversi per sentire
un mio concerto, o procurarsi
un mio cd. Per il cinquanta
per cento dei potenziali
fruitori magari sarebbe
un contrattempo in meno,
ma per gli altri potrebbe
essere un importante appuntamento
mancato.
Ben venga quindi una discussione
che si diffonda intorno
a questo piccolo nucleo;
discussione cui vorrei
partecipare anch'io. Non
per tuonare contro la
lesione di una maestà
che non rivendico "attualmente";
ma per approfondire alcuni
aspetti, mettere a fuoco
certi preconcetti propri
all'odierna critica "leggera"
o "pop"; che,
a mio avviso, troppo informano
la pratica giornalistica,
sia pure in rete, sia
pure "di paranza".
E magari anche per rendere
giustizia alla complessità
e all'inventiva del mio
lavoro artigianale, troppo
articolato e sfumato,
me lo concederai, per
essere liquidato con un'etichetta
riduttiva.
Quello che propongo è
una chiaccherata, serenamente
polemica, con l'autore
della recensione; chiacchierata
pubblica, che possa dare
occasione ad interventi
esterni.
Potrebbe essere un'intervista
via mail, che lui fa a
me, o che io faccio a
lui.
E' una proposta fatta
senza alcun rancore, volta
a trasformare un (piccolo)
danno in un (relativo)
vantaggio; un vantaggio,
come si diceva, non soltanto
mio.
Un mio amico sostiene
che una sfida a duello
sarebbe pubblicitariamente
più proficua; ma,
a parte il fatto che non
ce n'è ragione,
e che tutt'al più
sarebbe una sfida ai "tocchi",
la troverei, questa sì,
inguaribilmente "vintage".
E poi chi mi conosce sa
che sono refrattario a
certe trovate di marketing.
Max
Ciao Max.
(mi permetto di darti
del tu: spero non ti dispiaccia).
Tu proponi un dibattito
pubblico, una "chiacchierata,
serenamente polemica"
con me. Non mi sottraggo
a questa iniziativa. Dico
però che non vedo
i motivi per una contesa.
Piuttosto, ho l'impressione
che ci sia stata una lettura
del mio articolo quanto
meno parziale, che ha
enfatizzato alcune frasi,
alcuni aggettivi, alcune
osservazioni, trascurandone
molte altre. Mi sembra
che la tua lettera prenda
spunto più dalle
critiche di Angelini che
dal mio articolo.
Vorrei evitare l'esegesi
di quest'ultimo, così
come quella della tua
e-mail. Vale però
la pena di chiarire qualche
passaggio.
A me sembra che i tuoi
paladini, o sodali, o
aficionados, o ascoltatori
o non so cos'altro (mi
riferisco anche a una
seconda lettera che mi
ha girato Lucia, che invoca
giustizia e chiede la
gogna :-) per l'estensore
dell'articolo) siano stati
colpiti da due punti:
l'uso dell'aggettivo "aristocratico"
e il riferimento alla
sessantina di persone.
L'aggettivo "aristocratico"
è impiegato in
maniera positiva: etimologicamente
la parola ha a che fare
con "l'ottimo, il
migliore" ed era
questo il senso in cui
è impiegata. Quando
Angelini scrive che i
testi "non li definirei
aristocratici, quanto
ottimamente scritti in
italiano", usa una
tautologia, ribadendo
un concetto già
espresso nell'articolo.
Le "ragioni"
di una replica preventiva
emergono in tutta l'acrimonia
di chi si è visto
toccare l'oggetto di devozione
quando Angelini scrive
che " mi sento di
non condividere minimamente
il suo articolo pubblicato
su Bielle riguardo all'appuntamento".
In quell'avverbio, "minimanente",
ci sono anche i brani
eseguiti, i compagni di
palco, il riferimento
all'imbracciatura della
chitarra e alle influenze
musicali... Angelini forse
non avrà aggiornato
le sue letture in campo
etimologico, ma vedo che
ha fatto tesoro dell'insegnamento
di Schopenhauer, quando,
nei suoi stratagemmi per
perseguire l'arte di ottenere
ragione, suggerisce di
portare sempre al paradosso
le affermazioni dell'avversario
e di negarle tout court.
Quanto alle 60 persone
mi sembra di ritrovare
le polemiche che si registravano
durante il governo del
Berlusca ogni volta che
gli italiani scendevano
in piazza: i sindacati
parlavano di un milione
e la questura faceva la
radice quadrata della
cifra. Io so che lo spazio
della Sala Teatro Studio
contiene 150 sedie e che
era riempito per circa
un terzo. A un concerto
di Markus Stockhausen
eravamo pochi anni fa
eravamo in 7. A uno di
Meredith Monk eravamo
30. Per non parlare di
quello dello stratosferico
Stephan Micus. Non mi
sembra che il numero di
persone sia un indicatore
della qualità.
Anzi: spesso i grandi
numeri sono l'indizio
di un'attività
artistica corriva, come
accade nel cinema, nella
musica e nella letteratura.
E poi, una volta non si
diceva "pochi ma
buoni"?
Da par tuo, parli di un
"piccolo danno"
da riparare con un "relativo
vantaggio". Ma qual
è il danno? A me
il concerto non è
piaciuto granché
ma mi sembra di averne
parlato con toni equilibrati,
enfatizzando soprattutto
questo tuo encomiabile
collocarti alla periferia
della canzone d'autore,
senza compromessi. Per
alcuni questo potrà
essere un'attrattiva,
per altri no, per cui
la mia recensione potrebbe
tradursi in un vantaggio
e non necessariamente
in un danno. Io considero
la tua attività
di ricerca artistica -
nient'affatto incline
alle mode - come un pregio,
anche se non vado matto
per le tue canzoni. E'
chiaro però che
quanto più si coltiva
un'arte di nicchia, tanto
più si rischia
di non incontrare i gusti
del pubblico. In questo
senso mi sembra che ciò
che ho scritto sia stato
letto in maniera miope,
guardando ad alcuni aggettivi
in maniera distorta. Avrei
dovuto scrivere che nella
tua musica ci sono venature
hip-hop, infiltrazioni
techno, ritmi jungle per
stuzzicare gli appetiti
del lettore approdato
casualmente all'articolo
che ti riguarda? La contemporaneità
musicale è questa,
lo si voglia o no. Per
me è roba mediocre.
Ben vengano le arditezze
vintage, allora, e ben
vengano i richiami alla
musica antica, alla tradizione
mediterranea. Che poi
il sapore della salsa
complessiva sia cosa appetibile
per tutti i palati, è
questione di gusti personali.
La vera critica era sulla
presenza di facciata di
Sepe: scatto sempre una
foto all'arrivo sul palco
e una quando gli artisti
lo abbandonano. Quella
sera Sepe ha suonato dalle
21.17 alle 21.28 (per
saperlo è bastato
guardare l'orario in cui
è scattata la foto).
Il sospetto dello specchietto
per le allodole, alla
vigilia del festival "Roma
incontra il mondo"
è forte. Magari
è stato soltanto
un mio pensiero malizioso.
Perchè metterlo
in cartellone per poi
sentirlo suonare per circa
un quarto d'ora? Mi è
sembrato lo stesso meccanismo
con cui i discografici
curano le antologie: tutti
brani risaputi a cui si
accompagna un inedito.
Specchietti per le allodole.
O forse Sepe ha avuto
un improvviso attacco
gastroenterico che lo
ha costretto a una frettolosa
"ritirata" (dal
palco e in senso scatologico)?
Non aveva fatto in tempo
a imparare gli spartiti
del suo collega ligure?
Altrettanto maliziosa
è l'impressione
che molti artisti tendano
più o meno consapevolmente
a considerarsi i bramini
dell'Occidente: guai a
toccarli. Nel 1992, in
un convegno organizzato
a Milano da quella lobby
[aggettivo autocensurato]
della FIMI, dissi pubblicamente
che andava rivisto il
mercato delle royalties
e la filiera distributiva
per rilanciare il mercato.
Non l'avessi mai detto:
per poco al buffet a fine
convegno non mi toccò
mangiare da solo. Mi sembra
che anche nel tuo caso
ci sia una certa refrattarietà
alla critica, anche quando
questa è vellutata
e senza colpi di machete.
E infatti parli scherzosamente
di una sfida "ai
tocchi", come nel
fioretto. In questa potenziale
sfida i bookmaker inglesi
mi danno 100 a 1: non
ho il pedigree del giornalista,
la collaborazione con
Bielle è nata in
maniera del tutto casuale
ed è assolutamente
amichevole e informale.
Sul versante musicale,
in "curriculum"
ho la pubblicazione di
un libro inchiesta sulla
canzone italiana e di
uno sul mondo dei consumatori
di musica e la partecipazione
a diversi convegni. Mi
occupo d'altro: la musica
è una passione
che coltivo in maniera
del tutto amatoriale,
nella fotografia come
nella scrittura, anche
se ogni tanto escono casualmente
fuori delle cose inaspettate.
Una è questa piacevole
collaborazione con Lucia;
l'altra è la proposta
di un giornalista Rai
che mi ha chiesto di scrivere
un libro sull'ECM di Manfred
Eicher (ci lavorerò
in estate, ammesso che
prima riesca a chiudere
i lavori in corso). Sull'etichetta
bavarese sono preparatissimo.
Su Max Manfredi, lo devo
ammettere, un po' meno
(hai colto nel segno).
Perciò passo a
te la palla: valuta l'opportunità
di un confronto sul quale
valga veramente la pena
di discutere anche alla
luce dei chiarimenti di
questa lettera e, semmai,
fammi sapere.
Spero che almeno ti siano
piaciute le foto.
Con stima sincera.
Stefano
Ciao Stefano.
Gli argomenti che riporti
nella tua mail sono molti,
vediamo se riesco ad affrontarli
senza farmene travolgere.
In ogni caso, la chiacchierata-intervista,
o discussione pubblica,
mi sembra una buona occasione
di approfondimento di
tanti motivi presenti
in filigrana in questi
botta-e-risposta, miei,
tuoi, dei miei "aficionados".
La mia reazione di disagio
non proviene dalla lettera
di Cristiano Angelini,
o di altri "partigiani"
(meno male, del resto,
che ci sono e che si muovono,
e, vivaddio, aumentano
di giorno in giorno, sia
pure uno per volta).
In realtà il sunto
che si ricava dalla tua
recensione mi pare questo:
"Max Manfredi, vecchiotto
anagraficamente, lo è
- volutamente ed inguaribilmente
- anche di più
per quanto riguarda la
composizione e l'esecuzione
dei suoi brani. In più
usa un vocabolario, musicale
e verbale, lambiccato
e poco comunicativo. D'altra
parte, i suoi seguaci
sono pochi."
Ora dimmi a chi, se non
a qualche bastian contrario
o inattuale ad oltranza,
verrebbe voglia di sentire
un mio concerto, se già
non mi conosce!
Quello che dici nella
mail ha un taglio ben
diverso. E io, senza essere
giornalista, per soldo
o, come te, per diletto,
di pesca d'altura o di
paranza (non è
dispregiativo, e proprio
nel ristorante del papà
di Cristiano Angelini
si mangia un fritto misto
di paranza che è
stupendo), i meccanismi
della comunicazione, a
orecchio, un briciolo
li capisco.
Già pubblicare
questa tua lettera su
Bielle, vorrebbe dire
- se non ritrattare la
tua stessa recensione
- per lo meno integrarla
e darle un senso meno
perentorio ed ingeneroso.
Esistono codici, anche
codici morali: devono
capirsi dal contesto,
od essere spiegati, mai
essere dati per scontati.
Uno è quello, ad
esempio, secondo cui non
è il numero a far
la qualità, che
tu invochi nella mail.
Già, ma legioni
di articoli (forse non
i tuoi) marciano proprio
nella direzione opposta.
Quantomeno sono due codici
entrambi utilizzabili.
Niente di più triste
dell'ordalìa, in
arte; ma è proprio
questa che vien presa
quasi sempre per buona.
Non manca, l'ordalia,
di una sua grezza verità.
Ma nel lavoro di un artista,
a ben vedere, son presenti
elementi che credo ben
più importanti.
Naturalmente non tutti
i media possono permettersi
di ragionare così:
alcuni, fortunatamente,
sì.
In una società
di massa, come quella
in cui veleggiamo, l'aggettivo
"aristocratico"
ha mantenuto quasi esclusivamente
connotazioni negative.
Se lo si usa in modo positivo,
o almeno incuriosito,
occorre, a mio avviso,
suggerirlo nell'ambito
del contesto del discorso.
Se usi la parola "cattivo"
non puoi pretendere che
sia interpretato nel senso
di "prigioniero",
che era il suo originario.
Chi ricorda, ormai, che
"drastico" significa,
etimologicamente, "purgativo"?I
significati cambiano direzioni!
Dai miei vecchi studi
di linguistica ricordo
l'uso denotativo e connotativo
dei termini. Da giornalista
dovresti sapere che, nella
lettura di un articolo,
a balzare all'occhio,
spesso, è immediatamente
quello connotativo.
Anche a me la faccenda
delle sessanta persone
ha fatto venire in mente
il divario fra le stime
della polizia e quella
degli organizzatori di
una manifestazione (a
me hanno detto che alla
fine il teatro era quasi
pieno, e mi hanno parlato
di un numero di posti
in sala maggiore di quello
che tu dici). Ma avresti
potuto tranquillamente
passare sotto silenzio
il numero degli spettatori.
Se non l'hai fatto questo
è un tratto significativo:
si può leggere
come il "giusto",
o almeno naturale coronamento
dell'aura retrò
che mi attribuisci.
Aura che, beninteso, non
mi offende affatto.
I miei amori musicali
sono atemporali, nel senso
che sono delle puttane,
dei fantasmi vivi, dei
parassiti, possono appartenere
a qualsiasi epoca. Anch'io
credo di non essere legato,
poeticamente, ad un'epoca
in particolare.
Raimbaut diceva, con delirante
- e lucidissima - ironia,
"bisogna essere assolutamente
moderni". Ma lo diceva,
appunto, in epoca moderna!
Nell'ottocento.
Oggi si intende per "moderno"
il vecchio dell'altro
ieri.
E qui veniamo al vero
punto del tuo articolo
che mi ha dato fastidio:
questa fretta nell'etichettare,
che non rende giustizia
al respiro, alla vivacità,
anche al rigore di un
lavoro.
Non dico che tutti quelli
che parlano di me debbano
applaudire quello che
faccio. Conoscerlo, però,
sì. Ed investigarlo
con pazienza, e con quell'umiltà
che troppo spesso si pretende
dall'artista, e quasi
mai dal giornalista.
Allora sì che si
scoprono le differenze,
e qualche sorpresa.
Non avere il contrabbasso
al concerto di Roma (o,
in certa misura, le percussioni)
è stata una trista
contingenza, non una scelta.
Ma la formazione e lo
stile romano sono esiti
di un itinerario lungo
e piacevolmente sofferto:
dalle sonorità
elettroniche, a tratti
quasi rock, dei primi
cd, alla ricchezza pacata
dell'Intagliatore di Santi,
all'intenzione di limpidezza
del disco live.
Questa precisione tento
di riportarla artigianalmente
nei concerti.Le mie canzoni
sono labirintiche, dense
di trabocchetti e biforcazioni
ritmiche, armoniche, melodiche:
se conosci la musica te
ne renderai conto. E noi
proviamo a tenerne polito
e funzionante ogni singolo
elemento, ogni tassello,
ogni ingranaggio. Magari
non sempre ci riusciamo.
E' la nostra mania, la
nostra passione.
Eppure in un certo senso
hai ragione tu.
Non solo il necessario,
sacrosanto contrabbasso;
ma anche le percussioni,
che amo tanto, così
difficili da adoperare.
Quanto mi infastidiscono
gli usi "canonici",
standard, appunto, della
batteria! Vento, pioggia,grandine,
cataclismi, vetri spezzati
e bidoni: ecco le percussioni
che vorrei. Non è
impossibile ottenere tali:
ma ci vuol tempo, e magari
anche denaro. Se il primo
si fatica a trovarlo,
e se il secondo il produttore
non te lo dà...
svanisce tutta la poesia
(e ne incomincia un'altra,
quella della virtù
necessaria).
Alla canzone rivendico
ANCHE una funzione contemplativa.
Non soltanto di comunicazione
immediata, battipiedi
e battimani, non soltanto
come sottofondo o per
pogare, non soltanto inno
od intrattenimento.
Non ho nulla contro queste
funzioni della musica,
e specialmente della musica
leggera o pop; ma, dannazione,
ce n'è un'altra.
Nella mia produzione,
che pure non disdegna
le nervature del ballabile
e del popolare, insisto
sulla funzione contemplativa.
Mi sembra, ed evidentemente
anche a qualcun altro,
che oggi ce ne sia un
gran bisogno.
Alla povertà forzata
del lessico, o al suo
uso a volte leziosamente
o sciattamente ludico,
così presenti dell'attuale
canzone, affianco la tentazione
(e la frequentazione)
di una parola iridescente:
come le azulejos, appunto,
le vetrate delle chiese,
le squame dei pesci, le
foglie dei pioppi, le
lacrime. Caleidoscopica:
cioè "bella
da vedersi". Proprio
così, "da
vedersi", oltre che
da sentirsi.
Ci riesco? Non ci riesco?
E poi: bella per chi?
Ognuno tragga le sue conclusioni.
Ma la scommessa, l'azzardo,
come il tuo cognome, è
nobile.
Azzardo nobile ed ozioso.
Il giocoliere diverte
la parola, il poeta la
soffre. Senza pretendere
di essere uno né
l'altro, sfuggendo però,
inseguito, dall'essere
entrambi, mi ritrovo "attore",
letargica bestia da palco,
se va bene davanti a quel
buio che m'impediva di
vedere quante persone
davvero ci fossero ad
ascoltarmi. Altrimenti,
perché mai canterei
canzoni?
Quanto all'incontrare
o meno i "gusti del
pubblico" c'è
un importante antefatto:
la possibilità
di INCONTRARE IL PUBBLICO,
e farsene incontrare.
Quando vengo posto di
fronte ad un pubblico,
spesso e volentieri incontro
i suoi gusti, e lui incontra
i miei. Tra Maometto e
la montagna c'è
un rendez-vous piacevole.
Sto parlando anche di
un pubblico casuale, come
può essere quello
che affolla la piazza
di un paese. Spesso mi
capita di suonare nelle
piazze dei paesi, e, se
il pubblico è un
minimo preparato a quello
che l'aspetta, con successo.
Ma, non avendo io mai
avuto buona fortuna promozionale,
succede che la stragrande
maggioranza di coloro
che potrebbero comporre
il mio pubblico, non ha
in sorte di conoscermi.
Non una minoranza, una
nicchia, mi ha scelto,
fra tanti che siano stati
messi nella condizione
di ascoltarmi ed apprezzarmi.
Ma una minoranza di potenziali
fruitori o appassionati
del mio prodotto mi conosce.
Questa sorte "karmica"
alquanto scomoda la condivido
d'altronde con altri più
o meno valorosi compagni
d'arme, dilettanti o professionisti
che siano.
Non devo insegnare a te
l'importanza della pubblicità,
non solo nel corroborare
il gradimento di un prodotto
(anche artistico), ma
proprio nel permetterne
la conoscenza e l'esistenza
sociale.
Questo non lo dico per
lamentarmi, ma per ristabilire
un accettabile esame di
realtà e rifuggire
dalle mistificazioni.
Io ho scelto di fare le
canzoni che faccio, ammesso
che sia una scelta; non
certo di farle sentire
al minor numero di possibili
ascoltatori!
Sulla sfida "ai tocchi"
c'è un equivoco
lessicale: non si tratta
di fioretto, in questo
caso, bensì di
un gioco in uso nelle
bettole genovesi. Si scommette
(e si beve) sul numero
complessivo delle monete
(i "tocchi",
appunto) nascoste nel
pugno dai giocatori.
Un'intervista fatta in
mezzo ai fumi dell'alcol
(spesso cancherone) causati
da questo gioco più
che vintage, meno crudele
ed odioso della Passatella
romana, ma pur sempre
con potenziali esiti cruenti,
o almeno tali da ricordare
le "tabernae"
cantate nella tradizione
medioevale, non sarebbe
consigliabile nemmeno
a Schopenhauer. Su una
discussione franca ed
aperta invece, mi trovo
d'accordo. Se mi mandi
delle domande ti rispondo.
A parte il fatto che,
con questa lunga mail,
credo di avere risposto,
magari a tratti un po'
sconnessi, anche ad alcune
domande che non mi hai
fatto...
Max
Ciao Max.
Innanzitutto grazie per
la tua generosa e-mail:
è soltanto l'ennesimo
esempio della passione
che metti nel tuo lavoro.
Gli scambi, mi sembra
che stianoprendendo un'altra
direzione rispetto a quella
che proponi in formato
intervista. E allora,
prima ancora di continuare,
ti faccio una proposta:
perchè non inserire
sul sito proprio questo
scambio epistolare elettronico?
Lo troverei più
vero, anche se eventualmente
corretto, più autentico
e immediato di un'eventuale
intervista.
Vengo alla tua lettera.
Vedi Max, tu traduci il
mio articolo estrapolandone
una parte e facendola
diventare questo: "Max
Manfredi, vecchiotto anagraficamente,
lo è - volutamente
ed inguaribilmente - anche
di più per quanto
riguarda la composizione
e l'esecuzione dei suoi
brani. In più usa
un vocabolario, musicale
e verbale, lambiccato
e poco comunicativo. D'altra
parte, i suoi seguaci
sono pochi." Vero.
Ritagliando opportunamente
le parole, compreso quel
"50enne, genovese
doc", si pouò
arrivare dove arrivi tu.
Quacuno, in ossequio a
uno stereotipo sul quale
ironizza anche il tuo
concittadino Grillo, potrebbe
notare che quel "doc"
dopo "genovese"
è una sottolineatura
dell'avarizia degli indigeni
nati nell'ex Repubblica
marinara. Ribatto ritagliando
qualche altra parte della
recensione per mostrarti
come la percezione selettiva
(un meccanismo che gli
esperti di comunicazione,
io sono tra questi per
acquisiti titoli accademici...)
conoscono bene. L'incipit
della recensione ("figura
del tutto eterodossa rispetto
al panorama cantautorale
nostrano"), i rimandi
alle influenze della tua
musica (percorsa "da
echi di musica antica,
rimandi al fado",
eccetera), il richiamo
alla tua autonomia artistica
("L'opzione artistica
fuori dal tempo e dagli
schemi"), la notazione
sulla tecnica musicale
("un approccio colto
allo strumento"),
l'enfasi sui contenuti
("dichiarato impegno
civile"), aggettivazioni
lusinghiere ("divertente
satira in chiave country-folk"
e poi "il leader
prova a scherzare con
gli spettatori")
possono essere tradotti
esattamente alla rovescia.
Non è necessario
scomodare Paul Lazarsfeld
per mostrare che ognuno
può leggere in
ciò che ho scritto
ciò che vuole.
Ma siccome nella mia recensione
annovero tanto le qualità
della tua musica quanto
quelli che non chiamerei
affatto difetti, bensì
caratteristiche intrinseche.
D'altronde, lo stesso
meccanismo di "percezione
selettiva" lo noto
nel non avere preso in
considerazione due questioni
sollevate nella mia lettera
precedente: quella della
presenza di Sepe e quella
di una certa refrattarietà
alla critica.
Quanto all'ingenerosità
del mio articolo, devo
darti ragione in parte:
non è abbastanza
chiaro, in esso, quanta
ammirazione ci sia per
quel lavoro da intagliatore
(!) di parole, da cesellatore
del verso che ho forse
mal descritto ("i
suoi testi spesso ricercati").
Parlo di una caratteristica
che in Italia hanno in
pochi e che - a mio modo
di vedere e senza alcuna
piaggeria - ti colloca
di diritto al fianco di
artisti di caratura riconosciuta
come Guccini, De Andrè;
De Gregori, Conte, Lolli
e, azzardo, Silvestri
e Marino.
Altrettanto, non emerge
forse a sufficienza quanta
stima ci possa essere
per chi va così
caparbiamente per la propria
strada, alla faccia dei
meccanismi di mercato
("scommesse con l'oblio
del suo pubblico").
Sulla tua musica mi sono
già espresso: è
un lavoro ardito e difficile,
riconoscibilissimo ma
che può scontentare
qualche palato. Sono cinquant'anni
che in Italia ascoltiamo
il rock americano, a volte
senza capire una sola
parola: segno evidente
che la musica può
essere il viatico migliore
per avvicinarsi a un artista,
al di là delle
sue modalità compositive
(testo e poi musica o
viceversa). Non rispondere
al diktat di impostazione
rock non è affatto
di per sè un limite.
Nel caso del mio commento
al concerto, voleva soltanto
essere una notazione a
beneficio di eventuali
lettori.
Rimangono le due questioni
chiave del mio intervento
sul Bielle: "aristocratico"
e "sessantina di
persone". Sull'aggettivo
riporti alcune efficaci
analogie: ma non concordo
affatto sul fatto che
i termine "aristocratico"
abbia subito la stessa
traiettoria, a meno che
non lo si intenda ancora
secondo le categorie gramsciane
o che l'accezione al vocabolo
cambi a seconda della
latitudine (Genova vs.
Roma).
Quanto alla sessantina
di persone, lo giuro,
non le ho contate. Ho
fatto una stima moltipliocando
il numero di file riempite
per i posti di ciascuna
fila. Ne potremo venire
a capo chiedendo i dati
direttamente all'Auditorium
:-)) Il punto non è
questo. Piuttosto, in
questo mio approccio amatoriale
alla musica (l'approccio
professionale è
interamente collocato
sul versante sociologico)
mi piace richiamare sempre
la dinamica tra pubblico
e artisti: ne troverai
prova e traccia sulle
altre mie recensioni sul
sito.
Non mi hai detto se hai
apprezzato le foto...
Ciao
Stefano
Sì, ho
apprezzato le foto; e
ho anche pensato, un po'
malignamente, che tanta
attenzione a scattare,
forse, te ne ha distolto
per quanto riguarda il
concerto...
Non ho riposto su Sepe
perché, così,
la questione è
malposta, manca l'antefatto.
L'antefatto consiste in
questo: gli organizzatori
di Generazione X vogliono
invitare, per le serate
della manifestazione,
un artista, non famoso
ma meritevole, secondo
loro, di salire sul palco
del teatro studio, affiancandolo
con un ospite, magari
un po' più noto
di lui.
Hanno una "rosa"
di ospiti noti, seppure
non di fama mediatica.
Daniele Sepe ne fa parte,
e, siccome ci conosciamo
vagamente, e ci stimiamo,
si propone per il mio
concerto (questo è
quanto mi è stato
detto).
Naturalmente manca il
tempo delle prove. Mia
è la scelta di
evitare gli obbligati,
gli spartiti, e farlo
suonare su "pedali"
di accordi. Sua la padronanza
delle scale negli assoli
e la fretta di ritornarsene
a Napoli, quindi anche
la richiesta di suonare
ad inizio concerto, quando,
secondo le leggi dello
spettacolo, sarebbe stato
meglio sul finale.
Maurizio Viola, "regista"
delle serate, mi ha detto
che di rado è successo
che l'ospite abbia duettato
con l'artista invitato.
Che, solitamente, l'ospite
arrivava ed eseguiva due
o tre brani suoi, poi
salutava.
Se possa esserci una collaborazione
fra noi due, in futuro,
non lo affermo né
lo escludo. Volessi prendermi
la briga di avere ospiti
"illustri" fra
i musicisti, non avrei
che la scelta dell'imbarazzo
(e anche questo non è
un lapsus, come non lo
era il "congeliamo
da voi", espresso
evidentemente con sicuro
talento d'attore, tanto
da parere veritiero; ma
un calembour). Conosco
alcuni musicisti noti,
che sicuramente non mi
chiederebbero - per stima
o empatia - le cifre che
potrebbero chiedere alla
Pausini.
In genere preferisco però
cesellare il lavoro di
squadra, come un allenatore
di calcio, con musicisti
altrettanto bravi, meno
noti e più frequentati
ed affezionati. Anche
perché non mi risulta
che la presenza, fra i
musici o gli ospiti di
un cd, di grandi nomi,
abbia mai fatto vendere
una copia in più,
in assenza di promozione.
La prova lampante è
nella Fiera della Maddalena:
un semi-inedito che, se
quei zuzzurelloni della
BMG pubblicassero oggi
con un minimo di packaging
e magari una bella foto
di Faber in copertina,
venderebbe subito, come
minimo, centomila copie;
il che ci farebbe tutti
felici. Ma una delle leggi
del libero mercato è
la miopìa obbligatoria.
Chiamare la mia "Kukuwok"
una divertente satira
è lecito, ma altrettanto
lo sarebbe definire Desolation
row una parodìa
sbarazzina della società
degli anni sessanta, o
La domenica delle salme
una scanzonata stornellata
sul periodo che seguì
gli "anni di piombo".
Ciò che si coglie
immediatamente, in Kukuwok
(canzone che ho scritto,
che non amo come altre,
ma vedo che in genere
piace, anzi, tocca corde
nemmeno troppo nascoste
nell'ascoltatore) è
questo squilibrio patetico
- in senso etimologico
- fra una realtà
riduttiva, faticosa, ed
una nostalgia impossibile.
Le mie canzoni non dichiarano
nulla, tantomeno qualche
positivo impegno civile.
Testimoniano, semmai,
in modo anche dolente,
questo miscuglio di pezzi
di civiltà e barbarie
che ormai ingozza ciascuno,
e lo fa acriticamente,
quindi senza, non dico
la speranza o il progetto,
ma nemmeno la velleità
di un riscatto. Di politico,
nelle mie canzoni, manca
il proponimento. E quando
dico "E rideremo
e bruceremo quei fantocci
che vederli ci fa male",
può essere interpretato
anche come una bugia consolatoria,
da agonìa di film
western. In ogni caso,
come delirio (Il regno
delle fate).
Ma tutto questo lo dico
sottotono, anche quando
urlo. E spesso gioco sul
contrasto fra l'urlo semantico,
di ciò che dico,
e il modo apparentemente
pacato di cantarlo.
Sui nomi che fai, a cui
mi affianchi, a parte
i ringraziamenti di rito
(in quanto quasi tutti
nomi di una specie di
Olimpo della canzone d'autore)
concordo in parte. Ma
direi che, paradossalmente,
chi sento più vicino,
sia pure nella grande
distanza, stilistica e
contrattuale, è
Paolo Conte, per il suo
accanimento musicale ed
un certo abbandono nei
testi, a cui lui, come
dire, arriva, con illuminante
understatement; e da cui
io, invece, per così
dire, parto, come una
disordinata necessità.
Per questioni generazionali
ed intento.
Dalla canzone ho sempre
cercato stupore ed emozione.
Nelle mie, e soprattutto
in quelle degli altri:
Leonard Cohen o gli Alunni
del Sole, Tom Waits o
Mozart. Non sono sullo
stesso piano, ma possono
causare gli stessi effetti
psicofisici, le stesse
scariche neuronali. Risuonano
su tavole armoniche diverse,
con misteriosi tratti
comuni. Novalis, il poeta
romantico, diceva che
la critica è sempre
evocazione medianica.
Uno spirito chiama, un
altro risuona e risponde.
L'ascolto, tanto più.
E' per questo che alla
critica è sempre
necessario il silenzio
e l'ascolto, altrimenti
diventa, quasi senza volere,
un'operazione censoria.
Del resto anche il modo
di comporre, fra Paolo
Conte e me, credo sia
differente.
Io non parto "dalle
parole" o "dalla
musica", ma da una
sensazione, percezione
comune ai due linguaggi.
Infatti dico sempre che
in una canzone c'è
la parte poetica, la musica.
E quella musicale, le
parole.
Sulla dinamica fra me,
noi, sul palco, ed il
pubblico, quello che ho
notato nel concerto romano,
fin dal primo lungo applauso
d'ingresso, è stato
un rispetto compito, a
tratti entusiasta o commosso,
ma mai tanto, che so,
da battere le mani a tempo,
anche nei rarissimi casi
in cui le mie canzoni
lo rendono possibile.
Diciamo, poco dionisiaco,
o, semmai, di un Dioniso
tutto interiorizzato.
Questa aura un po' "troppo"
ieratica tendo a stemperarla
anche con qualche battutaccia.
Mi sembra bello cambiare
un poco registro, e presentare
scherzosamente brani che
magari virano verso lo
struggente, sempre comunque
filtrato attraverso la
cifra ironica, che è
l'ultima spiaggia necessaria
della significanza. Dopo
c'è il caos, o,
a scelta, l'apocalissi.
Qui non parlo di canzoni,
ma di letterature.
Discorso complesso, quindi,
ma utile; non per analizzare
la canzone leggera o pop
sulla scorta di categorie
accademiche (filosofiche,
filologiche, semiologiche
etc.) come già
aveva fatto, per scherzo,
Umberto Eco in anni precedenti;
e come ora vanno facendo,
seriosamente, studenti
e chierici d'ogni tipo.
Ma perché, nel
loro nomadismo, le canzoni
si nutrono dell'umore
di terreni insospettabili,
furti e scambi genetici
sorprendenti.
Infine, per quanto riguarda
la lettura bifronte del
tuo articolo, non sono
del tutto d'accordo: tutti
coloro che lo hanno esaminato
ne hanno ricevuto un'impressione
analoga. Vero è
che si tratta di partigiani
particolarmente vulnerabili
e reattivi, come me, del
resto. Mi viene in mente
la mamma yiddisch di una
barzelletta di Moni Ovadja:
suo figlio ha due cravatte
che lei gli ha regalato,
una azzurra ed una arancione.
Trova quest'ultima assolutamente
orrenda, ma decide ugualmente
di indossarla, vincendo
la ripugnanza, nel giorno
dell'invito a cena a casa
di sua madre. Questa apre
la porta, adocchia la
cravatta arancione e sbotta,
intristita: "Non
ti piaceva proprio la
cravatta azzurra che ti
ho regalato, vero?"
Ma io credo che la stessa
impressione, dall'articolo,
ce l'avrebbe anche uno
che non mi conosce; e,
ripeto, se non si tratta
di un tipo bizzarro ed
inguaribilmente inattuale,
difficilmente sarebbe
punto da curiosità
nei confronti di un mio
concerto, o del mio lavoro
in genere.
Questo ci riporta al problema
pesante della pubblicità,
o della sua mancanza,
problema che condivido
con molti altri. Ad un
certo livello pubblicitario,
quello che fai va bene
comunque. E' come aver
oltrepassato la risacca
della battigia, che ti
sbatte sui sassi, e farsi
semplicemente cullare
dall'altalena delle onde.
Prima, la tua esistenza
pubblica è sempre
"a rischio".
Peggio, sempre esposta
"al buon cuore"
di fruitori e committenti
che, beninteso, abbiano
la ventura di conoscerti.
"Il dibattito no",
era l'urlo catartico in
un vecchio film di Nanni
Moretti. Ed ora mi dicono
che c'è un dibattito,
su di me e su questi temi,
in corso sulle Bielle.
Bene, tutto ciò
che smuove la situazione
mi trova d'accordo. Magari
chiamiamola chiacchierata.
Anche se, per citare un
altro momento catartico
del cinema italiano, qualcuno
dovesse prorompere in
un: "Per me le canzoni
di Max Manfredi sono una
cagata pazzesca."
Max
Ciao Max.
Come vedi il nostro scambio
di bit è già
in rete, approvvigionato
da solerti interventi
da parte del pubblico.
Mi sembra già talmente
corposo che non vorrei
abusare della pazienza
dei lettori e dei tuoi
estimatori che ci hanno
seguito fin qui.
Per cui cercherò
sinteticamente - si fa
per dire - di tirare le
somme e di rispondere
alla tua ultima e-mail,
anche se adesso le modalità
del nostro scambio - che
sappiamo ormai pubbliche
e prive di tagli - sono
condizionate dalla consapevolezza
di essere "osservati".
Insomma, siamo partiti
da Max Manfredi e siamo
arrivati al Grande Fratello.
La sintesi di questa "chiacchierata"
telematica forse dovrebbe
partire dalle rispettive
psicologie. Ma se così
fosse, con le reciproche
esegesi che abbiamo fatto
di ciò che ci siamo
detti, finiremmo per seppellire
quel minimo anelito di
ironia che è necessario
se si intende evitare
di trasformare uno scambio
di opinioni in una logomachia.
E a me pare che, alla
fine, ci siamo presi troppo
sul serio, fermo restando
che con questo non intendo
certo dire che l'argomento
"fenomenologia di
Max Manfredi" non
sia un argomento serio,
o che abbia meno diritto
di campeggiare sul web
di quanto non ne abbia
il dibattito su "luci
e ombre nel manierismo
post-kantiano" o
altri temi dei quali l'umanità
intera non potrebbe fare
a meno.
Provo a sintetizzare,
dunque.
1. Se mi paghi le spese
notarili, giuro che sono
disposto a sottoscrivere
- a beneficio degli internauti
che si dovessero imbattere
nella mia recensione e
non certo dei tuoi accoliti
che non necessitano affatto
dei miei suggerimenti
- che MAX MANFREDI MERITA
DI DIRITTO - PER CAPACITA'
DI SCRITTURA ED ESTROSITA'
DEL LINGUAGGIO MUSICALE
- UN POSTO NELL'ARISTOCRAZIA
DELLA CANZONE D'AUTORE
MADE IN ITALY. Se la plebe
è rappresentata
dalla pletora di tecnocrati
della rima baciata, dai
maratoneti del quattro
quarti, dai saprofiti
della lingua italiana
e dagli stupratori del
verso, l'aristocrazia
è composta dai
nomi che ho citato nella
mia una mail precedente.
2. I bookmaker inglesi,
che a inizio match mi
davano 100 a 1, pare che
abbiano raddoppiato le
quote. Fonti sediziose
e inattendibili riferiscono
che la Sala Teatro di
Studio è munita
di 350 posti. Pare dunque
che Nobile, del tutto
incautamente, abbia fatto
una stima dei presenti
in sala affidandosi soltanto
all'occhio sinistro, peraltro
aggravato dalla carenza
di diottrie, coni e bastoncelli.
Insomma, pare che gli
spettatori fossero di
più. Per questo
le sue quotazioni sono
precipitate. Pare che
un noto medico viennese
nel corso di una seduta
spiritica abbia rivelato
che il contendente Nobile
ha deliberatamente distorto
l'informazione in merito
alla consistenza numerica
del pubblico per il bisogno
inconscio di sentirsi
parte di un'élite.
Repentina salita in borsa
della Bayer a seguito
delle massicce somministrazioni
al contendente del farmaco
per curare il Disturbo
Bipolare II durante la
fase maniacale.
3. Checché ne dicano
i tuoi ammiratori (credo
che questo sia il termine
giusto), tutti certamente
contattati per vari panel
demoscopici grazie alla
loro riconosciuta rappresentatività
statistica, insisto nel
ritenere che la lettura
del mio articolo sia stata
quanto meno selettiva.
Domando, a te e ai tuoi
paladini: cosa ne avete
fatto del povero Giorgio
Maimone? Lo avete spedito
ai lavori forzati in Siberia?
Lo avete fatto rinchiudere
all'Ucciardone in compagnia
di tre ergastolani che
si chiamano Abdul, Pedro
e Yorubo? No, perché
mister Maimone, che peraltro
ha scritto una notevole
recensione, esordisce
così, proprio sulle
"pagine" di
Bielle, nel recensire
il tuo disco "L'intagliatore
di santi": "Debordante
e anacronistico".
Giuro: "debordante
e anacronistico".
E sta parlando di te,
Max. E' vero che dopo
spende aggettivi di tutt'altra
natura (lo dico a beneficio
dei tuoi potenziali acquirenti:
Maimone afferma che è
un disco imperdibile),
ma come la mettiamo con
l'internauta frettoloso,
quello che se non trova
le stellette si ferma
alle prime due righe di
una recensione? Per l'ardito
Maimone è previsto
un secondo capitolo del
processo di Norimberga
dopo tale azzardo? Una
considerazione analoga,
a proposito di questo
strabismo percettivo e
analitico, la vorrei fare
in merito alle reazioni
suscitate per aver fatto
riferimento alla scarsa
quantità di rock
che ha caratterizzato
la tua esibizione romana.
Qualcuno tra i tuoi sodali
- retoricamente - domandava:
che male c'è? Non
mi sembrava che ci fosse
scritto che è un
male. Era soltanto un
modo per avvertire i summenzionati
internauti che se fino
al pomeriggio precedente
avevano ascoltato gli
Scorpions o erano abbonati
a una fanzine di trash-metal,
magari nella musica di
Manfredi non avrebbero
trovato esattamente le
stesse atmosfere. Colgo
l'occasione per puntualizzare
che nei tuoi testi, Max,
mancano i riferimenti
alla pasta e ceci così
come sono carenti i rimandi
all'epigrafia greca. Speriamo
che anche queste gravissime
affermazioni non sollevino
tumulti popolari e non
mi debbano costare la
gogna.
4. La virulenza di certi
attacchi da parte di alcuni
tuoi ammiratori per avere
profanato il totem della
tua arte in tutta la sua
statura mi riporta alle
equivalenze sociologiche
tra tifo, fanatismo e
religione. Tra questi
tre elementi esistono
molti denominatori comuni:
costruzione dell'identità
collettiva, attribuzione
di ruoli, attuazione delle
gerarchie, ricerca di
una leadership riconosciuta
e via dicendo. I focolarini
del cattolicesimo e i
talebani del culto di
Sant'Artista adottano,
nella sostanza, gli stessi
meccanismi del tifoso
che allo stadio ti spacca
la faccia per avere gridato
"Daje Frosinone!"
nella curva sbagliata.
Quanto ho preferito i
toni dichiaratamente schierati
eppure così equilibrati
di Sirianni...
5. Quanto a Sepe, il grande
Daniele Sepe, saranno
i lettori a farsi un'idea
della faccenda. Convengo
con te che l'averlo presentato
a inizio show rovescia
le regole dello spettacolo.
Ma è innegabile
che la trovata dell'auditorium
sia uno specchietto per
le allodole, nel caso
del vostro concerto come
di quelli che lo hanno
preceduto. Cosa c'entrava
(il bravo) Servillo nel
(magnifico) concerto di
pinomarino?
6. Rullo di tamburi. La
cosa più importante
di tutte: tutto ebbe inizio
- nel dibattito tra Max
Manfredi e il sottoscritto
- dalla percezione di
un danno subito. E allora
mi gioco l'asso e sposto
il discorso su un altro
terreno, sul quale mi
muovo a occhi chiusi.
Caro Max, ti ricordi di
quel signore canadese
che negli anni Sessanta
parlava del "villaggio
globale"? Sì,
Max, lo so che te lo ricordi.
Quel signore si chiamava
Marshall McLuhan e diceva
una cosa che hanno ripetuto
in tanti ma che hanno
capito in pochi: "il
mezzo è il messaggio".
E il mezzo, nel tuo caso,
è internet, è
il link sulla homepage
della Brigata Lolli, sono
le mie fotografie che
colgono (o almeno ci provano)
i movimenti plastici della
tua esibizione (dai una
ripassata alle foto che
hai sul tuo sito - quasi
tutte a suon di flash
e, quando va bene, piani
americani - e vedi se
sei stato danneggiato...),
sono gli interventi dei
tuoi sostenitori o quelli
dei frequentatori abituali
di Bielle. Insomma, quelle
foto con quelle 30 righe
avrebbero potuto starsene
là senza incuriosire
nessuno se non, forse,
un simpatico tipo che,
a concerto finito, mi
ha domandato dove avrei
pubblicato le foto. E'
proprio grazie alla "connotazione"
che invece si è
acceso un dibattito che
ora è linkato in
prima pagina e che, se
non la smettiamo di prenderci
tanto sul serio, nel migliore
dei casi ci porterà
presto al referendum tra
monarchia e repubblica.
Nel peggiore, all'ennesima
riproposizione della contesa
tra guelfi e ghibellini.
Il mezzo è il messaggio.
Dopo questa ridda di scambi
anche il più distratto
degli internauti che dovesse
imbattersi su Bielle per
cercare notizie e approfondimenti
di genere musicale senza
ancora conoscerti e dovesse
leggere la mia recensione
e tutto quel che ne è
seguito smentirebbe -
ne sono assolutamente
convinto - la tua profezia
secondo la quale "a
ben pochi verrebbe voglia
di muoversi per sentire
un mio concerto, o procurarsi
un mio cd". Al contrario,
diranno: "Ma chi
cazz'è 'sto Max
Manfredi? E' un figo della
madonna o uno smargiasso
(elemento che acquisirebbero
dalla lettura, quella
sì "dannosa",
dei tuoi paladini al mio
articolo)? E via a comprare
dischi e a sentire concerti.
Il mezzo è il messaggio.
Altro che danno: dovresti
pagarmi le royalties per
il servizio offerto, ma
siccome sei ligure ci
spero poco. :-)) Aggiungo
emoticon a scanso di equivoci,
prima di trovarmi con
una querela :-))
Ecco, Secondo me si potrebbe
riassumere tutto così.
O se, preferisci, con
il solo punto 6.
Chiudo con una risposta
alla tua ultima mail,
abbandonando il tracciato
della sintesi di quanto
occorso finora. Se definisco
Kukuwok una divertente
satira e non va bene neppure
questo - sennò
rischiamo di espungere
Dylan e De André
dai sussidiari delle scuole
medie - allora come posso
scrivere una recensione?
Non convieni con me che
stiamo pur sempre parlando
di doxa, di opinioni,
e non di episteme? Questo
scambio conferma la mia
impressione che le critiche
non ti facciano fare grandi
balzi di gioia. Avrei
preferito una variazione
su una vecchia strofa
di un tuo illustre collega
("Tanto ci sarà
sempre, lo sapete, un
musico fallito, un pio,
un teorete, un Bertoncelli
o un prete a sparare cazzate")
alla cernita di vocaboli
per recensire una tua
esibizione live.
Ad meliora.
Stefano