Cat Power: "The greatest"
Having
recorded What Would the Community Think in Memphis back in 1996, Chan Marshall,
aka Cat Power, has taken her perpetual pout back to the home of southern soul.
It's a good move: bluesy horns needling her truculent voice into life, pedal-steel
guitar and mellotron keyboard give this, her seventh album, the sound of a
record that has been languishing in a dusty vault since the early 1970s. But
where soul usually relies on big voices and bigger productions, Marshall's
no diva. Her songs are small, intimate poems that she hangs on to with the
tenacity of a new mother holding on to her child.
Betty Clarke - The Guardian
Non pensate a un tuffo a vertigine verso la black music, c'è un limite
a tutto: ma una deriva lenta verso il soul più languido, questo sì,
e verso un certo accidioso country che può non essere così distante.
Qualcuno si mangerà le mani, altri forse, diffidenti fino a oggi, se
ne innamoreranno. Bene così; perché Cat non è la Vergine
Maria della più intima canzone d'autore ma un'interprete sensibile
con un suo fascino e le sue contraddizioni, e un'idea di musica balsamica
che, ogni volta per miracolo, a fatica, lentamente, sgorga da territori profondi
dello spirito. Il titolo è da schiaffi ma canzoni belle non è
difficile trovarne: per esempio le due che aprono e chiudono il disco, The
Greatest e Love And Communication.
Riccardo Bertoncelli - DelRock
Che la chiamino gatta morta ormai non è un segreto più per
nessuno. E neanche un’offesa, ascoltate The Greatest. Sembra l’ennesima
raccolta di pezzi soul da discount, ma che riesce perfettamente nell’intento
di farti seguire il tempo schioccando le dita. Il disco che passerebbero per
radio e tutte le mamme del mondo riuscirebbero ad ascoltarlo, innocuo, un
po’ solare e un po’ no, e con tutte le melodie mezzo soul, mezzo
blues, mezzo country del caso, organi, piani e drumming al limite della perfezione;
quasi come guardare un film sulla Memphis dei bei tempi con tanto di lieto
fine.
Giorgio
Pace - Rocklab
Since the late 1980s, his output has consisted almost entirely of protest
songs - which has not been good for his music career. His major label dropped
him and this is his first studio album in 10 years. Though the spare, warts-and-all
production does his ashy growl no favours, it underlines his authenticity
on political songs like Burden of Freedom and Wild American.
Qualcosa accomuna da sempre Chan Marshall alle stanze immateriali –
appena illuminate - di The Greatest. Sarà la posa, accigliata e indisponibile;
sarà l’aria molle con cui massaggia lo strumento che sceglie.
Sarà che vive il mondo guardandolo dal basso, perché è
alta, e grande. E perché la sua bellezza si allontana nel tempo, lascia
indietro le dive anoressoidi degli anni Novanta allungando la sua ombra sulla
sagoma di certe stelle antiche, fondendosi alla loro.
In tal senso questo è il disco che spettava a Cat Power, quello che
lei si meritava di essere in grado di fare - e di fare come artista prima
ancora che come persona. Come se una certa sfasatura rispetto ai suoni che
le sono più cari ma meno consoni fosse un atto di accettazione definitiva
dello stereotipo di countrysinger sgangherato su cui dice di essersi formata,
come se si trattasse dell’abbracciare finalmente, definitivamente il
luogo comune di passione, sregolatezza e poesia che lei stessa ha certamente
scelto di cucirsi addosso.
Marina
Pierri- Musicboom
Parola di Bielle
La cosa che funziona meno bene è la copertina. Poi il titolo. Insomma,
ci si poteva sprecare un po' di più! Anche perché "The
greatest" non è "the greatest hits" è un disco
vero, uno splendido disco, cantato con classe e suonato con convizione. Disco
di musica piena e pieno di musica, eseguito da una "gatta" non di
primissimo palo, ma dagli artigli affilati. Gran classe, da fare invidia alle
varie Norah Jones. Siamo in un ambito affine. Ma la cifra di sincerità
sembra alta e gli undici musicisti che affiancano Chan Marshall (la Cat della
ditta) sanno fare il loro mestiere. Relax ma di classe e con nerbo ben distribuito.