
Capitan
D’Aria
(17 luglio 2001 - mercoledì)
Carissimo, Genova blindata...è
la cosa più allucinante, più triste, più
provocatoria che si possa immaginare. Vivendo nella zona gialla
non si era ancora manifestato nella sua totale assurdità
lo stato che questa città sta vivendo. Ieri tornando dal
porto verso le 20.00 ho fatto la sopraelevata e quando arrivo
in fondo, alla fiera, grande distesa di 1000 o più furgoni
della Polizia, della Folgore, dei reparti speciali (ti chiedi
a quando la guerra??) arrivo sotto casa, posteggio, Piazza della
Vittoria è un deserto, che ci sia già il coprifuoco?
Dove sono finiti tutti i giovani che la sera sgommano
con i motoroni, le macchine che non ti lasciano entrare nel portone,
i tavolini fuori nell'altro lato della Piazza, volatilizzati tutti,
serrande chiuse, e silenzio minaccioso...... Salgo in casa, ho
una sensazione di grande disagio, prendo il cane e scendo, devo
capire cosa sta succedendo. Piazza della Vittoria, il monumento
ai caduti è ancora più imponente, niente extracomunitari
a consumare
scatolette sugli scalini, neanche un cane (e non in senso metaforico)
Neruda (la mia belva,) gironzola sospetto, facciamo il giro due
volte, niente cani, ci sono solo 4 poliziotti in borghese che
parlano al telefonino e fissano le caravelle di fronte, accanto
alla questura, seduti sui divisori di cemento. (mi viene in mente
la barzelletta del carabiniere che deve fissare la camera d'albergo
e la fissa tutta la notte....). C'è un incredibile senso
di abbandono, decido di dare un'occhiata a Via XX Settembre passando
da dietro. In via Cesarea, poliziotti, carabinieri ed altri soggetti
in borghese di lingua foresta, piantonano gli operai che stanno
montando le griglie, una su ogni strada che incrocia via XX, cerco
di far finta di niente e di attraversare la grata noncurante,
mi fermano mi dicono che non si può, devo fare il giro,
faccio qualche domanda come arrivare a.... non sanno niente, non
conoscono questa città, gli hanno solo detto di piantonare.
Le grate mettono angoscia, ti chiedi da che parte stare prima
che chiudano, che ti chiudano, che tu venga saldata, insieme alle
grate, alte cinque metri, neanche con l'asta riusciresti a scavalcarle
ma come è possibile?? Neruda mi legge nel pensiero e per
esorcizzare le mie angosce si avvicina alla grata e ci piscia
sopra, bravo, cookie.. Facciamo il giro, Via XX Settembre che
desolazione, vetrine occultate da fogli di compensato, 4 persone
in tutto, 50 furgoni della polizia schierati su ambo i lati, solo
divise blu, qualche foresto curioso, sorrido ai poliziotti, tento
qualche battuta, neanche il cane li intenerisce, poveri, fanno
quasi pena, chissà da che parte stanno in cuor loro. Mentre
salgo per la via principale, ho la sensazione che i Genovesi abbiano
completamente abbandonato la città, che se la prenda chi
vuole, i grandi del G8 i contestatori, i poliziotti, chiunque.
E' una nave abbandonata, pronta ad essere occupata, ma come è
possibile che nel 2001 in un paese democratico, si costruisca
una enorme gabbia, e se restassimo tutti intrappolatati? magari
divisi , parte nella gabbia rossa e parte nella gabbia gialla?.
Mi assale lo sgomento e sì anche la paura, magari qualcuno
dei tuoi amici è nell'altra gabbia, un parente, tua figlia,
il tuo gatto, pensi al muro di Berlino, a quello del pianto, ai
muri dell'Est, a tutti i muri del mondo, ai campi di concentramento
alle figure aggrappate al filo spinato, no ti dici stanno solo
girando un film, e tu capiti sul set per sbaglio, sono tutte comparse,
solo comparse... Accelero il passo arrivo in Piazza de Ferrari,
fontana magnifica, palazzi che si specchiano nell'acqua, Carlo
Felice austero, Palazzo Ducale, e tutt'intorno cancelli mobili,
e polizia, carabinieri, a frotte, ma la gente dove è??
traslati tutti dove??? Tutti in colonia come da bambini?? Scendo
in Vico San Matteo, Piazzetta San Matteo così bella sempre,
stasera è presidiata da 5- 6 poliziotti, nessun altro in
giro, saluto, sorrido, mi ignorano, chiedo provocatoriamente come
si arriva all'expò, con accento foresto mi dicono che non
lo sanno. Attraverso il resto dei vicoli, corro quasi fin da Manetta,
bar anonimo, nostro quartier generale, siamo solo in tre incluso
l'algerino di turno e il cuoco egiziano della pizzeria, ci sediamo
sulla soglia, da lontano i poliziotti passeggiano, poi passano
degli individui, ci guardano, abbiamo l'aria rassicurante, si
avvicinano hanno le loro brave telecamere, macchine appese al
collo, due giornalisti romani, uno inglese che parla un buon italiano.
Si siedono al bancone, scambiano quattro chiacchiere con Fede
il mitico oste, mescitore di Centerbe, appassionato di musica
e di dischi rari, mi intrometto, chiedo, chiedono, perché
i genovesi sono così incazzati, hanno sensazioni preoccupanti,
dicono che è come vivere uno stato di guerra imminente,
che la situazione è brutta..... Fede continua a mescere
di tutto di più senza regole, passa dal rosso, al bianco
fresco, poi del Mirto, poi a un 5 terre fatto in casa, e affetta
salame toscano, e pecorino tartufato, il tutto avvolto da riccioli
di fumo del suo sigaro cubano. I Media foresti apprezzano, parliamo
di cani, di mangiare,di cucina sarda, di vini toscani, basta G8
bisogna esorcizzare il nemico. Il vino attenua le sensazioni di
disagio, torno a casa percorrendo il giro inverso, saldatrici
in funzione, cancelli e grate che si ergono, domani la città
sarà chiusa, saremo dentro o fuori dalle grate, ci sveglieremo
da questo incubo oppure passeremo alla storia per qualche tragica
fatalità? Lunedì sarà tutto finito, ma dobbiamo
arrivarci.... E tutto questo avvenne nel luglio del 2001. buona
notte.

Capitan D’Aria
(20 luglio 2001 - venerdì)
Cara Ida, prendo spunto dal nome
del sito: Il porto ritrovato...
mi sveglio questa matttina, in questo silenzio surreale, corro
alla finestra per capire, e mi sale in gola un groppo, viale Brigate
Bisagno (è la strada parallela a Piazza della Vittoria,
e svincolo principale che immette in Via Xx Settembre....) è
una lung fila di blindati blu della polizia, in fondo al viale
che incrocia l'inizio di via XX una lunga fila di containers da
40' (=12 metri x2.40x2.40) tutti in fila a formare una barriera,
(coglioni , mi dico, potevano metterli su due tiri, fare una muraglia
di 4.80, magari dipingerli di verde e far finta che sia la muraglia
cinese...)
Corro fuori a verificare cosa succede,
ho dentro una grande rabbia, io con i containers ci lavoro, li
vedo in porto, li movimento, ma è lì che appartengono,
cosa ci fanno i containers in piazza???? leggo i nomi delle compagnie
di leasing e di navigazione, mi vergogno per loro, per essersi
prestati in questa stupida farsa......qualcuno furbo e cauto,
ha cancellato il nome con pittura freska... (vedi MESSINA per
non fare nomi, altri sono troppo grandi e se ne fregano: Likes
- americana - Evergreen di Taiwan), noto che uno dei container
è malridotto lateralmente, (deformazione professionale,)
li hanno messi stanotte, non avevano il tempo di controllare...
ma di sicuro se succede qualcosa diranno che sono stati i manifestanti.
Sto male, mi gira la testa, questo
non può succedere mi dico, mi avvicino alla barriera di
via XX, c'è tensione, si palpa e si taglia nell'aria, un'edicola
aperta, compro i giornali, che non possono dirmi nulla di più
di ciò che vivo, arriva il questore in borghese, fa un
sopralluogo, ci dice garbatamente di sloggiare, che questo è
un punto caldo, che non succederà nulla, ma che è
meglio girare alla larga. Guardo quella grata alta cinque metri,
è il varco più a rischio perché immette direttamente
in via XX, prego che non succeda nulla, guardo le facce dei poliziotti,
sono giovani, sono tesi, sono stanchi, non c’è baldanza,
forse anche loro pregano che non succeda nulla, penso alla preoccupazioni
delle loro madri, e sono solidale con loro. Il dolore più
grande è quando non riesci ad essere solo da una parte,
e così la sofferenza si raddoppia, soffri per tutti e due.
Sono solo le 09.00. Decido di andare
in ufficio, guardo il cielo è blu, c'è il sole ma
non fa troppo caldo, guardo in alto, stranamente sono comparse
le rondini, (saranno finte?? magari piccoli satelliti travestiti??)
si confondono con gli elicotteri che ronzano su Piazza della Vittoria,
le immagino come kamikaze che si lanciano sui rotori e li fanno
cadere...
Decido di tornare in ufficio, passo attraverso i containers, non
ho documenti, ma ho l'aria innocua... La piazza, la piazza più
grande di Genova, è il luogo più deserto e desolato
che si possa immaginare: nemmeno un cane, anche il mio mi ha abbandonato,
è in Sardegna e mi manca terribilmente, soprattutto perchè
è una buona scusa per gironzolare e intrufolarsi.
Salgo in ufficio e guardo dalla
finestra, è un incubo, è uno scenario che non si
può descrivere, solo sentire, polizie e carabinieri a migliaia,
scudi con scritto carabinieri, qualcuno prova le maschere, non
si può lavorare con questo clima, decido di fare un pò
di archivio, poi mi assale la "sindrome della casalinga"
(è la definizione di mia figlia....) capita quando sono
in ansia mortale, così mi armo di folletto, detergenti
vari, stracci etc, e mi dò alle pulizie forsennate dell'ufficio....
ogni 5 minuti guardo dalla finestra: passano un gruppetto sparuto
di giovani che dicono no al G8, li guardo sembrano quasi allegri,
camminano dritti verso i punti di riunioni, guardo le facce dei
poliziotti: sempre più tesi, capisci che basta poco per
farli scattare.
Resto in ufficio, chiamano da Milano, è un segnale che
la vita fuori di questa città continua normalmente gli
elicotteri ronzano incessantemente ho i nervi a pezzi.
Ore 12.30 la polizia sta sparando
a salve e lanciando fumogeni sirene ed elicotteri,
Devo uscire andare a vedere cosa
succede, a presto.
Daria
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PIAZZA ALIMONDA
di Francesco Guccini
(febbraio 2004)
Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare
respiro al largo, verso l'orizzonte.
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale, di anima forte
Genova che si perde in centro nei labirintici vecchi carrugi,
parole antiche e nuove sparate a colpi come di archibugi.
Genova, quella giornata di luglio, d’un caldo torrido
d’Africa nera.
Sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera.
Nera o blu l’uniforme, precisi gli ordini, sudore e
rabbia
Facce e scudi da Opliti, l’odio di dentro come una scabbia.
Ma poco più lontano, un pensionato e un vecchio cane
Guardavano un aeroplano che lento andava macchiando il mare,
una voce spezzava l’urlare estatico dei bambini.
Panni distesi al sole, come una beffa dentro ai giardini.
Uscir di casa a vent’anni è quasi
un obbligo, quasi un dovere,
piacere di incontri a grappoli, ideali identici, essere e
avere,
la grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza.
Sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza.
Genova chiusa da sbarre, Genova soffre come in prigione.
Genova marcata a vista attende un soffio di liberazione.
Dentro gli uffici uomini freddi discutono la strategia
E uomini caldi esplodono un colpo secco, morte e follia.
Si rompe il tempo e l’attimo, per un istante resta sospeso,
appeso al buio e al niente, poi l’assurdo video ritorna
acceso;
marionette si muovono, cercano alibi per quelle vite
dissipate e disperse nell’aspro odore della cordite.
Genova non sa ancora niente, lenta agonizza,
fuoco e rumore,
ma come quella vita giovane spenta, Genova muore.
Per quanti giorni l’odio colpirà ancora a mani
piene.
Genova risponde al porto con l’urlo alto delle sirene.
Poi tutto ricomincia come ogni giorno e chi ha la ragione
Dico nobili uomini, danno implacabile giustificazione,
come ci fosse un modo, uno soltanto, per riportare
una vita troncata, tutta una vita da immaginare.
Genova non ha scordato perché è difficile dimenticare
C’è traffico, mare e accento danzante e vicoli
da camminare.
La Lanterna impassibile guarda da secoli gli scogli e l’onda.
Ritorna come sempre, quasi normale, piazza Alimonda.
La “salvia spendens” luccica copra
un’aiuola triangolare,
viaggia il traffico solito scorrendo rapido e regolare.
Dal bar, caffè e grappini, verde un’edicola vende
la vita.
Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita.
DALL'ULTIMA
GALLERIA
di Alessio Lega
(settembre 2001)
E poi dall'ultima galleria
sembra mai più poter riaprirsi il sole
e quando luccica dal fondale
sopra la rugginosa ferrovia
dalle budella della grande vedova
diritto in faccia ad un muro alto
Porta Principe in un sussulto
ti vomita addosso a Genova...
Io quando tornerò a Genova per prima
cosa col caffè di rito
nel piazzale della stazione, dal baracchino il passo addormentato
lo muoverò per riconquistare la dignità di me
stesso al mondo
ed il dovere di camminare a testa alta guardando il fondo
guardare in fondo, guardare il mare, guardare
il punto fermo sull'abisso
vedere tutto tornare, urlare, fronte spezzata da un chiodo
fisso
fronte spaccata, fronte diviso, fonte che annega al pozzo
San Patrizio
il mare rosso del nostro sangue plebeo che soffoca nel precipizio
Quando ritorneremo a Genova ritorneremo sopra
la criniera
bianca dell'onda che si frange al frangiflutti che mangia
la sera
e sfiora il senso del presente, della memoria che si schianta
quando Genova ritornerà quella del giugno del sessanta
Quando ritorneremo a Genova, quando Genova
sarà tornata
quando torno, torno al nostro inverno la resistenza sarà
dichiarata
quando in tutto quest'inferno ritroveremo i nostri sentimenti
verremo in braccio alla natura, verremo sopra i quattro elementi...
Chi siamo noi? Ora siamo il mare, il mare
nero che si scatena
che si rovescia sopra al porto, sopra al porco che lo avvelena
il mare più salato che ci avete fatto lacrimare
date un bacio ai vostri candelotti, giusto prima di affogare
Chi siamo noi? Ora siamo il vento che non
potete più fare ostaggio
aria libera dai mulini, dalla catena di montaggio
il vento che ti spazzerà via, cancellerà l'orma
dei tuoi passi
che schianterà muri e sbarre scatenandosi per Marassi
Chi siamo noi? Ora siamo il fuoco che non
avete mai domato
quello che brucia in fondo agli occhi di questo triste supermercato
quello che cortocircuita i fili dell'allarme e del divieto
mentre noi spargeremo sale sulle rovine di Bolzaneto
Chi siamo noi? Ora siamo la notte, la luna
persa dei disperati
dice il poeta "Quande cade un uomo si rialzano i mercati"
e per quest'uomo di eterna notte, per questa luce che se ne
muore
aspettiamo che il sole sciolga il blocco nero che portiamo
in cuore...
E così torneremo a Genova, così
ritorneremo a Genova
così libereremo Genova, così saremo liberi a
Genova...
Quando ritornerò a Genova dal baracchino
del caffè di rito
l'antico samovar della tristezza, che sta bollendomi dentro
al fiato
questo dolore che mi ha tradito l'enorme sagoma del lutto
il mio tormento che ho malcelato e queste lacrime che tengo
stretto
e in una Genova liberata, senza chiusura,
senza sgomento
senza sott'occhio la via di fuga, senza furore, senza spavento
avrà senso cadere in ginocchio, alzare e prendersi
le mani
piangere in piazza Alimonda...pardon in Piazza Carlo Giuliani...
settembre 2001





Foto di Giorgio Cosulich |
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Antonio “red” Teresano
(22 luglio 2001 - domenica)
Qualche parola confusa, perche' la tensione e'
ancora molta, e non me la sento di scrivere ne' di partecipare
ai dibattiti che, immagino, verranno condotti da gente che consoce
solo quello che dicono in TV (e che e' a mio avviso la cosa piu'
falsa e vergognosa, e lo scandalo maggiore, anche peggio delle
pallottole)
Sono tornato ieri sera tardi, stremato, grazie
ad un pulmann della FIOM che ha caricato me ed i miei due amici
che eravamo reduci da due violente cariche che ci avevano impedito
di raggiungere la stazione. Si, perche' chi si recava dalla piazza
De Ferraris (dove si e' concluso il corteo) in stazione per andare
a casa veniva assalito con lacrimogeni e botte. E li' non c'erano
ne' "black Block" (sulla cui origine aspetto le numerose
foto dei compagni che li hanno visti rifornirsi di piedi di porco
nelle caserme) ne' gente pericolosa ma solo operai cinquantenni,
ragazzini, stranieri, gente tranquillissima. Questa gente, ho
saputo, e' stata caricata ancora cinque minuti dopo quando si
trovava, per la maggior parte, seduta a dissetarsi.
Ho nella testa un sacco di cose: Carlo a terra,
il ronzio degli elicotteri, una donna di cinquant'anni calpestata
dagli agenti, una ragazza violentata in un blindato, il corteo
spaccato a meta' dalla polizia per essere meglio attaccato, nel
momento in cui gli scontri erano isolati in piazza Kennedy. Io
ero in braghe e magliettina, mica in assetto da guerra, ero li'
per far sentire la mia voce, come i miei due amici. Non abbiamo
nemmeno gettato una carta per terra. Ci siamo trovati in mezzo
ad una citta' che non conoscevamo, terrorizzati dall'idea di incontrare
un poliziotto. In Italia, nel 2001. Ce la siamo cavata con i lacrimogeni
che ancora adesso mi lasciano gli occhi arrossati e con qualche
spinta. Ad altri e' andata molto peggio: molti ragazzi di Brescia
sono stati picchiati e incarcerati, per non parlare di quello
che e' successo stanotte al Diaz nella sede del GSF: una spedizione
punitiva con tanto di distruzione totale di cose e persone assolutamente
ingiustificata e senza mandato.
Impossibile descrivere la violenza cieca, la
furia, gli occhi insanguinati della polizia nell'assaltare un
corteo fatto di donne, bambini, anziani. Non siamo in democrazia,
quello che e' successo e' una vergogna e difficilmente lo potro'
dimenticare. Ero allibito, e chi mi conosce sa che non sono certo
uno che con la polizia ci e' maoi andato giu' tenero... ma non
mi sarei MAI aspettato un comportamento cosi' violento e sanguinario
da parte di gente pagata dai cittadini e che rappresenta lo stato.
Non credo, e finisco, che si possa continuare
a subire tutto questo. Per quanto mi riguarda smetto da subito
come prima cosa di seguire i telegiornali nazionali, perche' hanno
trattato in maniera vergognosa l'argomento, facendo sembrare i
poliziotti delle vittime e 300mila persone come dei complici del
"black block". Come seconda cosa mi astengo da QUALSIASI
dialogo con chiunque sostenga la causa di cui sopra, e cioe' "il
corteo non era pacifico, siete tutti black block" e "berlusconi
ha ragione". Basta parlare con questi complici della dittatura
militare di cui siamo vittime, vadano a parlare da Vespa, io non
li voglio piu' ne' vedere ne' sentire. Come terza cosa non mi
considero piu' cittadino italiano ma un comunista apolide. Come
quarta cosa non dimentico, pero', l'emozione di vedere un fantastico
corteo di trecentomila persone: ognuno con la sua idea ma tutti
contro quello che e' il potere di quegli otto topastri di merda.
VERREMO ANCORA ALLE VOSTRE PORTE
E GRIDEREMO ANCORA PIU' FORTE
PER QUANTO VOI VI CREDIATE ASSOLTI
SIETE PER SEMPRE CONVOLTI
PER QUANTO VOI VI CREDIATE ASSOLTI
SIETE PER SEMPRE COINVOLTI
Pugno chiuso.
Antonio "red" Teresano


Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX
– 19/07/2001
Zona Rossa mercoledì. Sono arrivato ieri,
notte, con l'ultimo treno. Non l'ultimo della giornata, l'ultimo
della settimana. Ho cercato finché ho potuto di essere
ragionevole, equilibrato, adulto, ma alla fine ho ceduto e ho
asceso il primo gradino della paranoia: l'ultimo treno, come a
Yuma, come a Stalingrado, come a Varsavia. Sto entrando in una
città che sta per essere chiusa. Mi sono specchiato nello
sguardo della gente che è scesa con me, circospetto, impacciato.
Ho fatto il mio ingresso alla città occupata al varco di
Piazza Matteotti: ho consegnato il lasciapassare e documenti al
posto di blocco illuminato in un certo qual modo inquietante.
Luci forti e concentrate, ombre lunghe e dure
attorno alla porticina nella barriera. Carabinieri in tenuta da
campagna, stanchi, nervosi, mentre rasente la bandiera della torre
del Ducale un elicottero militare indugia ad esplorare con la
sua fotocellula non so quale budello di vicolo. Tutto questo l'ho
già visto in qualche film, ma io non sono un film, non
sto recitando, nemmeno i carabinieri sono attori. Tutto questo
è realtà, compreso il sospiro di sollievo che esalo
quando mi vengono restituiti i documenti.

Di che cosa devo avere timore io, cittadino incensurato,
contribuente fedele? Di nulla, proprio di nulla. Allora perché
mi sento sollevato se i tutori dell'ordine mi lasciano andare
a casa a dormire? Paranoia. Che mi piaccia o no, non riesco ad
essere più forte della situazione, né abbastanza
intelligente da saper distinguere l'immagine dalla sostanza della
situazione. Sì, paranoia. Già ieri prima di arrivare
mi sono accorto di esserci cascato. Al telefono. Quando ho censurato
un'amica che mi parlava dei primi disagi. “Belin ci metterei
una bomba!” ha esclamato con la voce dell'innocenza.

Quante migliaia di volte ciascuno di noi ha imprecato
a quel modo? Ma questa volta mi sono preoccupato di spiegarle
di stare attenta a parlare. Lei non ha capito, è troppo
giovane, nuota nella democrazia. Io ho qualche ricordo in più
di lei. E non solo io. Ho notato che in questi ultimi giorni parecchie
altre persone fanno un uso assai più distaccato della conversazione
telefonica. O forse è solo una mia impressione. In ogni
caso un pessimo segno. Sono settimane che immaginiamo, disegniamo,
pronostichiamo la Zona Rossa.
Ma questa mattina è la realtà.
Mi sveglio nel silenzio: non c'è il mercato sotto casa,
non c'è la coda al semaforo. Esco nel vuoto. Vuoto di passi,
di voci, vuoto di bambini ansiosi d'Acquario, vuoto di negozi
e di merci, vuoto di colori. Nel vuoto si muovono uomini in divisa,
silenziosi, cauti. In via Gramsci a passo d'uomo sfila un lungo
corteo di idranti. Per arrivare in De Ferrari devo superare quattro
controlli. Al terzo comincio a familiarizzare con i militari.
Battute un pò meste, auguri, anche. Scoprirò in
seguito che nella gran parte sono gentili e pazienti. So che ognuno
di loro ha ricevuto e ha dovuto leggere un manuale di comportamento.
Evidentemente un buon manuale. Ma due vecchie signore con la sporta
sotto braccio sono in fila davanti a una grata presidiata da uomini
in armi: dove ho già visto questa fotografia? De Ferrari
stupenda e tremenda, perfetta e assolutamente deserta, senza neppure
un passaggio di piccioni. Non la vedrò mai più così
per tutta la mia vita. Comunque lo spero: credo che sia questo
l'effetto della bomba al neutrone.

C'è qualche negozio aperto. Entro dappertutto
a comprare qualcosa per solidarietà forse, per simpatia,
per non sentirmi l'unico sopravvissuto. C'è pure una farmacia
funzionante e mi controllo la pressione: perfetta. Il farmacista
non si fa pagare. Alla fine mi perdo nei vicoli nel tentativo
di trovare un varco aperto verso la Zona Gialla. Si è perso
con me un tale. Mi si accosta e mi dice in confidenza: “Visnù
è incazzato Dio mio se è incazzato loro non lo sanno
mica quanto si è incazzato Visnù!”.
Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 19/07/2001
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