| Teso
e lucido come un coltello per graffi sulle coscienze
di Moka
Quando
la chitarra fa la chitarra (meglio se elettrica), le percussioni
costituiscono un tappeto ritmico inossidabile e gli altri stumenti
giocano solo il necessario a speziare il tutto, siamo all'alfabeto
primario del rock. In questi dintorni giocano i Farabrutto, band
di Verona dalle ambizioni notevoli e, in parte, ben riposte. La
formazioni, infatti, non è classica dei combo rock. La batteria
infatti non c'è, sostituita da un tappeto di percussioni
assolutamente equivalente, il basso manca, la chitarra elettrica
c'è affiancata da una acustica con corde di nylon e il quarto
componente del gruppo suona ... il mandolino. Ma non c'è
dubbio che suoni come rock, che abbracci gli stilemi del rock e
che sia rock.
"Alzare
la voce" è un ottimo modo per farsi sentire. E i Farabrutto
ce la fanno a farsi ascoltare e ce la faranno ancora meglio. I testi,
impregnati di temi sociali e civili, sono molto belli e ritraggono
un'umanità incazzata e insofferente nei confronti delle miserie
dei tempi. Ma la voce sicura che scorre sopra il fitto tappeto percussivo
non si sciupa nell'urlo rock. Afferma chiaramente le sue esigenze
e le sue posizioni, ma in modo intelleggibile e nitido. Luca Zevio,
voce e chitarra acustica e autore di tutti i testi, sembra appoggiarsi
più su esempi cantautorali che non rock. Ma la ritmica e
la scansione restano tesi e tirati come coltelli che si piantano
dritti in mezzo alle nostre coscienze.
"Saluta fai ciao con la manina mentre sfilano in parata
le notizie dei potenti / Le bombe intelligenti hanno sbagliato l'obbiettivo
/ Sceriffi da far west hanno stroncato un ragazzino" ("Fai
passare"). "Devi spegnere la mente, non dire
mai niente / vota il tuo rappresentante / "Fa il bravo ragazzo,
non rubare niente / spero ti sia servito, / non voglio più
che si ripeta / vai a chiedere scusa in quel supermercato"
("Il crimine"). "Non ho nessuna voglia
di far credere ai bambini / che l'unica allegria siano i giochini
della standa. / Non
ho nessuna voglia di insegnare la morale, / ci pensa chi comanda,
/ si è solo se si ha. // Sono lo sposo infelice / di un'epoca
che riesce a fare paura / ho perso, ho perso la battaglia / ma non
la guerra".
("Eternamente")
Ed "Eternamente",
che è il brano miglior dell'album, ricorda tanto rock americano
sudista, dagli Allman in qua, fino ad arrivare ai "Tempi duri"
che, guarda caso, erano famosi sì per ospitare il De André
piccolo (Cristiano), ma erano soprattutto una band di Verona! Quasi
fosse passato per contiguità ambientale, respirato con l'aria,
in olte vent'anni di maturazione, il fermento dei "Tempi duri"
torna oggi con i "Farabrutto", band che non è sulla
strada da ieri, nonostante il fresco debutto discografico. Infatti
scegliere i 10 brani per il disco, per loro ha dovuto dire agire
di lima e di martello e togliere, cancellare, rimuovere, stratificazione
di altre decine di brani.
L'effetto,
specie con i primi brani ("Vita migliore", "Cercami",
"Farabrutto" ed "Eternamente") è
assicurato e il disco arriva preciso come un proiettile ed altrettanto
dirompente. Ma anche "Simona" è di buon livello
e tutto quanto il resto si salva tranquillamente. L'unico rischio
è un effetto "marmellata" che sembra arrivare verso
fine disco, quando gli spazi per musica diversa ormai si è
esaurito senza essere stato utilizzato. Per intenderci, il "mitico"
Sbibu Sguazzabia, collaboratore di Massimo Bubola
e Patti Pravo, non cessa un secondo di percuotere con ferocia i
suoi tamburi e aggeggi vari. Alla fine manca il tempo di tirare
il fiato. Però devo dire che a me piace e piaccioni anche
le lunghe code strumentali per brani che sembrano non voler finire,
come usava il progressive rock degli anni ''70.
Alla chitarra elettrica un musicista di estrazione jazz come Enrico
Terragnoli, che si occupa anche degli effetti e di programmazione
(quel minimo che serve) e il mandolinista Niccolò
Sorgato (anche al bouzouki) che ha il compito difficile
di dialogare con un tessuto rock non affine al mandolino, ma a cui
lui si applica con grande determinazione, fornendo forse una delle
chiavi dell'alchimia che permette a questo suono di funzionare e
di di lasciare tracce nelle nostre orecchie e nel cuore.
Le musiche non vengono attribuite e quindi vanno probabilmente divise
tra tutti i quattro componenti del gruppo, come pure gli arrangiamenti.
Che non sanno per niente della povertà dei debutti. Ottime
le voci, ma soprattutto i testi per un gruppo che, in realtà
senza alzare la voce, riesce a farsi sentire molto lontano. Un ottimo
disco, considerando che è solo la prima tappa. Da risentire,
Farabrutto
"Alzare la voce"
Freecom - 2004
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aggiornamento: 18-11-2004 |