| Fascino,
dolcezza, intensità ... ma anche un po' di freddezza
di Leon Ravasi
Può
capitare anche questo: un disco che ti piace, ma che non ti convince.
Che ti piace anche molto e che passi il tempo a rimettere da capo,
perché ti sembra di aver perso qualche passaggio o perché
il semplice ascolto (ammettiamolo va!) ti rilassa. Però,
alla fine, lo senti e lo risenti e ti resta meno di quanto ti aspetteresti.
Come dire meglio? "Com'è grande enfermidade" fa
l'effetto di quegli ottimi profumi che ti seducono appena te li
metti addosso, ma che un quarto d'ora dopo hanno già perso
la loro fragranza. E allora ti tocca rimettertene qualche goccia.
E l'effetto magia riparte da capo.
Jenny Sorrenti è brava. Su questo non ci sono molti
dubbi, molto di più del di lei fratello di successo Alan
(che però ha pur sempre fatto "Aria"
e "Come un vecchio incensiere all'alba di un villaggio
deserto" che erano due perle della proto-folk-new-neo-age).
Le sue musiche si arrampicano per strade già percorse dal
folk revival inglese, con un'impostazione vocale che può
risvegliare rimembranze sia di Jaqui Mc Shee che di Sandy Danny
(rispettivamente cantanti dei Pentangle e degli Steeley Span), ma
vanno oltre, cercando spunti spirituali che solo a volte mi trovano
consonante.
Oppure
è l'eterno dilemma: si può godere col corpo (orecchie
in questo caso) nel sentir cantare storie di angeli ("Angelu
dell'ammuri" è una delle canzoni più
belle), ma difficilmente si è disposti, da vecchi materialisti
più preistorici che storici, ad ammetterlo a noi stessi.
Il lavoro di Jenny è apprezzabile sotto molti punti di vista:
innanzitutto non è soloc antante, ma anche autrice di tutti
o di buona parte dei pezzi. Dove non è intervenuta, quanto
meno ha lavorato sull'arrangiamento. Nel disco ha suonato le tastiere
oltre a cantare e a doppiarsi al canto e ad arrangiare tutti i brani.
Non solo, ma anche i partners che si è scelti per questa
operazione sono di alto livello: da Sarasole Notarbartolo
che scrive bei testi per cinque canzoni, a Marcello
Vento, percussionista e arrangiatore di gran livello, fino
a Stefano De Santis, già con lei dal precedente
"Medieval Zone", che si occupa di estrarre note di
cristallo dalla cascate dei suoni dalle corde della sua chitarra.
"Il
nuovo CD "Com'è grande Enfermidade"
- viene detto nel suo sito - è un viaggio-avventura
sull'infermità del mondo,sulla follia umana ed è anche
il titolo di un brano del cd, una cantiga del 1100 (le "Cantigas"
erano brani in cui si declamavano i miracoli che Santa Maria faceva
alla gente curando malattie ed infermità mentali).Nel nuovo
CD continua il lavoro di ricerca e di composizione della cantautrice
anglo-napoletana con brani del 1100 e 1200 (in Spagnolo antico,
in ebraico, in galiziano portoghese)e brani di sua composizione
in italiano, in inglese ed in siciliano-napoletano a dimostrare
che può esistere un incontro fra le culture musicali nord-europee
e quelle più mediterranee".
Effettivamente il disco propone un'escursione linguistica di notevole
portata: dal galiziano-portoghese, allo spagnolo, all'ebraico, all'inglese,
al siciliano in un eclettismo senza soluzione di continuità.
Si resta sempre su livelli molto alti: in tutti i sensi. Alto è
il tono della voce, sempre testo a raggiungere le eteree vette,
con un'impostazione di base certamente lirica, alta l'ispirazione
che trascende l'immanenza per puntare più sù, alte
le caristiche dell'accompagnamento musicale, che costituisce un
"muro del suono" compatto, degno di Phil Spector, ma tutto
a base di armonie acustiche.
Difficile, in questo gorgo spirituale di alto livello, scegliere
fiore da fiore ed identificare le canzoni più belle: massiccio
è il senso di unitarietà dell'opera, che, con una
certa freddezza di fondo è proprio ciò che la caratterizza.
Quasi un concept, per certi versi. Un filo solo sopra le altre mi
è parsa "Angelu dell'ammuri". Di notevole spessore
anche la title track e molto densa, musicalmente, "All
the roses" e valido anche il brano strumentale
"Balcanico", anche perché allenta la corda
tesa costituita dal canto. Sono poco più di tra quarti d'ora
di musica ma impegnativi.
Insomma, è un gioiello, ma un gioiello di un tipo un po'
particolare. Diciamo, quelli che sono così preziosi che ad
indossarli si teme che si sciupino. Jenny Sorrenti va presa con
cautela: ma se ti prende bene, se il momento è propizio e
se l'ascoltatore, di impostazione sua propria, non è alieno
ad atmosfere che variano da John Renbourn da Loreeena McKennit,
passando per accenni di Van Morrison e Nick Drake (li stiamo citando
per dare idea del clima. Poche persone possono essere più
lontane del burbero irlandese dall'eterea Jenny che pure vanta madre
gallese, mentre il padre è napoletano). Un bagno di spiritualità.
Ma anche per fare il bagno bisogna essere dell'umore giusto.
Jenny
Sorrenti
"Com'è grande enfermidade"
Polo Sud - 2005
Nei negozi di dischi
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aggiornamento: 14-01-2005 |