| Non
permettiamo che il Deg si faccia a pezzi!
di Giorgio Maimone
Amo
molto e da tanto tempo Bob Dylan e questo suo primo disco in italiano
mi rinforza nella scelta ... Non è Bob Dylan? Non sono outtake
di "Blonde on blonde"? Ma ... come? Suonano le stesse
chitarre, gli stessi scarni riff chitarrististici ... deve essere
Dylan. Come? Pensa di esserlo? E' il suo "italian job":
è Francesco De Gregori.
Eppure De Gregori è stato ed è molto più che
la replica d'oltreoceano a Bob Dylan. E' vero: Bob Dylan ha fatto
"World gone wrong" e "Good As I Been to You",
raccolte di folk songs e ballate dell'inizio del secolo e De Gregori
fa "Il fischio del vapore", Bob Dylan compone "Everything
is broken" (in "No Mercy" del 1989 e De Gregori fa
"Vai in Africa, Celestino", ovverosia "Pezzi".
Confrontare per credere: "Pezzi di linee , pezzi di corde pezzi
di fili , pezzi di molle pezzi di idoli , pezzi di teste gente che
dorme in letti in pezzi e' inutile ballare e' inutile scherzare
tutto e' in pezzi / Pezzi
di bottiglie , pezzi di vassoi pezzi di interruttori , pezzi di
cancelli pezzi di piatti , pezzi di oggetti le strade sono piene
di cuori in pezzi pezzi di parole che non si sarebbe mai voluto
pronunciare tutto e' in pezzi" (Bob Dylan).
Ma De Gregori non è un clone di Bob Dylan e, per quanto,
in questo disco molti giri armonici suonino vecchi e i richiami
(a Dylan, a Cohen, persino a Vecchioni che a sua volta si ispira
agli altri due) si sprechino, "Pezzi" non può essere
un lavoro da sottovalutare. Per due motivi: il primo sono i testi
che, quasi ovunque, sono sostenuti da una lucida determinazione
verso una visione apocalittica di sicura presa (e lo stesso Deg
avrebbe detto che l'album avrebbe potuto chiamarsi "Visioni").
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Leon
Ravasi: E' pur sempre un disco di De Gregori.
E perciò andrà comunque, quasi col pilota
automatico, tra gli imperdibili del 2005. Anche perché
De Gregori è qualcosa di più che imperdibile
per la canzone d'autore: è "imprescindibile".
Ma peraltro, questo è un cd di Francesco De Gregori!
Hai mica detto un prospero. E se non è lecito
pretendere il massimo dal nostro massimo esponente "vivente"
della canzone d'autore, da chi dovremmo pretenderlo?
Bene, se così stanno le cose, questa volta De
Gregori al massimo non ci arriva. Arriva a un'abbondante
sufficienza, anche a svariati livelli di piacere, ma,
ripeto, questo è De Gregori: non può bastare
il compitino ben svolto. Vai
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Se letti tutti assieme (e dopo molti ascolti) i testi danno l'impressione
di accavallarsi come un un blob continuo di immagini tratte dagli
schermi di un televisore acceso 24 ore su 24 su una rete come CNN.
L'inferno quotidiano che ci entra in casa. Con qualche piccola e
tenera evasione, momentanea, verso un vissuto personale appena accennato.
Che può essere un libro d'infanzia ("Fiore di scienza
e libero pensiero / àncora senza nave e vela senza veliero")
o un ricordo tenero ("Come una piccola città di
mare / e una stufa a carbone / Che non tirava se tirava vento /
sul tuo cappotto rivoltato") o, ancora, un libro di poesie
("Era solo per ricordare / l'ultimo verso dell'Infinito").
De
Gregori non fa sconti nella sua visione così "biblica"
del presente, dove il termine biblico tiene il posto di "apocalittico".
Non ne fa all'Italia, posto dove non vorrebbe più rinascere
("Chissà se davvero esisteva una volta o se era
una favola / o se tornerà / E però se potessi rinascere
ancora / Preferirei non rinascere qua"), distaccandosi
nettamente da Gaber (non fidatevi mai di quello che vi raccontano
sui giornali!) e dal suo "cerchiobottismo" ("Io
non mi sento italiano /... / ma per fortuna / o purtroppo lo sono").
Non fa sconti sul dolore, descrivendo il percorso di un uomo che
muore, a Betlemme. E non ci dice se sia arabo o meno. Non ne fa
su quell'enome mercato delle vacche che è diventata la gestione
dei flussi immigratori ("E' gente come te e me / o sono
numeri da scaricare / E' l'inferno che avanza / ma non ti devi preoccupare").
Il dato paradossale è che è tanto acido, tranchant
e poetico nei testi, quanto più ricorre a una musica paradossalmente
troppo semplice. Pochi, pochissimi accordi e quasi solo tre strumenti
(chitarra, basso e batteria, con ogni tanto un mandolino, una pedal
steel, e poco, pochissimo altro). Forse la sensazione che il rock
sia la musica dell'invettiva? Sia l'urlo contro il sistema? Ma qui
non ci sono prese politiche "contro". C'è estraneità,
il tirarsi fuori da un mondo che non ci corrisponde più.
E su questo convergono le numerose interviste fin qui lette. Gettatele
via la più parte. De Gregori quando parla con la stampa è
scocciato, non sa quello che dice. E la polemica su Springsteen
poteva evitarsela e non gli fa onore. Così come le cazzate
dette su pirateria e prezzi dei dischi. Ma frugando tra il grano
e il loglio si possono trovare alcune sparse chiavi di lettura.
E a queste mi attacco per non gettare un disco tanto atteso nel
cestino delle inutilità, per passare sopra alla bruttezza
di "Celestino" (ma non è mancato chi dietro a Celestino
ha visto anche un riferimento a un certo Craxi, una volta imitatore
di Mastro Lindo e poi traslocato, per l'appunto, in Africa, in fuga
dalla politica) , per superare il fastidio per l'attacco banale
di "Numeri da scaricare" e per il riff senza hook di "Tempo
reale". Poi arrivo a "Gambadilegno a Parigi",
a "Le lacrime di Nemo" e a "Parole
a memoria" e mi riconcilio col presente. Fino ad ammettere
a me stesso, solo dopo il centesimo ascolto, che anche "Il
vestito del violinista", con i suoi due accordi in
croce, in realtà mi parla e mi affascina. E lo aspetto e
lo canto, nonostante ( o forse proprio grazie a, il suo abito rock.
Musica e poesia, canzone d'autore e poesia si assomigliano ma non
sono al stessa cosa. Il Deg lo ha urlato a tutta voce. Eppure qualche
volta si tengono per mano e si sostengono a vicenda. E non si resta
indifferente né a leggere né a sentire cantare frasi
come : "E allora sognò Atene / e l'ospedale militare
/ Ed i soldati carichi di pioggia / e un compleanno da ricordare
/ Ed un ombrello sulla spiaggia / e un dopoguerra sul lungomare
/ E allora sognò il tempo
che lo voleva fermare" ("Gambadilegno a Parigi"),
con la memoria che vola tra Hemingway e Dos Passos. Oppure le frasi
nostalgiche de "Parole a memoria": "Era
solo per chiacchierare / versare il vino spezzare il pane / Pagare
pegno, ricominciare / parlare al cane / Era solo per ricordare /
l'ultimo verso dell'Infinito / ed i tuoi occhi come lo stagno /
e una carezza sul tuo vestito / che certamente non aveva senso /
o aveva senso trovarci allora?", dove i classici vengono
esplicitamente citati (a proposito, per chi, come me non se lo ricordasse,
le ultime parole de "L'infinito" di
Giacomo Leopardi recitando così: "Così
tra questa / immensità s'annega il pensier mio:/ e il naufragar
m'è dolce in questo mare").
D'altra parte il fatto che per la prima volta De Gregori (che in
questa avventura è accompagnato dai fidi Alessandro
Svampa alla batteria, Alessandro Arianti alle
tastiere, Alessandro Valle pedal steel guitar e
chitarra, Lucio Bardi e Paolo Giovenchi alle chitarre
e naturalmente Guido Guglielminetti al basso) inserisca
i testi nel libretto vorrà ben dire qualcosa sull'importanza
di questi testi? O sono particolari senza importanza? Io non credo.
I dischi di Francesco De Gregori sono troppo stratificati per capirli
subito e anche per farseli piacere al volo. Mi ricordo sensazioni
simili davanti a "Anime salve" di De
André (con Fossati nel taschino). Ma "Anime salve"
era semplicemente "troppo" per essere compreso tutto subito.
Qui non siamo al capolavoro. No, anzi, ne siamo lontani: ma non
siamo nemmeno al disco da gettare tutto intero. La metà delle
canzoni si salva e i testi, i testi, signori, sono da leggere anche
senza musica. Anzi, a volte è proprio meglio. Spegnete la
musica e leggetevi De Gregori. sono solo Pezzi, ma d'autore.
Francesco
De Gregori
"Pezzi"
Sony - 2005
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aggiornamento: 23-03-2005 |