
Ascolti collegati
Crediti:
Shel Shapiro (chitarra acustica ed elettrica, 12 corde, voce),
Johhny Charlton (chitarra solista, cori); Robert "Bobby"
Posner (basso); Mike Shepstone (batteria)

Shel
Shapiro: "Io sono immortale"
|
Volete
trascurare questo disco? Fate pure. Rischiate di non capire assolutamente
niente del beat italiano, un fenomeno non marginale, né per
la musica, né per il costume e quindi nemmeno per la storia
d'Italia, almeno quella contemporanea. I Rokes sono quattro ragazzi
inglesi (Norman David Shapiro, detto Shel, Johnny Charlton, Bobby
Posner e Mike Shepstone) che negli anni '60 hanno fatto a ritroso
il cammino che tutti i gruppi musicali volevano compiere e dall'Inghilterra,
patria del beat, sono arrivati in Italia, dove, tra Milano e Roma,
hanno collaborato con tutti gli artisti e gli organizzatori su piazza:
da Teddy Reno ad Alberico Crocetta, da Mogol a Sergio Bardotti, riuscendo
a vendere oltre 5 milioni di dischi tra il 1962 e il 1968, quando
la loro stella si esaurirà, portando allo scioglimento del
gruppo da lì a due anni.
"I Grandi successi",l'album di cui parliamo
qui, ha il pregio di raccogliere in un unico cd le 16 migliori canzoni
dei The Rokes. Mancano, oltre ad alcuni lati B dei 45 giri ("Ci
vedremo domani", "Il primo sintomo", "Non far
finta di no"), i grandi insuccessi degli ultimi anni della carriera,
entrambi legati al Festival di Sanremo: "Le opere
di Bartolomeo", che aveva qualche pretesa di assomigliare
a una canzone di protesta (in fondo cantava dell'alienazione in fabbrica)
e "Ma che freddo fa", che è
stata sì un grande successo, ma solo nella versione di Nada,
la sconosciuta 14enne che cantava il brano assieme a loro a Sanremo
nel 1969. L'ultimo 45 giri a loro accreditato è "Ombre
blu" del 1970, ma non ha lasciato tracce durature.
Invece qui troviamo una carrellata di tutte stelle. canzoni che hanno
contribuito ad efidicare l'immaginario colletivo degli anni '60 e
che ancora adesso ricorrono in ogni colonna sonora che accompagni
immagini d'epoca (anche del '68, pur se, come Shel ha sempre detto,
è stato proprio il '68 a spazzare via il fenomeno Rokes). I
loro maggiori successi sono tutti antecedenti. E allora partiamo dagli
immortali: "Che colpa abbiamo noi"
e "E la pioggia che va", due mantra
generazionali, nati dalla penna di un Mogol particolarmente ispirato
(la stessa ispirazione la troverà qualche anno dopo con Lucio
Battisti) che suggerisce vaghe emozioni protestatarie, partendo dall'originale
di due brani americani di Bob Lind (un autore che in pratica ha scritto
solo questi due brani, oltre a "Elusive Butterfly", tradotta
dalla Caselli come "La farfalla", ma senza raggiungere da
noi il successo degli altri due brani).
"Che colpa abbiamo noi" e, ancora
di più "E la pioggia che va",
riecheggiando Bob Dylan, parlano della presa di distanza della generazione
dei ventenni da quella dei padri. Per allora erano già brani
di rottura. Più tradizionale "Piangi con me",
famosissima perché retro di "Che colpa abbiamo noi"
e per il parlato in simil-italiano dell'inglesissimo Shel, che ancora
oggi, dopo 40 anni in Italia, parla un italiano ricercatissimo, ma
con inossidabile accento british. Altri punti focali del disco sono
"C'è una strana espressione nei tuoi occhi"
che è stato il primo singolo del gruppo ad arrivare al numero
uno in classifica in Italia (i Rokes hanno avuto successo solo da
noi. In Inghilterra no). Da non perdere poi una travolgente versione
di "Here comes my baby" di Cat Stevens, intitolata in italiano
"Eccola di nuovo" e "Cercate
di abbracciare tutto il mondo come noi" che, assieme
all'altrettanto lunga "Un figlio dei fiori non pensa
al domani" rappresentano al meglio l'impronta hippy
sulla musica beat.
Ma cosa avevano di speciale i Rokes, oltre al fatto di essere inglesi
e cantare in italiano? E cosa ha fatto di loro l'alternativa (e i
rivali) dell'Equipe 84, allora gruppo di punta del beat da noi, collocandoli
su un piedistallo anche rispetto ai Nomadi che pure avevano un certo
Francesco Guccini che scriveva per loro? Tante qualità. Facevano
cover, è vero, ed hanno avuto successo con quelle, ma Shel
in realtà ha sempre scritto, parole e musica (poi le parole,
che lui comunque provava a scrivere in italiano, venivano sistemate
da qualcun altro). Ma "C'è una strana espressione
nei tuoi occhi", per quanto cover di un brano di
Jackie De Shannon, è co-firmata da Shel, come pure "Cercate
di abbracciare tutto il mondo come noi", "Ascolta
nel vento", "Finché c'è
musica mi tengo su", "Spegni questa
luce", "Quando eri con me",
"Ricordo quando ero bambino",
per non parlare di "Piangi con me"
che deve essere tutta di Shel, con solo qualche correzione di Mogol.
Insomma, otto brani su 16 sono co-firmati dal leader del gruppo, cosa
che né Vandelli, né Daolio hanno mai fatto.
E poi i 4 Rokes, con tanti begli anni di gavetta sulle spalle, già
a 20 anni, sapevano suonare, come dimostra anche un disco dal vivo,
registrato al Parioli di Roma e pubblicato dalla rivista "Raro!"
solo negli anni Novanta. E poi in scena ci sapevano stare, studiavano
gesti ed atteggiamenti, il look e le partecipazioni televisive (andavano
ovunque). Vincevano con qualità e professionalità. Ecco
quindi che i "Grandi successi" sono ancora convincenti a
40 anni dalla loro scrittura. E fondamentali per chi vuole capire
qualcosa del costume e della vita dell'epoca. Un disco basilare, anche
se è solo una raccolta di 45 giri.
The
Rokes
"I grandi successi"
Linea Tre / Rca / Bmg - 1990
In tutti i negozi di dischi |