| E'
tornato il "concept album"! Stappiamo lo champagne ...
di Giorgio Maimone
Chi
ha detto che il pop non possa essere un modo per fare buona musica?
Di sicuro non i Baustelle. Da sempre flirtano in modo intelligente
con il pop e con questo "La malavita" riescono anche ad
abbattere le frontiere della canzone d'autore. Protagonisti nel
2000 di un esordio folgorante con "Sussidiario illustrato della
gioventù", i Baustelle avevano poi incontrato i consueti
problemi di produzione e distribuzione dei gruppi giovani e bravi
ed avevano dovuto aspettare fino al 2003 per uscire con la "Moda
del lento" (grazie anche a una spintarella di Mauro Pagani),
che però segnava, se non un passo d'arresto, uno scostamento
laterale: disco a metà, lo definivo. Due anni dopo ci riprovano
col disco della maturità.
"La malavita" mi convince e continua a convincermi
da qualsiasi punto lo affronto: i testi stanno più che in
piedi, con la consueta miscela Baustelle (e anche questo sta come
stella al merito, i Baustelle hanno una loro precisa identità),
tra "cultura alta" e "cultura bassa", tra libro
Adelphi e Lancio Story, ma le sbandate, per quanto volute, de "La
moda del lento", le cadute nel trash e nel cattivo gusto, qui
non ci sono. E in cambio ci sono un pugno di testi di grande valore:
da "La guerra è finita" a "Revolver"
a "Il corvo Joe" o il piccolo bozzetto
solo accennato, ma solo con colori forti di "Provinciali",
che sembra un outtake dal primo disco ("Sacrificata vittima
/ Verso d’amore cerca fiato per non soffocare più /
Affittasi crepuscoli / Balere ad ore piccole / Morire
la domenica / Chiesa cattolica / Estetica anestetica / Provincia
cronica / Si vende amore tossico / ‘Ndrangheta e camorra /
Più Gomorra e meno Sodoma / Denunciasi calamità /
Di marijuana e crimine").
Dal punto di vista
delle musiche torniamo ai seventies, al "wall of sound"
di Phil Spector: un'orchestrazione piena e intensa
che non lascia spazio a dubbi e nemmeno tempo per respirare. Brano,
dopo brano (peraltro agili e scattanti) si resta immersi nel flusso
di suono armonizzato dai Baustelle (e in sei brani rinvigorito da
un'orchestra d'archi) che non lascia spazio a singoli interventi strumentali,
mentre la voce è un accompagnamento costante, con la piccola
(1'36") oasi strumentale di "Cronaca nera" all'inizio.
Da lì in poi, da quello strumentale che serve da intro, da
sigla iniziale, si prosegue tutta una tirata, con pause tra i brani
ridotte al minimo, per i 44'22" secondi del progetto, che, più
che un concept siu può definire un disco a tema. Ma in fin
dei conti la differenza è minima: l'interesse (e l'altra stella
al merito) sta che attorno ad un'idea si evolve e si svolge un intero
disco, un intero film per parole e musiche ed emozioni.
L'approccio dei Baustelle, in realtà tende ad essere anti-emozionale
e razionale, ma questa "Malavita", purtroppo, non è
quella "alta", quella grande che impregna cinema e romanzi.
No, è la piccola malavita, quella di quartiere: il piccolo
spaccio, la piccola rapina, il "piccolo" morto di droga.
Quella malavita di realtà quotidiana che arriva fino a noi,
ai nostri vicini, sulle panchine degli stessi giardini, ai tavoli
degli stessi bar.
Perché, chi non ha avuto un'amica che possa rientrare nel quadro
de "La guerra è finita"? “Vivere
non è possibile” / Lasciò un biglietto inutile
/ Prima di respirare il gas / Prima di collegarsi al caos / Era mia
amica / Era una stronza / Aveva sedici anni appena". Una
storia tragica, destinata a finir male, ma tanto più tragica
quanto consueta e quotidiana: "Si mise insieme ad un nazista
/ Conosciuto in una rissa / E nonostante le bombe vicine e la fame
/ Malgrado le mine / Sul foglio lasciò parole nere di vita
/ “La guerra è finita / Per sempre è finita /
Almeno per me”
Il passaggio dalla guerra personale (persa) alle guerra globale, dal
privato e dal personale al pubblico e politico fa parte delle trovate
geniali dei Baustelle che, ripeto, "scrivono" un grande
album, proprio nel senso della cura dei dettagli, dell'interesse drammaturgico,
nell'abilità di regia ("E nonostante le bombe alla
televisione / Malgrado le mine / La penna sputò parole nere
di vita / “La guerra è finita / Per sempre è finita
/ Almeno per me” / E nonostante sua madre impazzita e suo padre
/ Malgrado Belgrado, America e Bush / Con una bic profumata / Da attrice
bruciata
“La guerra è finita” / Scrisse così").
Parliamo poi sempre genericamente di Baustelle e invece dovremmo
dire in primo luogo Francesco Bianconi, chitarrista,
cantate e autore dei testi che è forse quello che ha compiuto
l'evoluzione più marcata, ma non vanno dimenticati Rachele
Bastreghi, l'altra voce (qui, purtroppo, un po' sacrificata:
è una gran bella voce, espressiva e dolente, nuova e classica
a un tempo) oltre che synth, piano elettrico, clavinet, organo e
percussioni. Claudio Brasini si occupa delle altre
chitarre, mentre Claudio Chiari è alla batteria,
percussioni e synth. Synth e organo passano anche dalle mani di
Bianconi. Ha partecipato al disco, firmando e co-firmando anche
tre brani, il compositore e tastierista Fabrizio Massara
che però è uscito dal gruppo poco dopo la realizzazione
del disco. Cambiamento anche dietro la consolle, dove il produttore
non è più Amerigo Verardi, ma Carlo Umberto
Rossi, comunque un nome che è una garanzia.
Ma torniamo al nostro romanzo o alla serie di racconti che
si susseguono sullo stesso tema: siamo sospesi tra Montepulciano e
Milano (zona di provenienza e di azione dei Baustelle) e le scelte
tematiche e musicali riportano direttamente ai film polizieschi ambientati
a Milano negli anni '60/'70: da "Milano, Calibro 9",
film del '72 su sceneggiatura di Scerbanenco, che Quentin Tarantino
ha definito "il più grande noir italiano di tutti i tempi"
o "Banditi a Milano" di Carlo Lizzani (1968)
che ripercorreva fasti e nefasti della banda Cavallero (curiosità:
nel film recitava Don Backy). "La malavita" non è
un film o forse "La malavita non è più" come
canta Carlo Fava ("La malavita non è
più / L’olandese che gridava a testa in giù /
Non è il bar del Giambellino / O il randagio del naviglio che
eri tu / La malavita non è più / Una prova di coraggio
/ Non è il bar del Lorenteggio / La malavita non è più").
E' una malavita casalinga, ma triste. Non tetra, ma intinta nell'humor
nero. Citazionista ma non realista. E' un quadro a cui si guarda da
lontano, pensando che sia toccato ad altri e a te non toccherà.
C'è più Simonetta che Scerbanenco, c'è "Tirar
tardi", c'è il primo Gaber, ma c'è, in filigrana,
anche la periferia di Sironi e il Caffè Giamaica e la pipa
di Gianni Brera. E' strano trovare tanta Milano in un disco di toscani
(ma da qualche anno Bianconi vive a Milano) e per giunta una Milano
dei tempi andati. Ma il gioco regge e il disco, che scivola rapido
e conciso come un long playing, dove "I provinciali"
chiude la prima facciata e "Il corvo Joe"
apre la seconda, sfonda il muro dell'ascolto e si attacca direttamente
ai ricordi. Pop, sicuramente, ma pop d'autore.
Baustelle
"La malavita"
Warner - 2005
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aggiornamento: 01-11-2005 |