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BiELLE LIBRI
"Il mio nome è Herbert Fanucci" di Davide Van De Sfroos
di Giorgio Maimone

Non è un capolavoro. Ma quanto ridere! E che scrittura fluida e piacevole. Davide Bernasconi, in Van De Sfroos, forse il Nobel della letteratura non è destinato a vincerlo, ma se trovate un suo libro sul vostro percorso prendetelo e leggetelo. Vi porterà via poco tempo (scrive corto) e sarà tempo ben speso.

In particolare di Davide piace ("mi" piace) la caratteristica affabulatoria, quel tono perenne da Mistero Buffo di paese che si porta dietro come bagaglio genetico inestirpabile e che lo rende uno scrittore di prima scelta nel restituirci il parlato dei laghèe, il clima dei bar, delle cooperative, dei centri di ritrovo e la vita delle persone attraverso gli oggetti. Davide è una fotocamera in presa diretta che zooma e allarga all'improvviso il suo campo d'azione, che stringe sul singolo, allarga sul cosmo, chiude su una mosca e saluta con una panoramica dall'alto. Davide è un megafono, un enorme orecchio, una microspia armata di penna o di chitarra che gira tra la gente, non si sottrae, la spreme, la torchia, la indaga, perché forse, in fondo, la ama.

"Il mio nome è Herbert Fanucci" contiene in numero pari sbavature e colpi di genio. Il tutto racchiuso in 200 pagine scritte grosse. Tempo di lettura qualche ora, tempo di scrittura anche abbastanza risicato. E ogni tanto si sente. Non dico che con qualche mese di tempo in più ne sarebbe uscito "Cent'anni di solitudine", perché non è vero, ma sarebbe uscito un romanzo più accurato e chiuso meno affrettatamente di quanto è stato fatto. Inoltre si sarebbe potuto intervenire con la lima qua e là per rendere più agevole la trama. La trama! Solo quella. Perché l'ordito è perfetto. Davide poteva andare avanti altre 100 pagine e non mi sarei affatto stancato di leggerlo, anzi, il piacere aumentava. La resa della vita di paese che Davide dà sulle pagine (è grande anche nei dischi, ma quello è un altro discorso) è paragonabile al modo in cui Camilleri sa rendere vivi e non personaggi da teatrino dei pupi i protagonisti dei suoi romanzi fuori dal ciclo Montalbano.

Sotto il profilo stilistico questa volta Davide ha cercato di tenere a freno il "cavallo matto" di quella poesia che entro gli rugge e che lo spinge a sfornare metafore con l'insistenza e la precisione di una catena di montaggio. Ma bisogna riconoscere che alcune di queste metafore o similitudini, questo linguaggio figurato costituisce uno dei punti focale del romanzo e uno dei principali motivi per acquistarlo.

Prendiamo fiore da fiore: "questa mia razza di pirati rientrati in porto, di serpenti feriti, di draghi della cooperativa, di lavoratori scazzati che lanciano bocce o carte da scopa contro il destino" ... "per poter tornare a far parte di questa schiera di ex cavedani che, per ventimila volte, hanno abboccato all'amo e per altrettante sono riusciti a tornare davanti al bancone per ordinare un Aperol con il bicchiere da bordo inzuccherato" ... "Tempi e giorni volati dalla terra all'acqua come coriandoli senza paura, pronti a sfidare l'infinito su un cavallo che perdeva la catena ogni dieci pedalate" ... "Non siamo gente che rimpiange, siamo lanciatori di coltelli" ... "adesso lui ha la casa piena di sorelle che vorrebbero occuparsio della sua vita, ma che lo vedono avvicinarsi e allontanarsi come una perturbazione" .... "dal buio si alza un razzo: sembra un'anguilla incandescente che parte per lo spazio" ..."si riesce a sentire il dio dei gerani e dei saltamartini" ... "Un chiodo che sfonda la memoria. E se lo togli resta un buco" ... "Il letto sembra sempre più stanco di me" ... "Nuvole vestite da guerra. Il sole prova a scagliare qualche freccia e a fare due passi, ma inciampa nelle bancarelle".

E poi due pezzi forti, subito dopo la pioggia "che lancia sulla piazza i suoi chiodi trasparenti": "C'è un'ora precisa in cui il cuore si riapre, ma gli orologi non la segnano. In quel momento, si possono trovare un garage per gli arcobaleni e una girandola che mangia il vento". Geniale! Come pure la definizione successiva: "con le facce scazzottate dal prosecco domenicale". Avete presente? E' davvero così!

Ecco, di Davide mi basterebbe questo emergere costante della sua vena lirica per essere già soddisfatto. Invece qua sotto c'è tutta una storia che, sorpresa, sta in piedi. Ogni tanto beccheggia e rischia di prendere strambate, ma decidendo di non esagerare mai e di non prendersi troppo sul serio, la rotta viene presto ristabilita. La storia parla di un certo Vittorio Cadenazzi che, sotto il nome di Herbert Fanucci è stato una specie di agente segreto, di detective privato o chessò-io-non-meglio-specificato. Come compito precipuo faceva fotografie in giro per il mondo e così facendo (o come copertura) aveva rapporti privilegiati con lo star system della musica rock internazionale. Un giorno, mentre era appostato per scattare foto, assiste alla morte di un gruppo di giovani, senza intervenire per salvarli. E' la crisi. L'abbandono della professione/missione e il ritorno a casa, sul lago, ricco di taccuini di appunti, decidendo di scrivere un libro.

Il libro è quindi la storia della scrittura di un libro. Ma non è il solo gioco di specchi che ci riserva: avete fatto caso che anche qui il personaggio dominante non è conosciuto col suo vero nome ma con uno pseudonimo vagamente esterofilo? Vi dice niente il parallelo Vittorio Cadenazzi/Herbert Fanucci con Davide Bernasconi e Davide Van De Sfroos? Non starò ora a parlare delle svolte narrative (per lasciarvi il piacere di trovarle da soli), ma i rimandi ci sono fino alla fine, quando viene organizzato un concerto e dovrebbe andare a suonare Davide Van De Sfroos che non può andare perché sta "scrivendo un libro che deve finire entro la metà di ottobre", però al concerto partecipa il fido Angapiemage Galiano Persico che confessa che lui invidia Uto Ughi "non per come suona, ma per la brevità del nome".

Ecco, l'ultima nota è per la comicità. Si ride e si sorride di cuore in questo romanzo che è un romanzo di visioni e di suoni, scandito dai tempi della radio e dalla musica che suona intorno (quasi ogni pagina ha referenti musicali e ogni capitolo è introdotto dalla frase di un cantautore o di un gruppo). Si inizia a ridere già a pagina 8 (ma è la seconda del libro), quando Davide/Herbert parte con una lunga considerazione su Via Pantera, una via di Como: una pagina da scompisciarsi! Ma spunti per risate ulteriori se ne trovano a iosa. Quasi come l'impareggiabile "Zorro" finito dietro la lavagna ne "Le parole sognate dai pesci". Peccato solo la fretta con cui il libro è stato scritto (e riletto). Con più tempo a disposizione ... forse ... magari ... ma magari no!

Dello stesso autore:

Davide Van De Sfroos
"Le parole sognate dai pesci
"
Bompiani 2003 pag 91– 6,00 €
Nelle librerie

Davide Van De Sfroos
"Il mio nome è Herbert Fanucci"
Bompiani - Pag 200- Euro 10,00
Finito di stampare nel novembre 2005
Nelle librerie

Ultimo aggiornamento il 07-12-2005

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