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di Giorgio Maimone
Quanto cose ci sarebbero ancora da dire su "Vino, tabacco
e cielo"! Per quanto tempo se ne potrebbe parlare! Ci
sono voluti anni per farlo uscire (il disco precedente è
del 2007, "Si vif" addirittura del 2002, preistoria)
e adesso ci vorranno altrettanti anni per mandarlo in soffitta.
Oh, provvisoriamente, perché queste sono canzoni destinate
a tornarci a visitare. Alcune, come al solito, più
di altre. Ho detto, in sede di recensione, che faccio fatica
a concepire questo lavoro di Gigi come un insieme di canzoni
e che mi piace invece pensarlo come un'opera in più
capitoli o più quadri. Lo scopo però di questo
pagina è valutare le singole canzoni. Perché
poi, è innegabile, gli album sopravvivono meno delle
singole canzoni. Alcune canzone sono destinate alla macchina
del tempo, a non invecchiare mai. E Gigi in questo album conferma
di essere diventato anche un abilissimo performer, in grado
di passare dalla commozione di "Fantasmi di pietra"
al quasi cabaret di "Argjentina" o di "Cramar-marochin":
dalla confessione personale alla storia di altri correttamente
narrata. Per "Vino, tabacco e cielo"
utilizziamo il giudizio in "Vino e Tabacco"
Cinque bicchieri di vino e cinque sigari rappresentano il
massimo di gradimento, uno il minimo. Sono, come sempre, giudizi
del tutto personali che non inficiano in alcun modo il lavoro
di Gigi Maieron né le preferenze personali di chiunque
altro. Una spiegazione in più per "Done Mari"
che raccoglie il punteggio inferiore. Bellissima canzone,
ma era già uscita e in una versione più bella.
Non ce n'era bisogno. |
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I
fantasmi di pietra
La tragedia del Vajont,
del 9 ottobre 1963 ha segnato tutta l’Italia
dell’epoca. A scuola le lezioni si fermavano
e si ascoltavano alla radio le cronache dal disastro.
Duemila persone entravano nel nulla per ambizione
e interessi altrui, come scrive Mauro Corona. Ma i
muri portano ancora impressi dentro le anime della
gente. Un canto dolente di desolazione, sussurrato,
pacato, perché i montanari non urlano mai..
La
frase: "I fantasmi di pietra
accarezzano i bimbi,
abbracciano le persone
come fossero ancora lì,
dietro al portone.
Ma dov’è la gente che manca?
Dov’è, in quale stanza?" |

Il
peso della neve
Arriva
nel prefinale, ma assume quasi il compito della canzone
che detta il tema di tutto l’album. Storie di
frontiera, dove da un lato c’è sempre
un contrabbandiere e dall’altro una divisa,
dove i padri hanno “così tanto da fare”
che se ne vanno senza vedere i figli arrivare. E questi
figli crescono “un po’ per caso o da amori
perduti”, in una trincea, in “un libro
di avventure che non ha trovato il suo eroe”.
Si vive lo stesso. Si cresce ugualmente. Ma costa
un po’ di fatica in più, come insegnava
l’antico canto di “Si vif”.
La frase: "Per chi legge la sua storia, per
chi è nato un po’ per caso,
per chi ha visto un po’ di inferno, per chi
resta fuori mano.
" |
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Vino,
tabacco e cielo
Esistono persone che ti lasciano
nel cuore come un’impronta e che continuano a “camminarti
dentro” anche quando non ci sono più. Sono
“momenti così belli che ti restano vicino”.
Un altro uomo-bosco che inaugura la sagra dei Maieron, il
nonno dietro cui Gigi ragazzino camminava “come il
sole alla collina”. La dimensione del ricordo come
strada per la conoscenza.
La frase: " “Libero come il pensiero,
forte come il suo tabacco.
Libero come il pensiero:
vino, tabacco e cielo”.
"
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Argjentina
Un
po’ per avventura e un po’ per disperazione
si può partire per l’Argentina, “paese
senza pendii”, dove si fa merenda grama con “pane,
coltello e panorama”. Tornare in patria dopo 15 anni
non è facile. Anche perché il figlio che trovi
già grande, che gioca con tre amici, in realtà
sta giocando con tre fratelli. Ma c’è tanta
ironia in questa canzone che spiega che non a caso “la
Carnia incomincia ad Amaro” che si intreccia a nodo
doppio con la corda della malinconia, tanto da lasciarci
l’ultimo ricordo di questo lungo e amato viaggio a
cavallo delle frontiere.
La frase: "E lo so di essere padre di un orfano
/ E lo so che è orfano di padre, / i tiri fur un
sombrero, chest’ regal al è par te / “e
a no, mama?” a disin che aitri trei.
(tiro fuori un sombrero, questo regolo è per te.
/ “e a noi mamma?”, dicono gli altri tre)
"
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Questa
faccia
La
chitarra twang-twang di Morricone trasporta questa sorta
di blues attraverso le stazioni di una vita tra la via Iulia
Augusta e il West. Ogni uomo è la sua faccia: le
sue rughe portano scritta la vita che si è fatta,
la vita che si è vissuta: un campo da gioco, un libro
di storia, una mappa, un muro di gomma. Si potrebbe a volte
mostrare una seconda faccia, ma ... per il rasoio sarebbe
solo un secondo lavoro.
La frase: "Questa faccia è un binario, una
stazione che cambia
Un treno in arrivo, un altro che tarda,
un buon calendario, carta per punta fine,
ogni giorno la sua ruga la scrive" |

Cosa
senti?
Commovente,
toccante, intensa, dovrebbe essere adottata come inno degli
alpinisti. Dalle Alpi Carniche alle Rocky Mountains. “Cosa
senti mentre sali, cosa senti mentre scendi, mentre cambi
direzione”. È un invito a provarci comunque,
a superare le difficoltà, sia quelle fisiche che
quelle che incidono ferite, ma non impediscono di coltivare
il sorriso “di chi vuole provarci anche se piove dentro”.
La frase: "Cosa senti tu che Sali più in
alto / E la tua buona stella ti gira intorno
Appeso in parete Sali verso una vetta,
il corpo nel vuoto a inseguire un’altezza." |

Cremar-marochin
1/2
I
migranti, una volta eravamo noi. Venditori ambulanti, a
piedi o con mezzi di fortuna a vendere spezie, tessuti e
oggetti di artigianato: “più sopportati che
tollerati / ogni tanto buttati fuori, ogni tanto messi dentro”.
Tra il 1200 e il 1800 i Cramars erano la gente della Carnia
che emigrava in Austria e Germania per vendere i suoi prodotti
per le strade. Adesso sono i marocchini. Curioso che “Cramar”
finisce con la stessa sillaba “mar” con cui
inizia “marocchini”, quasi a segnare una continuità.
Canzone divertita e divertente su una grande lezione di
democrazia diretta, che il popolo non dovrebbe dimenticare
mai.
La frase: "Tant si à di muri distess
Pal moment bisugna vivi
(tanto si deve morire comunque
per il momento bisogna vivere)."
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Questa
faccia
Questa faccia questa faccia vorrei restasse una
sola
perché il tempo col tempo lavora una in più
ci potrebbe anche stare
si fa prima ad avere che a dare
Questa
faccia un libro di storia
la vita che resta in memoria la mappa che traccia gli
eventi
piccole gioie urla, silenzi
Questa faccia è un binario una stazione che cambia
un treno in arrivo è un altro che tarda/manca
il muro di gomma dove a volte rimbalzo
dadi truccati petto in avanti
il tuo calendario carta per punta fine
Ogni giorno che passa la sua ruga la scrive
(intro)
Questa faccia questa faccia un campo da gioco
dove l’atleta e anche il tifoso vinci o perdi
comunque sudi
però il sudore col tempo lo asciughi
Questa faccia vorrei restasse una sola
senza maschere la pelle si riposa ho poco tempo un vecchio
rasoio
e un’altra barba è solo inutile lavoro
Questa faccia è un binario una stazione che cambia
Un treno in arrivo un altro che manca/tarda
È il muro di gomma dove a volte rimbalzo
Dadi truccati petto in avanti


Filo
spinato
1/2
Sulla
scia de “La guerra di Piero” di De André
o di “Sciur capitan” di Van De Sfroos, l’amara
odissea di un soldato partito per una missione di pace
e mai più ritornato. Cambiano le epoche, cambiano
le situazioni, ma per quanto soldato di pace, prima
o poi devi scegliere se sparare oppure venire sparato.
La frase: "Soldato in difesa, tanti confini
e una sola terra, / tante parole di pace e si fa un’altra
guerra./ Soldato di pace, ma se c’è un
ordine devi sparare, / misuri un nuovo mestiere, da
figlio a soldato."
Trei
puemas

Torniamo al ballo popolare e torniamo alla lingua carnica
per la terza volta. Fisarmoniche, chitarre e mandolino
si scatenano per stimolare la danza. Immagini di campagne,
che sembrano tratte dai quadri di Millet, immagini fresche
e pulite delle ragazze così giovani da fare il
girotondo, ma così signorine da mettersi il rossetto.
E il piede, per i fatti suoi, è costretto a tenere
il tempo.
La
frase: "Trei puemas as van al bal,
Mia, Ghita e Nena,
pinsirs di gorai.
(Tre ragazze vanno al ballo,
Maria, Margherita e Maddalena,
pensieri di corallo)".
Le cidule

Uno dei quattro brani in lingua carnica presenti nell’album.
Il riferimento è al tradizionale lancio delle
cidule”, ossia delle rondelle in legno ricavate
dalla sezione di un abete giovane, arroventate sul fuoco
e lanciate da un luogo nascosto nel bosco, assieme ai
nomi dei nuovi fidanzati nella comunità. Una
ragazza aspetta inutilmente che sia fatto il suo nome
e tornando a casa si domanda se sarà il suo turno
l’anno prossimo. La tradizione al ritmo di una
danza sull’aia.
La frase: "Tutto passa,
tutto resta
Tutto cambia di colore"
Done
mari
1/2

Un blues rinascimentale. Di quelli che scriveva il primo
De André. O gli ultimi Pentangle. Per un momento
abbandoniamo l’America e i suoi suoni e torniamo
nella tradizione folklorica con un tradizionale carnico
dell’800 che Maieron ha già cantato in
un disco di qualche anno fa della Sedon Salvadie. In
questo caso, più che allora, il canto si fa scuro
e insinua il dubbio nella dialettica tra la madre, la
figlia e la suocera.
La frase: "Done
mari jo so saludi e su auguri ogni ben / Il gno spous
al mi domande scuigni là cul gno cjar ben.
(Signora made io vi saluto e vi auguro ogni bene, /
il mio sposo mi pretende, debbo andare col mio caro
bene)"
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