Chissà se quegli
anni erano davvero migliori. Chissà se sognare
di più bastava perché lo fossero. Chi,
come il sottoscritto (per evidenti motivi anagrafici)
non ne ha riprova sulla propria pelle, spesso e volentieri
quegli anni lì li ha sognati sulle note delle
canzoni di Simon & Garfunkel.
Roba da darsi i pizzicotti per
una serata intera, allora, la possibilità di
vederli per una sera di nuovo insieme. Lì sul
palco a darti la sensazione per un paio d’ore
che il passato possa tornare davvero. Ché da
lontano sembra proprio così. La chioma quasi
andata di Paul si nota poco, il segno degli anni sulla
voce di Art è ancora di là da scoprire.
Basta guardare poco sui maxischermi e tanto verso
il palco. Che poi è la tecnologia stessa a
darci una mano, dato che, tolto quello centrale alle
spalle del duo, dalla destra del palco dell’area
riservata poco visibile, dopo poche note di “Old
friends” smettono di mandare immagini, con buona
pace della Telecom (che, comunque, sempre sia lodata
per l’organizzazione dell’evento).
E, insomma, sì…son
proprio loro. Con le stesse movenze delle immagini
di repertorio, con la stessa distanza in centimetri
e (ma diciamolo sottovoce) in senso inverso anche
in talento. Ma si è qui per ricordare, non
per fare le pulci. Anche se nel settore invitati l’aria,
per quisquilie, si surriscalda più di una volta.
D’altra parte il “presenziometro”
segna valori altissimi, nonostante sia sabato 31 luglio.
Vuoi che in mezzo ai convenuti non ce ne siano di
quelli che “dovevano esserci” ma a cui
di quei due signori attempati lassù non gliene
può fregare di meno?
Meglio, decisamente meglio tenerli
verso il palco gli occhi. Lasciandoli ogni tanto vagare
in un tour del colpo d’occhio. Non restituirà
le suggestioni del Central Park, ma chi la conosce
sa che è una cornice ancor migliore, quella
dei Fori Imperiali (e chi non la conosce si cosparga
il capo di cenere).
Dopo
l’incipit in cui la scena e tutta dei due che
iniziarono facendosi chiamare “Tom & Jerry”,
salgono gli strumentisti e il concerto prende una
prima piega rock con “Hazy shade of winter”
e “I’m a rock”, prima di ripiegare
sull’intimista “Kathy’s song”.
“la più bella canzone d’amore scritta
da Paul Simon” dice Garfunkel in stentato italiano.
Anche le leggende hanno le loro leggende, e così
i vecchi amici se ne sono portati dietro di ancora
più vecchi: gli Everly brothers (quelli di
“Dream”). A loro lasciano un po’
di spazio prima di intonare insieme “Bye bye
love”, l’ultimo dei loro classici.
Si capisce che il concerto ha
cominciato la discesa verso le perle. E così
si giunge all’inarrivabile brivido di quelle
note e poi il primo verso: “Hello darkness my
old friend…”. L’inizio di “The
sound of silence” riconcilia, restituisce alla
sua dimensione quello che qualcuno (peste lo colga)
ha pensato si potesse remixare con bassi pesanti.
Va bene…gli intrecci vocali non saranno perfetti
come furono, ma l’emozione passa sopra le imperfezioni.
E se la reunion è davvero solo business, per
una sera lasciateci essere ingenui.
Giusto
due immagini da “Il laureato” per riprendersi
e via con “Mrs Robinson”. Simon istrioneggia
piegato sulle gambe e con la chitarra in mezzo, consumato
frontman che sa come non apparire patetico nonostante
i quasi 63 anni.
A differenza del sodale, non ci prova nemmeno a smozzicare
parole in italiano, ma quando introduce “The
only living boy in New York” par di rivivere
insieme a lui gli stessi momenti di compassata solitudine
(get the news I need on the weather report/I can gather
all the news I need on the weather report/Hey, I've
got nothing to do today but smile/Da-n-da-da-n-da-da-n-da-da
here I am/The only living boy in New York/Half of
the time we're gone but we don't know where/And we
don't know here).
Prima di concedersi per gli
immancabili bis, i due intonano l’intensissima
“Like a bridge over troubled waters”,
inno di solidarietà come pochi. E, solidale
col ragazzone riccio, il pubblico teme per le coronarie
di Garfunkel quando si lancia sulle note più
alte di una canzone che fu simbolo e che, ahilui,
non può più accarezzare in maniera soave
come una volta.
La conclusione è affidata
a “The boxer” e “The 59th St. Bridge
song”, poi tutti a caccia dei propri ricordi
(per chi ne ha), delle proprie suggestioni (per chi
si deve accontentare), ma con la consapevolenza che
di quel giorno di oltre trent’anni dopo si potrà
sempre dire il più classico dei “io c’ero”.