Viva
Milano. Se in meno di 24 ore riesce ad allinearti,
praticamente gratis, una proposta musicale che va
da Nada a Massimo Bubola, passando per Lino Straulino,
Alessio Lega e Isa. E sia resa grazia anche a quei
maxiempori della cultura che sono Fnac e Feltrinelli,
impegnati a gara in un tentativo (spesso riuscito)
di proporre alla visione e all’ascolto i migliori
esponenti della musica d’autore italiana.
Il week end in musica inizia in Piazza Piemonte
alle 19 di venerdì: Nada ha da presentare i
suoi dolori in musica, un ultimo album (“Tutto
l’amore che mi manca”) intriso di
sofferenza e di rock, di rock e di ortica, di follia
e di mal d’anima (il massimo per una Malanima!).
Il contrasto con il tono tetro dell’album è
la sua aria da ragazza (anche se ormai Nada ha toccato
le 50 primavere), le calzettine corte che si appoggiano
su un paio di zoccoli, l’eterno ondeggiare con
cui si attacca al microfono.
Ma
ritorniamo al malessere se osserviamo con altri occhi
il suo continuo lento ondeggiare, il corpo appesantito
che, sotto un ampio camicione, non sembra certo più
quello di una bimba e il tono scuro delle sue parole,
accentuato dalla sua voce pesante e graffiata. Confessioni
impudiche, dolori tanto grandi da non riuscire a tenerli
dentro. Nada soffre e ce lo canta a tempo di rock,
a chitarre elettriche sguainate, a basso sanguinario,
a batteria da combattimento, ma soprattutto ce lo
incide sulla pelle con il modo tutto suo di fare rotolare
le parole in un ruggito.
Persino
i suoi vezzi da bambina, i suoi vuoti di memoria ora
fanno affetto sì, ma anche timore. Perché
quella ragazza con la faccia da bimba sta così
male? Amori finiti, affetti irrealizzati, solitudine,
inverni dell’anima e pochi, pochissimi sprazzi
di sole. Indubbiamente aver lavorato con Cesare Basile
e John Parish per preparare quest’album non
deve averle semplificato la vita, ma tiene la scena
con sicurezza. E’ contenta di essere con noi.
E il pubblico è partecipe e affettuoso. Non
le nega l’applauso e, con sorpresa sua, dimostra
di conoscere già i brani del disco, uscito
da non più di due settimane.
Propone
quasi tutti i brani del cd (saltando solo quelli scritti
da altri), sostanzialmente sulla base di una scaletta
simile a quella del disco. Un’ora di spettacolo
tirato e vibrante, con qualche chiacchiera in mezzo,
ma limitata, e l’annuncio della partenza di
una tournee. Mi convince tanto la performance da spingermi
a comprare anche il libro (“Le mie madri”
– Fazi editore) uscito circa un anno fa, per
cercare di scorgere alcuni dei motivi di questo malessere.
Due brani del libro sono diventati nel frattempo due
canzoni. Il libro è intenso, diretto e crudo.
Il disco è un coltello: non maneggiatelo se
avete paura di farvi male.
Lino
Straulino è ospite di Acrobatici
Anfibi, dove fa da padrone di casa Alessio Lega
che si esibisce con il maestro Marco Spiccio alle
tastiere e Isa ai cori. Straulino è solo con
la chitarra, ma è un grande, sia come artista
che come uomo. La serata è introdotta dalle
poesie di Anna Lamberti Bocconi ed è un piccolo
trionfo anche per gli intrepidi nocchieri di Acrobatici
Anfibi e del Circolo Arci Matatu. Ma della lunga chiacchierata
con Lino, personaggio vero e uomo piacevole come pochi
altri, parleremo più a lungo in altra sede.
Comunque sia, due ore di musica difficile da ascoltare
al prezzo di un bicchiere di birra sarebbe stata davvero
un’occasione da non perdere.
Mi
imbatto invece in Massimo Bubola in modo del tutto
casuale, girando per la Fnac in cerca del nuovo disco
di Marcello Murro (“Bonora”). Un quarto
d’ora dopo inizia un incontro con Massimo di
presentazione di “Segreti
trasparenti” (“E’ più
che altro una post-fazione – ironizza Massimo
– il disco è uscito in febbraio!”).
Vedo il violino di Michel Gazich, vedo la chitarra
di Massimo Bubola ed è gioco forza sedermi
ad aspettarlo.
Sala
piena e pubblico molto attento. Massimo parla molto,
stimolato da Rosario Pantaleo dell’Isola che
non c’era. Racconta la genesi del suo album
e tanto altre storie correlate. L’impressione
è che potrebbe tirare fino al giorno dopo raccontando.
Tanta è la voglia di dire che le parole gli
si accavallano al parlare. Nelle pause riesce a infilare
tre perle di canzoni: “La sposa del diavolo”,
“Fiume Sand Creek” in una versione spaziale,
compresa di armonica (“Per questo dovrete pagare
un euro extra uscendo dalla sala” celia) e l’immancabile,
ma gradita “I cieli di Irlanda”.
“La
musica d’autore - dice Bubola - è una
“specie in via d’estinzione” e bisognerebbe
fare come fa Slow Food per il cardo Gobbo a Nizza
o per altri prodotti in via d’estinzione, creare
dei presidi per . cercare di salvarla. C’è
poi la consueta polemica se la canzone sia poesia
o meno … i sogni sono la vita … una cosa
un po’ alla Marzullo. Vediamo che nel resto
d’Europa il songwriting non ha crisi, non ha
soluzione di continuità, ha una maturità
costante. In questo Paesi bisogna un po’ riprendere
il filo del discorso e mantenerlo”.
“Sto
facendo in questo periodo un corso all’Università
di Padova sulla scrittura delle ballate. La ballata
nasce come una forma di poesia, in rima e metrica.
I libri sono, in fin dei conti, una cosa recente.
I libri, intesi come diffusione di massa presso la
buona borghesia iniziano dopo la seconda metà
dell’800 Prima la poesia era solo orale e bisognava
memorizzarla”.
“Le
ballate dei fatti di sangue ci sono sempre state:
erano le forme di cronaca dell’epoca e una tradizione
culturale italiana. Come la Baronessa di Carinni o
le storie di banditi maremmani. Abbiamo fatto un po’
di ricerca su questa canzone, “La sposa del
diavolo”, che nasce nel ‘300 in Scozia
come prima stesura e sembra riferirsi a un fenomeno
diffuso nella vita italiana di allora. Tra la gente
che lavorava nei porti, stanca della vita stanziale
non era raro il caso di spose che scappavano coi marinai.
Di questa stessa canzone ci sono diverse versioni:
una di Bob Dylan e una recente di Natalie Merchant”.
“Per
le ballate, in un epoca in cui le canzoni non venivano
selezionate né da Dj né da altri, c’era
una sorta di selezione naturale, un po’ come
per le barzellette. Quelle che sopravvivevano evidentemente
avevano un legame più forte con la realtà”.
“In
un momento come l’attuale, dove stiamo perdendo
i riferimenti della canzone d’autore e in Italia
si fanno sempre meno dischi, io tendo ancora di più
ad andare alle radici. Un po’ anche per controbilanciare
questo senso di smarrimento che c’è.
Vedo anche i ragazzi di 20 anni con cui lavoro all’Università
che hanno questo senso di smarrimento. Loro è
come se avessero meno informazione. Noi avevamo 5
radio e conoscevamo 300 artisti, loro hanno 300 radio
e 5 artisti”.
“Poi
bisogna tenere presente che è scomparso De
Andrè cinque anni fa, Gaber da poco. Stiamo
perdendo pezzi importanti di questa forma di canzone
d’arte che ha quasi 50 anni se partiamo da Natalino
Otto. Dobbiamo cercare di non depauperare e desertificare
l’immaginario collettivo che ci è stato
formato in gran parte dalle canzoni che hanno inventato
un linguaggio dei sentimenti nuovo, Un po’ come
ha fatto Shakespeare 500 anni prima”.
Applausi
e ovazioni per il prode Massimo anche per l’analisi
sullo stato della musica in Italia, in buona parte
condivisibile.