Francesco
De Gregori ha raggiunto la nostra provincia sfidando
un'insidiosa nebbia. E nella nebbia dei nuovi arrangiamenti
il Nostro ha avvolto i suoi cavalli di battaglia,
stimolando sia accorati applausi, che sorrisi col
volto tirato. Genio e sregolatezza: parte seconda.
Chiariamo subito: al Fillmore di Cortemaggiore è
stato un trionfo, artistico e "quantitativo":
locale tutto esaurito e concerto splendido, come solo
i migliori artigiani della canzone possono permettersi.
Sul gradimento del pubblico, qualche dubbio potrebbe
anche sussistere. De Gregori, attraverso una serie
di scelte impavide e visionarie, ha mostrato la luce
ai fan più avventurosi e ha negato il più
ovvio degli zuccherini (La donna cannone ) al pubblico
più tradizionale.
Il
concerto, tuttavia, è stato assolutamente convincente:
la band sul palco (cinque elementi e impatto garantito)
ha suonato come se stesse commentando un documentario
sull'Apocalisse (Paolo Giovenchi alla chitarra elettrica
è stato semplicemente trascendentale); Francesco,
sempre a suo agio con la sei corde acustica compagna
di tanti viaggi e l'armonica a bocca, ha mostrato
una voce che non sembra risentire del trascorrere
delle stagioni.
Poche
parole rivolte agli spettatori in sala e concerto
che inizia con l'attacco killer di una ringhiosa e
scorbutica (ed ovviamente trasfigurata) L'agnello
di Dio, seguita da Dottor Dobermann e da Alice non
lo sa, trasformata per l'occasione in una languida
ballata western per "sedotti e abbandonati".
L'intero set è un'alternanza di chicche di
repertorio (Battere e levare e Condannato a morte)
e intramontabili classici arroventati da arrangiamenti
che portano i colori dell'America ....
In
alcuni momenti il fragore dei sei elementi sul palco
ricorda più i giovanissimi Santana che si esibirono
a Woodstock, piuttosto che un ensemble di attempati
rockers con l'anima in pace. Una I shall be released
riveduta e tradotta (Non dirle che non è così)
dà l'opportunità a De Gregori di ribadire
il suo amore per Dylan, mentre Buonanotte fiorellino,
in versione filastrocca blues, manda tutti a letto
fra eccitazione, stupore e qualche dubbio.
La
scelta operata da De Gregori negli anni è stata
più che mai cosciente: lasciarsi alle spalle
qualche agit-prop convinto che le elezioni si vincano
ai suoi concerti e non andando a votare. In cambio,
ha guadagnato punti fra le generazioni più
giovani. A questi ragazzi e alla vecchia guardia che
ha saputo guardare più avanti che indietro,
De Gregori ha regalato una sontuosa dimostrazione
di forza. La sua arte è poesia in musica che
si rinnova ciclicamente e che rifiuta la dimensione
di souvenir a basso prezzo.
Emiliano