Quello
della ricerca degli eredi dei grandi della canzone,
del teatro, del cinema, è un gioco che piace
tanto ai giornali e alla critica, ma che spesso risulta
un po’ forzato, oltre che ozioso. Il caso di Carlo
Fava e di Giorgio Gaber, invece, è uno dei pochi
in cui il concetto di eredità può essere
speso con una forte dose di pertinenza. Se il teatro-canzone
inventato e incarnato per più di 30 anni dal
signor G. può essere considerato un genere di
spettacolo vivo e vitale anche in assenza del suo profeta
più grande, allora Carlo Fava oggi è l’artista
che più di ogni altro lo rende tale. Con talento,
presenza scenica, capacità, carisma.
Così, il 22 e il 23 gennaio, nell’ambito
della rassegna “Canzoni d’autore”,
il teatro canzone è tornato sulle scene
del Piccolo di Milano (nello specifico, al Teatro Studio),
con lo spettacolo “L’uomo flessibile
in concerto”. Allora, visto che il concetto
di eredità è pertinente, proseguiamo su
questa strada: come in Gaber, lo show è basato
sull’alternanza di canzoni e monologhi; come in
Gaber, la satira sociale e di costume si alterna a riflessioni
più intimiste e squarci lirici; come in Gaber,
si tratta di uno spettacolo dalla forte unitarietà,
frutto di un lavoro in tandem (Carlo Fava e Gianluca
Martinelli); come in Gaber le canzoni possiedono
melodie semplici e accattivanti (senza mai essere banali),
capaci di essere godute anche al primo ascolto, a uso
e consumo di una fruizione totalmente teatrale della
musica.
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Davide
Van De Sfroos
Entriamo nel bar e, sorpresa, ci sono già
tutti: il Genesio, Stefan Magutt, il Mariano,
la barista quella con le tettone, i musicanti
… e soprattutto Davide. Che entra assieme
a noi, si toglie il cappotto e il cappello e si
mette ad ascoltare i musicanti, impegnati in un
tango d’assaggio.
(segue) |
Ci
sono momenti in cui Fava arriva anche ad “assomigliare”
al signor G.: nell’unico tratto di spettacolo
in cui abbandona il pianoforte e recita/canta in piedi
(per il brano “L’uomo flessibile”),
alcune movenze, alcune espressioni del volto ci hanno
dato un forte brivido di deja vu. Chiariamolo subito,
però: non ci troviamo di fronte a un clone, né
a un pedissequo imitatore bravo negli “esercizi
di stile”. Ci troviamo di fronte a un artista
che sa fare tesoro di una lezione, professionale, umana,
intellettuale. E qui con la storia dell’eredità
mettiamo punto.
Per proseguire dicendo che lo spettacolo è bello
e intelligente. Si tratta di un aggiornamento de “Le
notizie”, andato in scena l’inverno
scorso al Teatro Verdi di Milano, uno spettacolo fatto
di binomi, quello monologhi-canzoni, ma soprattutto
quello pubblico-privato. La riflessione sulla dimensione
pubblica, su quello che ci circonda, su quello che ci
piace e soprattutto non ci piace di questa società
- Fava lo dice chiaro in uno dei monologhi - è
una cosa che sempre meno interessa all’italiano
medio, all’”uomo flessibile”, appunto,
a cui piace sentirsi “individuo”, più
che “cittadino” e che è abituato
a rispondere alla domanda “come va” con
un profluvio di considerazioni sulla propria vita privata
(di solito lamentele).
Fava e Martinelli, invece, preferiscono continuare a
guardarsi attorno, cercare di emergere dalla “palude”
(il titolo della canzone più politica dello spettacolo),
utilizzando in particolare le lenti della satira, soprattutto
nei confronti del modo in cui in Italia viene gestita
l’informazione. “Le notizie”, appunto.
Distorte, mischiate, confuse, svilite, nascoste. Come
emblema di questo modo di gestire l’informazione
Fava prende Studio Aperto, costruendo una filastrocca
in musica basata sui titoli (veri) del tg di Italia
Uno: un miscuglio indigesto di tragedia e frivolezza,
di omicidi e veline, di avvocati e shopping.
Insomma Fava e Martinelli vogliono continuare a sentirsi
cittadini, pur non rinunciando al loro ruolo di individui,
alle loro inquietudini private, raccontate nei molti
squarci intimisti dello spettacolo, alle difficoltà
nei rapporti tra uomo e donna (amaro e affilato il monologo
– inedito - dell’uomo che odia le donne,
perché così maledettamente capaci di metterne
a nudo le debolezze).
Il tutto disteso in un tappeto musicale affascinante
ed evocativo. Abbandonata la chitarra elettrica, - presente
nello spettacolo e nel disco precedente “Personaggi
criminali” - e con essa qualche asprezza
rockeggiante di troppo di quell’esperienza, Fava
punta su atmosfere decisamente più evocative,
accostando la sua voce, bella e suadente sia quando
canta che quando recita, al suo pianoforte, al basso
di Beppe Quirici (produttore), alla
batteria di Vittorio Marinoni e –
soprattutto – al violoncello di Martina
Marchiori, un “evidenziatore” musicale
straordinario. Due serate al Teatro Studio, diciamo
la verità, non bastano. Perché anche fuori
Milano c’è chi si merita di ascoltare e
apprezzare il teatro-canzone di Carlo Fava. La domanda,
quindi, sorge spontanea: a quando una tournèe?
La
scaletta dei brani: Tenera è la notte, Se fossi
il futuro, L'Italia non legge, Metroregione, La palude,
L'uomo flessibile, Nuvola Nera, La malavita non è
più, Dottore, Cofani e portiere, L'ultima volta
che ho visto i tuoi occhiali, Sotto il quadro di Chaplin.
Bis: In caduta libera dall'ottavo piano, Lettera da
un luogo che non so.
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