Testi e musiche di Mario Incudine tranne:
“Sottomare” (musica di Mario Incudine e Antonio
Vasta), “Novumunnu” (testo di M.Saroglia e Kaballà
- musica di M.Saroglia), “Namenàme” (musica
di Mario Incudine, Mario Tarsilla e Anita Vitale), “Speranza
disperata” (testo di Mario Incudine e Edoardo De Angelis),
“Sempri ccà” (musica di Mario Incudine
e Francesco Barbarino), “Lu trenu di lu suli”
(testo di Ignazio Buttitta), “Terra” (testo e
musica di Mario Incudine e Faisal Taher), “Strati di
paci” (testo di Mario Incudine e Lello Analfino - musica
di Mario Incudine, Lello Analfino e Antonio Putzu)
Produzione:
Mario Incudine, Arturo Morano per Finisterre
Produzione artistica: Mario Incudine, Antonio Vasta per Finisterre
Produzione esecutiva: Pietro Carfi, Raffaele Pinelli per Finisterre
Registrazioni: Andre Ensabella presso AS Studio Project (Enna),
Antonio Zarcone presso lab Music (Palermo), Leonardo Bruno
presso Altaquota Studio (Petralia Soprana – PA), Mario
Saroglia presso Omnia Beat Studio (Milano)
Missaggio: Andrea Ensabella presso AS Studio Project (Enna)
Mastering: Paolo Mauri presso Omnia Beat Studio (Milano)
Grafica e fotografie: Charley Fazio www.charleyfazio.it
Mario
Incudine
"Anime migranti"
Finisterre/Felmay - 2011 Nei
migliori negozi di dischi o su www.marioincudine.info
Tracklist
01
Salina
02
Sottomare (Nino Frassica)
03
Novumunnu (feat Kaballà)
04
Tenimi l’occhi aperti (feat Vincenzo Mancuso e Valter
Sivilotti)
05
Namenàme (feta Mario Venuti e Anita Vitale)
06
Speranza disperata (feat Edoardo De Angelis)
07
Sempri ccà (feat Giancarlo Guerrieri e Max Busa)
08
Lu trenu di lu suli (feat Redi Hasa)
09
Terra (feat Salvatore Bonafede e Faisal
Taner)
10
Sotto un velo di sabbia (feat Alessandro
Haber)
11
Strati di paci (feat Lello Analfino)
12
Lu tempu e' ventu
“L'energia
delle culture radicate nella profondità dei tempi e nei cammini
dell'interiorità anche nel marasma della mediocrità
sanno emergere e trovare voci e interpreti. Ascoltate Mario Incudine,
il colore della sua voce, il suo stile interpretativo, il suo gesto
vocale, condensano e distillano per noi l'arte e il sapere di una
tradizione, la forza di una cultura, i suoni esplodenti colori di
una lingua che trasuda umori, colori, ironie, il privilegio di contaminazioni
antiche di una terra di accoglienza, solare e tragica, ricca di
umanità travagliata, consumata dalle fatiche, dispersa negli
esili, esiliata nelle sue masserie. Mario trasmette, reinventa e
ricrea. Il cunto nella sua bocca e nei suoi segni espressivi ti
fa saltare sulla sedia, ti fa partecipe di vicende secolari, ti
diverte ti destabilizza, perché Mario nel suo essere hic
et nunc, è antico e contemporaneo, giovane e vecchio, con
lui siamo nel passato, nel presente e nel futuro, ma non solo noi,
lo è l'eredità di cui siamo collettivamente ed individualmente
responsabili”
E’
Moni Ovadia a invocare l’ascolto di Mario Incudine tramite
queste belle parole tratte dal libretto che accompagna “Anime
migranti”, il nuovo disco di questo giovane artista
di Enna che a soli trent’anni s’è già
cimentato nelle vesti di cantante, attore, ricercatore, musicista
e autore di colonne sonore, sempre con ottimi risultati.
Proprio come nel caso
di questo gran bel disco che ruota intorno ad un tema di grandissima
attualità come quello delle migrazioni, sviluppato attraverso
un vero e proprio affresco corale che vede coinvolti tante voci
preziose come quelle di Alessandro Haber, Mario Venuti, Edoardo
De Angelis, Nino Frassica, Salvatore Bonafede, Faisal Taher, Lello
Analfino, Anita Vitale, Kaballà, i Djeli D’Afrique,
impressionante anche la miriade di strumenti utilizzati (tanti
esotici) e i relativi strumentisti coinvolti nel progetto.
Non è
certo però la quantità ma la qualità dell’opera
a colpire sin dalle prime note, da quel punto di partenza sia
musicale sia geografico costituito da “Salina”,
il brano con cui Mario ha vinto il Festival della nuova canzone
siciliana con quel “S’ un pozzu iri avanti / un mi
mannati arreri / lassatimi muriri ammenz o mari”, capace
di condensare tutta la disperazione di coloro per cui “L’Italia
è un pensiero costante, che attraversa la corrispondenza
e conduce a un finale imprevedibile, perché certi legami
quando si spezzano, ti diventano spasmo nelle viscere” come
scrive lo stesso Incudine nella sua breve nota introduttiva all’intero
lavoro. Musicalmente affascinati le influenze orientaleggianti
che emergono verso la fine brano.
Note liquide di pianoforte accompagnano invece la calda voce di
Mario mentre recita intensi versi tratti da “Solo Andata,
righe che vanno troppo spesso a capo” di Erri De Luca “Da
giorni prima di vederlo il mare era un odore / un sudore salato
/ ognuno immaginava di che forma. / Sarà una mezzaluna
coricata, / sarà come il tappeto di preghiera / sarà
come i capelli di mia madre” e, dopo una bellissima e commovente
melodia eseguita al pianoforte da Antonio Vasta (co-produttore
artistico del disco) e dai violini di Giuseppe Cusumano, ancora
toccanti versi “Non fu il mare a raccoglierci, / noi raccogliemmo
il mare a braccia aperte / solo il primo ha l’obbligo di
sollevare gli occhi, / gli altri seguono il tallone che precede,
/ il viaggio è una pista di schiene”. Commovente
questa “Sottomare”.
Melodica
e più legata alla tradizione popolare è “Novumunnu”
che vede la partecipazione di Kaballà in veste sia d’autore
sia di co-interprete di questo brano che è un canto sul
vivo sogno d’America di tanti nostri migranti. Le voci sullo
sfondo, quasi un dolce lamento, sono affidate all’Omnia
Beat Gospel projet.
Dopo una
tenera “Tenimi l’occhi aperti”
che vede anche la presenza dell’Orchestra di Puglia e Basilicata
diretta da Valter Sivilotti, ecco uno dei momenti più intensi
dell’intero lavoro che vede la presenza efficace delle voci
di Anita Vitale e di Mario Venuti, “Namenàme”
è un pezzo pregno di echi africani evocati dal corno tunisino
di Antonio Putzu, la voce e le percussioni africane di Alain Victor
Mutwe, la voce e le congas di Samuel Kwaku Gyamfi, è il
canto dell’abbandono di tutto ciò che fino quel momento
era familiare per un futuro senza certezze “Lassamu u cori
ccà chiantatu nterra / lu cori di cu un jornu ebbi a scappari
/ e ora stavi accussi … tira a campari”.
Molto bello
è anche il canto a due voci, quella di Mario e di Edoardo
De Angelis e due lingue, il dialetto ennese e l’italiano,
del brano “Speranza disperata”
che vede, in una sinergia di contributi, anche la presenza dell’Orchestra
“Canzoni di confine” proveniente dal lontano Friuli.
Fanno riflettere i bei versi finali “Quello che fa più
male / in fondo a questa storia / è assistere al silenzio
/ al silenzio della memoria” giusto prima di quel lungo
finale d’archi, qui determinanti e ancora una volta diretti
da Valter Sivilotti.
Giocata sulle
percussioni e il controcanto delle chitarre elettriche, con le
voci di Mario, Giancarlo Guerrieri e Max Bosa che si alternano,
“Sempri ccà’”
è una canzone trascinante, dai colori decisamente mediterranei
che ci parla dell’immutabile quotidianità “Nta
stà vanedda di stu tò paisi / unni restu cca fora
senza pritisi, / c’è tuttu chiddu ca mi fici cristianu
/ e ci si tu ca mi facisti celu”.
Intensa,
poetica, è “Lu trenu di lu suli”,
un testo di Ignazio Buttitta musicato da Mario e suonato dal solo
violoncello di Redi Hasa, dedicato all’immensa tragedia
belga della miniera di Marcinelle che l’8 agosto 1856 vide
tra le 262 vittime molti siciliani. E’ un pezzo che trasuda
dolore passo passo, partendo da quell’abisso creatosi all’arrivo
della notizia della tragica morte di tanti connazionali.
In “Terra”,
c’è ancora un dialogo tra lingue distanti, qui la
voce di Mario si alterna con il canto arabo del palestinese Faisal
Taher, la musica è sorretta dal solo pianoforte di Salvatore
Bonafede ma c’è come un senso di pienezza che appaga
l’ascoltatore. Trovo sia uno dei passaggi più belli
del disco, con la musica che si fa protagonista anche del testo
“Musica ca s’arriviglia a matinata / ca cu a senti
mancu si la scorda / pirchì è la musica di sta terra
surda / ca di tant’anni un cangia / è sempri chidda”.
Non ci sono
proprio mai cali di tensione, battute a vuoto, in questo disco,
basta ascoltare la successiva “Sotto un velo
di sabbia” per rendersene conto. E’
una canzone mesta, in cui si alternano il canto in italiano di
Alessandro Haber e quello in dialetto di Mario, intercalati dal
recitato in etiope dell’attrice Caterina De Regibus fino
a giungere a questi versi finali recitati da Haber “Lascio
il mio amore corda di violino / lascio il mio cuore pelle di tamburo
/ lascio la mia rete senza più esche / resto sotto un velo
di sabbia / divorato dalle mosche”, chiude un finale arabeggiante,
pieno di violini che si stagliano su un fondale d’ipnotiche
percussioni.
Con “Strati
di paci” si cambia sicuramente passo, è
una danza che ha tutta la vitalità del sud sin dalla vivace
partenza con la fisarmonica di Antonio Vasta, cui subentrano chitarre
e percussioni quasi a invitare l’ascoltatore a un collettivo
ballo, a una fratellanza che porti pace “e nni fa ricurdari
quantu su nnutuli / li mali paroli si c’è l’omu
c’aiua autru omu / e lu frati c’abbbrazza lu frati
/ sunnu belli li strati sunnu belli li strati / c’è
bisognu di l’omu ch’aiuta autru omu / e dun frati
ch’abbrazza li frati / c’è bisognu di paci
c’è bisognu di paci”, come cantano anche i
bambini del Coro “Hator” del I circolo didattico di
Vittoria (RG).
Dopo tanta
energia c’è quasi bisogno di congedarsi con un brano
lento e riflessivo come “Lu tempu è ventu”,
costruito su un intreccio tra gli arpeggi della chitarra classica
di Massimo Germini e il suadente violoncello di Paolo Pellegrino,
il canto si chiude così “Ogni cosa lassata è
cosa pirduta / lassu lì me muddichi nta la tò strata
/ si t’arrivigghi, mannami na vasata / pigghia li muddicheddi
e cangia vita”.
Difficile
davvero trovare un appiglio per una critica negativa a questo
bellissimo progetto che vede Mario Incudine nel ruolo di regista,
autore della maggior parte dei testi e delle musiche, valido interprete
dei suoi pezzi con l’aiuto di un gran numero di ospiti coinvolti,
tanto che questo lavoro già nel titolo sembra assume un
valore corale, una condivisione d’intenti, una sinergia
capace di produrre risultati sorprendenti.
Un difetto?
La mancanza, nel libretto che accompagna il disco delle traduzioni
dei testi che, per chi come il sottoscritto non è siciliano,
comporta una difficoltà interpretativa a volte molto ostica.Mi
sembra davvero poco, confrontato alla bellezza dell’intero
disco, ascoltatelo con il cuore vi si aprirà un mondo musicale
d’incredibile fascino.