Una
Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.
Le
BiELLE RECENSIONI
Francesca
Romana: "Lo specchio" Specchio
delle mie brame, chi è la più brava del reame? di
Fabio Antonelli
Ascolti
collegati
Francesca Romana
Vermiglio
Susanna Parigi
La lingua segreta delle donne
Patrizia Laquidara
Il canto dell'anguana
Giulia Millanta
Dropping down
Donatella Bardi
A puddara è un vulcano
Gabriella Grasso
Cadò
Crediti:
Francesca Romana Perrotta: voce, pianoforte ne “Il demone”
e “Il maestro”, chitarra acustica-flanger ne “Il
tuo nome e il veleno”
Massimo Marches: chitarre acustiche ed elettriche, chitarra
dobro, mandolino
Cristian Bonato: tastiere, programmazioni e pianoforte ne
“Il lago”
Francesco Cardelli: basso e chitarra elettrica ne “Il
demone”
Tomaso Graziani: batteria
Orchestra Sinfonica Ungherese: archi ne “L’estranea”
e “Il demone”
Arrangiato da: F. Romana Perrotta, C. Bonato, M. Marches
Registrato da C. Bonato al Teatro “Corte” di Coriano
(RN) e al “Numeri Recordings” di Cavallino (RN)
Mix e Masteting di C. Bonato
Una produzione di Max Monti e Mauro Pilato
Foto di Margherita Cenni scattate a Villa Adanti, Lucrezia
(PU)
Progetto grafico di Riccardo Cardelli
Francesca
Romana
"Lo specchio" Moletto/Edel- 2011 Nei migliori negozi di dischi
Tracklist
01
Il
tuo nome e il veleno
02
Giovanna
la pazza
03
Canzone
blu
04
Io
e Biancaneve
05
L'estranea
06
Il
poeta
07
Storia
clandestina
08
Il
lago
09
Contro
il mio sguardo
10
Mar
Maria
11
Il
demone
Avevo
definito “Vermiglio”, il disco d’esordio di Francesca
Romana, singolare e pieno di fascino e mi verrebbe voglia di riutilizzare
la stessa definizione per questo suo secondo disco, perché
ancora una volta ha saputo sorprendere chi come me già la
conosce, riuscendo ad essere allo stesso tempo diversa ma egualmente
se non maggiormente seducente.
Questa nuova fatica “Lospecchio” può ben dirsi un’ideale
continuazione del viaggio nell’universo femminile iniziato
con “Vermiglio” e ruota intorno all’immagine
dello specchio, strumento femminile per eccellenza, perché
simbolo di vanità ma anche di continua ricerca del proprio
io.
Ci sono alcune
analogie con il precedente lavoro, basta scorrere la track list
in cui balza all’occhio “Canzone blu”
che richiama nel titolo il brano “Canzone verde”
presente nel precedente disco, qui però l’atmosfera
è totalmente diversa, se là c’era un senso
di speranza che contrastava nettamente con il precedente brano
sanguigno e vibrante, qui prevalgono toni più crepuscolari
sospesi tra l’incanto e il desiderio di sognare “Le
luci erano tutte accese, / La musica dolcissima, struggente e
/ La gente a migliaia sorrideva e cantava, / La luna aveva un’aria
strana / Come una donna isterica, che cerca i suoi amanti ovunque”,
un sogno difficile da realizzare ma impossibile da abbandonare
“Anche se qualcuno ha spento tutte le luci, zittito
le voci / Calato il sipario, nascosto la luna”, il sogno
è di un futuro nella musica, nonostante ci sia chi si ostina
a dire “non devi sognare, perché poi chi sogna si
va ad ammalare”.
Ci sono però anche aspetti che differenziano i due lavori in maniera
netta, se là ad esempio si cominciava con un brano piuttosto soffuso,
qui l'incipit è più diretto, immediato, "Il tuo nome
e il veleno" è una bellissima canzone d'amore in
bilico tra malinconico romanticismo "Guardo lontano oltre
il vetro che mi divide dal vento / Sporco di luna, sulla finestra
/ Conchiglia sedotta dal mare in tempesta / Sto diventando un
riflesso d'argento / Mentre respiro il momento / Mentre respiro
per te soltanto" e l'amara realtà "Perché il tuo nome è un veleno
/ Stringe la gola e fa male / Il tuo nome è un veleno / Che prima
o poi fa morire / Come il liquore malato i cui ti piace annegare".
E' il racconto dell'ultimo disperato amore, probabilmente consumato
in una stanza d'albergo, per un uomo perso dentro i fumi dell'alcool.
Anche qui è presente il tema dello specchio "Spalle allo specchio
e il profilo che il chiaroscuro concede / Ma tu cerchi il fianco
che l'occhio non vede". Il brano è stato tra i vincitori
del Festival Musicultura del 2010 e non a caso.
Procediamo oltre, ecco subito un altro brano molto interessante,
“Giovanna la pazza” che
descrive tutto il dolore, la sofferenza provata dalla giovane
data in sposa all’arciduca Filippo d’Asburgo, ripetutamente
tradita sin da subito sotto gli occhi di tutti, ma tremendamente
innamorata “E innamorata non vedi gli specchi per le
allodole” e poi fatta passare per pazza, morirà
dopo essere rimasta rinchiusa per ben quarantasei anni. Musicalmente
il pezzo è ridente e stride con il testo intriso di sofferenza
accentuando così il senso di estraneazione “No,
Madame, non è che puoi riprenderti le lacrime / son libere
libellule che volano dagli occhi neri ai tuoi pensieri”.
Come tante donne della storia, la protagonista è vittima
assoluta.
Molto ritmata,
virante al rock, “Io e Biancaneve”
ci mette sotto gli occhi, la trasfigurazione di Biancaneve, protagonista
di una delle più famose fiabe dei fratelli Grimm e vittima
del morso letale di una bella mela rossa, in Eva, un'altra figura
femminile conosciuta da tutti e dal cui morso di mela deriveranno
le sorti dell’intero genere umano. Non sempre però
bene e male sono così facilmente distinguibili “Poi
dalle vene nasce il serpente, sento il veleno controcorrente /
Striscia, si muove, si svela, / cercando la strega, ridendo mi
piega / il mio volto è uno specchio, l’inganno, la
mela / prima ero Bianca, ora son Eva!”.
“L’estranea”,
canzone pervasa da distorsioni, ma anche da abbandoni a melodiche
aperture, è forse la canzone più emblematica di
questo disco, troviamo l’immagine reale e l’altra
riflessa, proiezione di sé ma non per questo pienamente
coincidente e accettata dalla nostra coscienza “Voglio
vedere me stessa tutte le volte che mi guardo riflessa / dalla
parte opposta come se ci fosse un’altra risposta / Ogni
posa è una mossa studiata e anche stavolta mi sento sbagliata
ancora troppo storta e ritrovo l’estranea”, è
l’eterno tema della ricerca dell’io. Davvero bella
e poetica l’immagine finale “mi cade di mano la
chiave, c’è una pozzanghera mi lascio guardare /
e mentre la chiave non trova la mano, l’immagine parla mi
dice partiamo”.
Pura poesia
è invece la successiva “Il poeta”,
una canzone con una musicalità struggente e dedicata a
quei poeti che attraverso i loro versi sanno ingannare tutti,
proprio come uno specchio deformante “Poeta sei un poeta
nel silenzio / Di un mondo troppo stanco e cambi il senso / Poesie
che come gli uomini tradiscono la verità” ma,
in fondo, la canzone usa lo stesso strumento poetico e quando
la voce di Francesca si solleva in volo, salendo di tonalità
e cantando “Dimmelo ancora, anche stasera / Che morirai
per quel punto di blu / Che ha il cielo alle sette di sera”,
penso che quel punto di blu non trovi corrispondenza con nessuno
dei freddi codici REL della scala colorimetrica e, anzi, forse
non esiste proprio però, io vorrei tanto poterne condividere
la visione.
Sebbene si
dipani a tratti, quasi come una filastrocca “Storia
clandestina” è un’altra canzone
capace di ferire il cuore dell’ascoltatore con quei versi
che, a poco a poco, si concatenano e sono in grado di affondare
come una lama dentro la coscienza di tanti, perché ci raccontano
di un’altra vittima, una donna costretta a vivere una situazione
amorosa clandestina, vittima della propria passione e di una vita
trascorsa nell’inutile attesa di cambiamenti fortemente
desiderati, che però non arriveranno mai. Ritengo meravigliosa
questa immagine “Tanto già lo so che quando mi
risveglierò, / sentirò le spine sul cuscino e il
freddo dal camino / avvolgerà le sedie e il tavolo e anche
me che aspetto te/ che aspetto …”.
“Il
lago” è un brano giocato sulle corde
della nostalgia, protagonista è proprio il lago visto come
“specchio nero, grigio inferno” capace di
custodire per sempre le belle immagini del proprio passato, un
passato che, ovviamente, non potrà più tornare.
Penso che Davide Van De Sfroos condividerebbe le immagini di questa
canzone ed io, che ho vissuto le estati della mia infanzia proprio
sulla sponda occidentale del lago di Como, non posso che riconoscermi.
Sebbene veda
la collaborazione di Pacifico, la successiva “Contro
il mio sguardo” sembra essere un po’
un episodio minore o per lo meno interlocutorio dopo brani dalla
forte personalità come quelli ascoltati fin qua. E’
una ballata molto fluida ma secondo me non brilla certo per originalità.
Si torna
invece sugli scudi con la successiva “Mad Maria”,
dedicata ad uno dei personaggi femminili più famosi e controversi
della storia, ossia quella Maria Maddalena che rischiò
di essere lapidata come prostituta e che Gesù amò
e salvò. E’ il brano più rock dell’intero
disco ed è un canto sempre in bilico tra sacro e profano
“Aspetta Maria Maddalena, pentirsi non ridà l’onore
/ aspetta, offrirgli la tua consumata verginità non basterà
/ E un fuoco in seno ti agita, tra le ginocchia stringi la sua
umanità”. Ancora una volta è descritta
una figura di donna che ama e ama intensamente, ma che non è
però libera di farlo apertamente. Uno dei vertici del disco.
Si chiude introspettivamente il disco, perché “Il
demone” è un brano molto affascinante,
in cui la figura femminile cerca di guardare dentro se stessa
e da questo sguardo emergono mostri “E lascia uscire
i mostri verdi che sbattono sui muri / Legati al filo di un prestigiatore”
ed un intero universo poetico “Quanta poesia intravedo dentro
quel buco nero / mentre mi dici che sei vecchio, ma non per me
/ preso dall’infinito, perso nell’infinito / quanta
poesia intravedo dentro!”, ma l’amore non sempre è
sempre razionale “Forse non quello che vuoi da me / Ma forse
un demone mi preme verso te”. Alla stesura di parte
del testo ha collaborato Cristiano De Andrè.
Una pausa
e poi c’è ancora spazio per la dolcissima musica
di un pianoforte che ci addentra, quasi fossimo Alice nel paese
delle meraviglie, in un mondo apparentemente fiabesco ma non per
questo meno angosciante “A chi fosse appartenuta non
si sa, comunque la casa si chiamava così, numero cinquanta,
nella casa numero cinquanta c’erano finestre che si rifiutavano
di essere finestre, le porte erano assediate dalle urla, un’oscura
presenza straziava le pareti e rivolgeva al cielo imprecazioni,
la principessa si ostinava nel desiderio di vivere umanamente
ma si addormentava senza più sognare …”
perché si sa che, a volte, guardare attraverso lo specchio
il proprio passato, ciò che è stato e, soprattutto,
ciò che non è stato e mai più potrà
essere, può far molto male.
Francesca
Romana, giovane cantautrice, dotata di una voce molto duttile
e particolare, con “Lo specchio”
si conferma sicuramente come una delle più interessanti
cantautrici italiane di questi anni, artista capace di scrivere
canzoni che, più dei tanti riconoscimenti ricevuti, le
rendono merito, in cui riesce a descrivere l’universo femminile
senza la paura di mettersi a nudo, rivendicando però sempre
la libertà di decidere autonomamente il proprio destino
di donna.