Una
Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.
Le
BiELLE RECENSIONI
Naif
Herin:
"Le civette sul comò" La genialità
cavalca libera sui sentieri di Naif di
Giorgio Maimone
Ascolti
collegati
Naif
E' tempo di raccolto
Elisir
Pere e cioccolato
Gabriella Grasso
Cadò
Arisa
Sincerità
Maurizio Geri
Ancora un ballo
Orchestra Maniscalchi
Diamoci del tu
Crediti:
Naif Herin (voci, basso, chitarre, tastiere); Simone "Momo"
Riva (batteria, percussioni):
Musicisti che hanno partecipato alle registrazioni: Andrea
"Manouche" Alessio (chitarre); Stefano Blanc (violoncello);
Dave Moretti (armoniche); Claudio Bovo (voce)
Testi e musiche di Naif Herin, tranne 11 (musica di Gregorio
Goncalves, testo di Alberto Zeppieri)
REgistrato, mixato e co-arrangiato da Simone "Momo"
Riva in TdEstudio 2011. Prodotto da TdEproductionZ
Photos by Sophie-Ann Herin. Graphics By Raffaella Santamaria
Naif
Herin
"Tre civette sul comò" Work in progress/Universal- 2011 Nei negozi di dischi
Tracklist
01
Parto
per la luna
02
La
festa delle lucciole
03
Lasciami
sognare un po'
04
Ho
perso una canzone
05
Una
giornata triste
06
E'
l'inferno
07
L'uomo
dalle poche parole
08
Menestrello
da strapazzo
09
La
ville lumiere
10
Annarosa
11
Il
mio Anton scorderò
13
Ghost
track
14
Il
ritorno (Versione 2)
Questa
è genialità, altro che balle! A solo un anno dal suo
debutto (ma in realtà è da più tempo che si
è iniziato a parlare di Naif), la cantautrice valdostana
torna in primo piano con un delizioso disco, composto, suonato e
prodotto quasi in totale solitudine. Ogni brano porta con sè
le stimmati della genialità. Non ci sono cadute di tensione,
non ci sono riempitivi, non c'è niente di già premasticato,
o se c'è è comunque ripreso e rivissuto come se fosse
la prima volta in assoluto
che lo si sente. Naif non è neanche "the next big thing",
perché è già qui e dall'alto di due dischi,
uno più bello dell'altro, reclama assoluta attenzione, D'altra
parte come gliela si potrebbe negare? Già a un primo sguardo,
senza nemmeno ascoltarla, appare fuori dagli schemi. Ma se poi ci
si prende la briga di sfogliare i solchi, ci si accorge da soli
che la ragazza ha una caratura diversa.
Può bastare ascoltare la strepitosa "La
festa delle lucciole", che potrebbe sembrare scritta
per il trio Lescano. Questa musica di altri tempi, questi chiari
e scuri della voce, questa atmosfera da tabarin, tra disegni di
Touluose Lautrec e bicchierini d'assenzio. Questa luce che va e
che viene, come quella delle lucciole con cui "si brinda in
quantità" (e che tipo di lucciole sono? Viene il dubbio
siano quelle ragazze un po' per male che riempivano i viali qualche
tempo fa). "L'odore dell'estate sa di mandorle / portalo
via con te / le frasi appassionate e un po' osé / portale
via con te". Bastano pochi tocchi di pennello, basta quell'abat-jour
accesa al primo verso, con la sua luce intermittente, basta il ritmo
manouche della chitarra e l'incanto è perfetto. La voce delicata
ed eclettica di Naif ci porta altrove. Siamo dentro al suo film,
pronti a farci inumidire fino all'osso.
Più ritmata l'iniziale "Parto
per la luna",
che però colpisce meno per "diversità" e
che inizialmente mi aveva spinto a sottovalutare il disco, rispetto
al precedente. "Parto per la luna" è sì
una canzone un po' aliena, con una sua bella diversità, ma
acconciata da canzonetta estiva. Se la si estrapola dal disco e
la si sente da sola, colpisce meno. All'interno di "Tre
civette sul comò" ha invece una sua precisa
ragione di essere, anche se resta la più gracile del lotto.
Non l'avrei messa in apertura.
"Lasciami sognare un po'", ad
esempio, terza canzone del disco, ha tutto un altro peso. Inizia
con un basso pulsante e lascia spazio a una voce che oscilla tra
le estremità dell'acuto, ma sussurrato e il tono fondo di
una notte di piacere. "No, non mi svegliare, lasciamo sognare
un po' / tienimi da un filo, credimi, ti seguirò / ogni aquilone
ha un'anima / e un soffio che lo guiderà / in strade deserte,
in certa di un fiore / rumori di treni a vapore / da te, da me,
che voglio di più!". Un piccolo sogno, un bonbon
notturno con un risveglio dolce in un letto ripieno d'amore. Come
non amare il sogno?
E subito dopo altro pezzo di genio: "Ho perso una
canzone". Sì, è vero, può
capitare a chi scrive canzoni. L'avevo in mente, era perfetta, ma
poi ... puff! E' sfumata! Ma chi poteva farne una canzone? Naif!
E chi altro? "Ma dov'è? era qua?! Qui non c'è,
non c'è!! / ho perso una canzone sotto il letto / Ho cercato
troppe volte di curare il mio difetto / del disordine perfetto /
Non era una canzone come le altre e lo ammetto / fin quando non
la trovo smetterò di fare tutto / peccato perché era
la migliore che la penna mia avesse scritto". La meta-canzone:
la canzone che-canta-se-stessa-cantante. "Mio caro ascoltatore
no! Non ti turbare / perché prima o poi la troverò
e te la farò / ascoltare/ provare/ assaggiare".
E così dicendo già la fa. E' divertente, ma niente
affatto banale. E' uno spaccato di vita, gettato in pasto all'ascoltatore
che è invitato, peraltro, a trasformarsi in qualcosa di più.
Le canzoni di Naif infatti, sul libretto, sono precedute dagli accordi
relativi. Se le volete suonare, prego, accomodatevi pure. E buona
fortuna, perché difficile non sarà suonarle, ma rifare
la voce della piccola peste. La stessa idea l'aveva avuto lo scorso
anno Dario Brunori e si era meritato il bonus. Bonus anche per Naif
che di trovata in trovata ci snocciola un disco imprescindibile.
Sì, certo, io sono parziale, nel senso che sono di parte
e che quando mi innamoro di un cantante, una cantante, un autore
mi lasciò trasportare da questa passione. Ma credo che questo
sia lo scopo terapeutico della musica, quello di trascinarti via
con sé, portarti sulla luna o tra le lucciole, a cercare
una canzone sotto il letto, sopra cui prima si è sognato
un po'. E poi magari sentirsi dire che oggi è "Una
giornata triste" in
termini e modi che non potranno mai convincerti che non sia vero
l'esatto contrario. "Oggi è una giornata triste
/ è una giornata triste, non somiglia alltre altre / per
l'intensità di concentrata negatività che ha / Una
giornata triste / è una delle tante che attende la città
/ una giornata triste passerà / prometto di guardare lontano
/ anche se ad occhi chiusi non vedo il cielo". Sì,
forse oggi è una giornata triste, ma cantando la si farà
passare. "Cerco offerte sul giornale / oggi vendesi tranquillità
al barile / nonostante tutto sia normale a volte essere presi male
/ nonostante il mio lavoro sia un co-copronto all'uso / illuso!
Qui è tutto chiuso". Sì, a suo modo è
pure questa una canzone politica, anche se il ritmo resta manouche
e Parigi è sempre un'illusione appesa dietro l'angolo.
"E' l'inferno", come è
facile immaginare, è una canzone d'amore. "Con uno
sguardo mi hai rubato il cuore / mi hai rubato il cuore con un martello
/ mi hai colpito in testa, senza far rumore / e non mi hai chiesto
per favore / tanto per cominciare con un mantello hai coperto il
sole / ricoperto il sole con un ombrello / hai dato asilo all'arma
della seduzione / tu non mi hai dato via di uscita, disperata e
rapita / da quel tuo fare imparziale, con quell'aria pulita".
Ma bisogna ascoltarla per capire l'ironia delle frasi, che, in fondo
hanno senz'altro una loro verità, ma che il sottotesto invita
a non drammatizzare: "Sai cos'è che mi piace di
te? E' l'inferno / con il quale mi accendi di notte e mi spegni
/ di giorno. Cos'è che mi piace in te? E' l'ingegno / che
non trova ripari, non trova rivali / mi arrendo".
"L'uomo dalle poche parole"
potrebbe quasi essere il secondo capitolo della canzone precedente,
anche se l'atmosfera in questo caso si fa seria e meno scanzonata.
"L'uomo dalle poche parole / ha una finestra dalla quale
sorge il sole / l'uomo dalle poche parole / con le sue mani costruisce
quello che vuole / ma noi torneremo a mendicare amore".
Per inciso è la canzone che contiene la filastrocca che daà
il titolo al disco: "Ambarabà ciccì coccò
/ tre civette sul comò / che facevano l'amore con la figlia
del dottore / ma il dottore di ammalò / ambarabà ciccì
coccò". Una ballata intensa e tranquilla, abbastanza
diversa da quanto ascoltato fin qui. Quasi una pausa di centro disco.
Perché la strada verso la fine è ancora lunga e ricca.
Alcuni dei brani migliiori stanno appollaiati a fondo disco. Brani
che accentuano la diversità, già così robusta.
"Menestrello da stapazzo" con
le sue armoniche e le sue chitarre è quasi un country blues.
Una canzone trasversa, storta, che non punta a un obiettivo preciso
e che proprio per questo ti trascina via nella sua deriva irrefrenabile.
"A conti fatti / impazziranno i matti di sani non ce ne son
più / cercasi sano menestrello da strapazzo / e i naini della
sua tribù / soffro di grave solitudine virtuale / ma quando
arrivi tu non c'è più".
Torna
Parigi con tutta la sua suggestione nella successiva "Ville
Lumiere", in cui non ci facciamo mancare niente:
il fumo delle sigarette, i libri e caffé, l'orchestrina,
Parigi o Paris che"è più bella di notte
con un cielo stellato / tra strade e quartieri e il mio amore
perduto / tra luci soffuse e l'odore speziato / ti tengo per mano".
E' una canzone di un romantico che fa male al mio diabete dal
tanto che è dolce in ogni suo passaggio. Ma Dio santo che
bisogno abbiamo ogni tanto di queste canzoni! Di amore che si
raccoglie a cucchiaiate e di cui non si finirebbe mai di strafogarci,
per poi passare il resto del tempo a ricordarci come era stato
bello e quanto un fondale di stelle come quello di Parigi e una
lingua come il francese possa fare. Il lento è di quelli
assassini, ma sfido qualsiasi duro di cuore a resistere immune
al fascino di questa canzone. "Annarosa"
è invece una storia, una bella storia: "Annarosa
lava i panni della gente e dei panni / della gente lei conosce
le paura / Annarosa dalle macchie riconosce se si tratta di un
dolore o di una lacrima d'amore / Lei ricorda quell'Italia generosa
e premurosa / Annarosa profuma di Marsiglia e colora di mimosa".
Poesia in forma di canzone, lenta, solenne, carica di profumi
e di suggestioni.
"Il mio Anton scorderò",
ultima canzone ufficiale dell'album, è l'unica che non
appartiene al carniere di Naif: musica di Gregorio Goncalves e
testo di Alberto Zeppieri, rientra nell'ambito del progetto per
Wpf (Onu) "Capo Verde, terra d'amore", ma è un
brano trascinante e ipnotico che non si può non notare
pur all'interno di un opera di altissimo livello come "Le
civette sul comò": "Innamorata di
un uomo e una città / cannella e sale io mescolavo già
/ dolori e gioie, cristiani farisei / e regalavo in soffitta i
sogni miei". Lunga e speziata come la cannella "Il
mio Anton scorderò" ci trascina verso la conclusione
dell'album in gloria: giusto quel pezzo che ti spinge a premere
nuovamente il tasto play per far ricominciare la magia da capo.
Perché un disco, quando è ben riuscito, è
come una giostra e difficilmente, se ci si monta sopra si vuole
scendere. L'unica condizione per scendere è che Naif ci
prometta di continuare a fare un disco all'anno, ma non solo per
passione: anche per scoprire dove può arrivare. Un punto
fermo nella nostra storia della canzone d'autore.